“I soli bianchi che conosco sono quelli che ci hanno rapiti e portati in questa terra come schiavi”. Tre storie emblematiche: Malcolm X, George Jackson, Angela Davis

Posted on Giugno 19, 2020, 8:10 am
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Il primo uomo sulla Terra era nero, e nero sarà l’ultimo. Lui ci credeva davvero, si aggrappava alle sue convinzioni e ci viveva e lottava e per quello in cui credeva e lottava è stato ucciso, ma Malcolm X diceva pure che l’uomo nero è superiore a tutti ma al bianco in particolare, e lui lo sosteneva con una rabbia tutta sua, lui che completamente nero non lo era, e non poteva nasconderlo, quella ‘impurità’ se la portava in testa, nel rosso dei suoi capelli.

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Malcolm il cognome non ce l’aveva, se l’era tolto perché se sei americano e sei nero il cognome di sicuro non è il tuo, ti è stato dato dai bianchi, e se sei un nero e hai orgoglio, quel cognome lo devi schifare e abiurare. Basta una X, a eliminarlo, e a denunciare anni di soprusi, violenze, carnali e mentali. Anni di schiavitù. Malcolm X odiava e si odiava, odiava quel rosso dei capelli che svelava la sua ascendenza insozzata: sua madre era frutto di quello che i bianchi per secoli hanno fatto alle nere, stuprandole a loro piacimento, ché il nero, in America, per secoli è stato niente, non una persona, era una ‘cosa’ che apparteneva a un altro, a un bianco che vi faceva ogni nefandezza: poteva comandarlo, picchiarlo, venderlo, stuprarlo, ammazzarlo. Impunemente.

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“I soli bianchi che conosco”, tuonava Malcolm X, “sono quelli che ci hanno rapiti e portati in questa terra come schiavi, fatto lavorare, trattati e venduti come loro proprietà, e negli ultimi anni si sono comportati da ipocriti, cercando di far credere al mondo che noi siamo stati liberati, mentre siamo più schiavi di quando eravamo sotto Lincoln, e il suo proclama di emancipazione”.  Nell’odio di Malcolm X c’è il nero che non esiste se non nello sguardo distolto di un bianco. La madre ‘mulatta’ di Malcolm X passa al figlio i capelli rossi del nonno padrone e bianco, e la pelle di questa madre era così ‘bianca’ che poteva entrare in un locale ‘per bianchi’ e nessuno la mandava via credendola ‘pura’, quando in realtà era per metà nigger. La madre di Malcolm X sposa un nero che i bianchi buttano sotto un tram, perché non abbassava la testa, esortava i neri ad agire da soli, lottava per la sua dignità e aveva avuto l’ardire di andare ad abitare in un quartiere bianco, e questo non nel profondo Sud, ma nel Michigan, uno degli Stati dove Martin Luther King Jr., vantava che i bianchi lo salutassero, e lo chiamassero ‘signore’. Lo stesso Stato dove il Ku Klux Klan assalta e brucia la casa di Malcolm X bambino, gli ammazza il padre, chiude in manicomio la madre.

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Per i media era “il nero più arrabbiato”, ma Malcolm X si era guadagnato un rispetto altero, rispetto riconosciutogli anche da chi gli era nemico e non tollerava il suo legare il riscatto nero all’Islam, e da chi non gradiva il suo passato da magnaccia e la sua palese misoginia, ma pure da chi gli era amico ma nel pensiero contrario. James Baldwin capiva la sua rabbia: “Io e Malcolm abbiamo molto in comune, tutti e due abbiamo fatto la fame, abbiamo subito le stesse umiliazioni. Tranne per le sue teorie sulla superiorità razziale, quello che dice è giusto, ma le sue conclusioni sono sbagliate. Il nostro posto è dentro questa America dei bianchi e dei neri, legati al destino della stessa polveriera. Per noi non è possibile vivere, soffrire, e sperare in nessuna altra parte”.

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Malcolm X diceva che l’America è una grande prigione, basta nascere con la pelle scura ed è come stare sempre a Sing Sing: così “bisogna ricorrere a qualsiasi mezzo”, perché il nero d’America è in guerra, “e qualcuno cade”. Come è caduto George Jackson. La sua è una vita compiuta e conclusa quasi interamente in una cella. George Jackson nasce a Chicago, e cresce in strada: a 14 anni, il primo fermo per furto, e il primo riformatorio; a 16, sta rapinando un magazzino e un poliziotto gli spara 6 colpi di pistola, ma non lo uccide; a 17, rapina 70 dollari a un distributore di benzina. È al terzo reato e il giudice lo condanna a 10 anni, 5 da scontare in isolamento. In carcere, George si trasforma: da criminale diventa un rivoluzionario, ed è un mutamento avvenuto coi libri: legge Marx, Mao, Sartre, i classici, e testi di economia, ma per George non c’è salvezza. Da detenuto, viene accusato di avere ucciso una guardia carceraria. Non è vero, ma rischia la sedia elettrica, e un giorno sua madre va da una donna, e le chiede di interessarsi al caso di suo figlio. Questa ragazza è nera, è una filosofa, un’attivista, una Pantera Nera. Si chiama Angela Davis, e lei e George si vedono per un solo colloquio in carcere. Quello loro è un amore, un’unione concreta e inossidabile, di idee e di lotta. Ma non staranno mai insieme, non si toccheranno mai, non avranno nessun contatto che non siano le lettere.

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Angela Davis, 14 giugno 1971, udienza

Le scrive Jackson: “Nessun uomo, e ciò che più importa, nessun uomo nero, qualunque sia il luogo del mondo dove l’uragano ha spazzato il suo corpo affranto, ti potrà mai amare come me”. Un giorno, in tribunale, durante un’udienza, Jonathan, il fratello più piccolo di George, irrompe e spara e prende in ostaggio il giudice e tutto questo per far sì che George evada. Finisce nel sangue, stesi per terra si contano 4 cadaveri, quello di Jonathan e di tre magistrati. Angela Davis è accusata di aver passato le armi a Jonathan, e allora scappa, per un periodo è la donna più ricercata d’America. George Jackson muore ucciso in carcere pochi mesi dopo. Angela è catturata e il suo processo diviene un caso mediatico: lei ogni volta entra, fiera, in aula, con il pugno alzato. Angela rischiava la vita ma ci metteva la vita, e quel suo pugno alzato è grido di libertà, è resistenza.

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Malcolm X non ha pianto John Kennedy e, pochi giorni dopo Dallas, così ne parlava a Enzo Biagi: “È il caso di un pollo andato a farsi arrostire”. Il 4 aprile 1968 un bianco spara e uccide Martin Luther King, il quale era disprezzato da Malcolm X, perché King incitava alla convivenza pacifica, ci metteva di mezzo il cristianesimo, e faceva dei politici un fine. Malcolm X non aveva fede nel governo, nelle leggi, nella comprensione: “’Fanc*lo la politica”, urlava ai suoi seguaci, “levatevi in piedi e combattete le vostre battaglie perché solo così il bianco imparerà a rispettarvi. E se lui non vi permetterà di vivere da uomini, non potrà impedirvi di morire”.

Barbara Costa

*Fonti: i virgolettati sono tratti da: Enzo Biagi, La mia America, RCS, 2003; qui vedete Angela Davis intervistata nel 1973 (doppiata da Monica Vitti), qui leggete una intervista del 1970