Vladimir Majakovskij cittadino onorario di Santarcangelo di Romagna, la Città della Poesia!

Posted on Settembre 10, 2020, 10:34 am
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“Una commedia in cui non accade nulla, per due volte”. Così si è espressa Vivian Mercier sull’Irish Times a proposito di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Era il 1956. La chiusa del testo è un graffio sulla tela, alla maniera di Lucio Fontana. Eccola:

Vladimiro: “Allora andiamo?”

Estragone: “Andiamo”.

Non si muovono.

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Qualcosa invece si è mosso per un altro Vladimiro, che però non ha la “o” alla fine del nome. Come è assurdo (il teatro) quello che ha scritto Beckett, altrettanto (con uno slittamento semantico) è il parziale oblio – parziale perché grazie al cielo e alla steppa siberiana, il direttore di Pangea da tempo porta avanti uno “sbrinamento” nel quale è scivolato sino al limite dell’ibernazione – nel quale è stato incoccato Vladimir Vladimirovič Majakovskij: una freccia tesa sulla corda dell’arco temporale che ancora oggi potrebbe colpire il bersaglio ma che per pigrizia mentale, per scarsa volontà di portare a galla l’archeologia russa, per poco appeal, per mille altri motivi ignoti, per densità, non si muove. Esattamente come i protagonisti del capolavoro di Beckett.

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“S’io fossi piccolo come il grande oceano / mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea / accarezzando la luna”.

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Il “Cantiere Poetico” di Santarcangelo di Romagna edizione 2020 ha alzato il velo di Maya (di Maja). Lo ha fatto alla maniera di Schopenhauer: se il velo appresenta ciò che nasconde la realtà delle cose, occorre in qualche modo strapparlo via e far volare il pensiero. Così, in occasione delle “Poetiche delle Istituzioni – Manifesto per le città – In piazza! Uno dieci cento Sindaci per la cultura”, accompagnata dall’incitamento dei ragazzi della non-scuola, la prima cittadina del borgo clementino è salita sul palco e ha deciso di tendere quella corda. “Io sottoscritta Alice Parma, sindaca di Santarcangelo di Romagna (…), in virtù dei poteri a me conferiti dalla cittadinanza, essendo la poesia di vitale importanza per la comunità che amministro e rappresento, delibero di conferire la cittadinanza onoraria a Vladimir Majakovskij per il suo immenso contributo alla poesia e alla vita di questo Sferisterio, da cui ora vi parlo. Mi impegno pubblicamente a dare mandato al competente Responsabile del servizio di predisporre tutti gli atti necessari alla realizzazione della relativa cerimonia di conferimento della Cittadinanza onoraria e tutti i consequenziali adempimenti organizzativi, prendendomi la piena responsabilità di questo gesto rivoluzionario”.

Delibera sindacale per assegnare la cittadinanza onoraria di Santarcangelo a “Vladimir Majakowskij”. La dizione in Italia sarebbe Majakovskij, ma non fermiamoci alle sottigliezze e plaudiamo la bella iniziativa…

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Già, ma perché proprio lui e non invece Anna Achmatova o Marina Cvetaeva? Perché Vladimir non volgeva il mento all’indietro ma guardava con fierezza in avanti: rivoluzione lessicale e sintattica, assoluta libertà nell’uso dei caratteri tipografici, formati, carte da stampa, impaginazioni. Una poesia del domani e non di ieri o di un’era preistorica. Una poesia per raccontare il presente. Una poesia non Neoclassica ma futurista. E soprattutto futuribile.

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A chi legge il nuovo, il primigenio, l’imprevisto.
Soltanto noi siamo il volto del nostro tempo.

Il corno del tempo risuona nella nostra arte verbale.

Il passato è angusto. L’accademia e Puskin sono più incomprensibili dei geroglifici.

Gettare Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc., ecc., dalla nave del nostro tempo.

Chi non dimenticherà il primo amore non conoscerà mai l’ultimo.

Chi, credulo, concederà l’ultimo amore alla profumata libidine di Balmont?
Si riflette forse in essa l’anima virile del giorno d’oggi?

Chi, pusillanime, si rifiuterà di strappare la corazza di carta dal nero frac del guerriero Brjusov?

O forse si riflette in essa un’aurora di inedite bellezze?

Lavatevi le mani, sudice della lurida putredine dei libri scritti da questi innumerevoli Leonid Andreev.

A tutti questi Maksim Gorkij, Kuprin, Blok, Sologub, Remizov, Avercenko, Cernyj, Kuzmin, Buni, ecc., ecc., occorre solo una villa sul fiume. Questa ricompensa riserba il destino ai sarti.

Dall’alto dei grattacieli scorgiamo la loro nullità!

Ordiniamo che si rispetti il diritto dei poeti:

1) ad ampliare il volume del vocabolario con parole arbitrarie e derivate (neologismi);

2) ad odiare inesorabilmente la lingua esistita prima di loro;

3) a respingere con orrore dalla propria fronte altèra la corona di quella gloria a buon mercato, che vi siete fatta con le spazzole del bagno;

4) a stare saldi sullo scoglio della parola “noi” in un mare di fischi e indignazione. 

E, se nelle nostre righe permangono tuttora i sudici marchi del vostro “buon senso” e “buon gusto”, in esse tuttavia già palpitano, per la prima volta, i baleni della nuova bellezza futura della parola autonoma.

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Majakovskij si uccise a 37 anni non ancora compiuti. Un colpo di pistola al cuore. Lasciò uno scritto, l’ultimo. “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. […] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”. Fu poeta sino alla fine, imbavagliato in quel mestiere che non si sceglie: accade, e ti tocca portarlo avanti nonostante le onde del mare, quelle del sistema, il vento del Nord, il gelo della Siberia, l’assenza del calore di un corpo da amare ancora una volta e una volta ancora.

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“Mi lesse La nuvola in calzoni e frammenti del Flauto di vertebre e molte liriche. I versi mi piacquero molto e lui li recitava in modo ottimo, si metteva addirittura a singhiozzare come una donna, cosa che mi spaventò e preoccupò molto. (…) Si comportava in modo molto nervoso, era evidente il suo stato di profondo turbamento. Parlava come a due voci: ora da lirico puro, ora da graffiante satirico. Si percepiva che egli non aveva cognizione di se stesso e aveva paura di qualcosa. Ma era chiaro che si trattava di un uomo dotato di una sensibilità peculiare, pieno di talento e – infelice”, disse Maksim Gor’kij nel 1915, due anni prima della Rivoluzione d’Ottobre.

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Una chiamata pubblica per non dimenticarlo. Una mozione di fiducia – di restituzione di fiducia – al poeta che voleva strappare la gioia ai giorni venturi. Già questo è un atto rivoluzionario. E chissà che quello Schiaffo al gusto del pubblico che aveva sottoscritto nel 1912 assieme a Burljuk, Kamenskij, Kruchenych e Chlebnikov – un manifesto di intenzioni potente come un canto – non si possa trasformare in un applauso. O in una carezza.

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“Sono un poeta. Per questo sono interessante. Di questo scrivo. Di tutto il resto, solo se si è decantato nella parola”.

Alessandro Carli