Ma siamo così sicuri che Shakespeare fosse inglese? Un fatto è certo: il “Macbeth” in sardo tira da bestia

Posted on marzo 21, 2018, 1:47 pm
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43 anni, singolo. Profondamente bugiardo, mentiroso, collezionista di attimi. Infedele per vocazione, apostrofato nel tempo con i peggiori appellativi che sono diventate stellette e che, se potessi, le metterei vicino al nome che appare nella mia carta di identità: stronzo, pezzo di merda, omino, sott’omino, omininicchio e quaquaraquà (ma non “piglia ‘n culo”, con buona pace per Leonardo Sciascia). Traditore pure, e traduttore. Fossi una persone fedele, il bellissimo Macbettu di Alessandro Serra l’avrei recensito nella lingua in cui è stato recitato, il 20 marzo al teatro Novelli di Rimini: in sardo. E forse, 20 anni fa, ce l’avrei anche fatta (grazie Istedda che sei nata a Casteddu e che sei scesa sino a Rimini: nessuno potrà dimenticare quello che abbiamo ballato).

Dopo aver letto, ovviamente su consiglio, “Il manoscritto di Shakespeare”, bel libro di Domenico Seminerio in cui emerge un’ipotesi non d’invenzione che il Bardo fosse siciliano (Michel Agnolio Florio), lo sguardo sul Poeta è cambiato: sino a un anno fa, quindi prima di Seminerio, l’unica modalità a me gradita era quella dei testi in lingua inglese, meglio se quella a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento. Tutto quello messo in scena dopo il 1616 (anno della sua morte) era un tradimento che non mi invogliava. Se si deve tradire o tradurre, esistono luoghi più ghiotti. Le strade che portano all’origine del mondo sono infinite, anche se va detto che i teatri sono (avan)posti in cui consumare l’amore è un atto (spesso unico) dal sapore particolare (se poi ci si apparta verso la fine, ci si può gloriare pure degli applausi).

Sono infedele e quasi maturo, e quindi non ho più le forze – è anche questione di pigrizia – per affrontare una discussione, seppur scritta, nella lingua dell’isola(na).

Poi però cado ancora nelle provocazioni e quando ho letto che Franco Cordelli ha scritto sul “Corriere della Sera” un pezzo intitolato “E poi ci sarà il Macbeddu in sardo. Non vedo l’ora di non vederlo”, ho avvertito prurito ai polpastrelli.

Perché i critici seri e medagliati non stroncano mai. E non sbagliano mai (il “Macbeddu” in realtà si chiama “Macbettu”). Nemmeno quando dormono. E ne ho visti happy_solarsi e poi leggere elogi meravigliosi. È, anche, un discorso di sistema: farsi amici permette lunga vita e inviti ai Festival. Essere di manica larga significa essere considerati bravi e credibili. Chi è severo invece viene messo in disparte.

Così il mio strumento di lavoro, le mani, hanno iniziato ad agitarsi. Come quando aspetti che inizi “Vollmond”, capolavoro di Pina Bausch. Come quando vedi i primi frame di Biscein che si sta varcando la finestra del Grand Hotel (una delle scene più belle di “Amarcord” di Fellini, quella in cui dice “Os’cia la figa”), quando mi appare un titolo così secco, mi carico di energia per arrampicarmi ed entrare a teatro.

Shakespeare in sardo è come l’harem di donne per il bugiardo matto interpretato da Gennaro Ombra: tira da bestia. Nel senso che fila via per novanta minuti di atto unico e che per “tenere” gli spettatori lì, oltre alla storia, serve ritmo.

Dialetto che qui, attraverso un’operazione certosina di destrutturazione del testo originale, diventa veicolo identitario per scandagliare la vita umana nel momento in cui si ritrova a raccontarsi ad un incrocio: quello della storia descritta da Shakespeare e quella vista, vissuta, dal regista Serra nella sua isola. Quella cioè della sua terra, la Sardegna, fatta ancora oggi di tradizioni visive che diventano linguistiche.

Il testo quindi diventa pre-testo, testo “altro”, una “scusa” ottima per parlare delle passioni dell’uomo. Un viaggio filologicamente semantico da cui emergono, terrignosamente vivissimi e veri, personaggi burattinati, quasi apocrifi, resi ancora più dirompenti dalla scelta, straordinaria, dell’amplificazione dei rumori e dei suoni che invadono la scena. Il Vallo di Adriano viene idealmente e scenicamente abbattuto, e della Scozia non rimane che l’iniziale, la “S” di Sardegna. La lingua (perché il sardo è una lingua) diventa musica, tessuto sonoro su cui “ri-scrivere” una trama tradotta e quindi tradita, ma non per questo meno dignitosa. Una lingua che si fa nota sonora, e che “disegna” una superba scenografia. Le sagre di paese e i prodotti della terra – da brividi la scelta di ricoprire il tavolo con il pane carasau e sentirlo scricchiolare sotto i piedi degli attori – profumano di arcaico, di ritualità pagana, immergendo questo Shakespeare in una spazialità infinita e ossimoricamente contemporanea.

Fedele ai dogmi del teatro elisabettiano, il corpo attoriale è composto da soli uomini, chiamati a interpretare anche i ruoli femminili, e si confronta con i colori primordiali, il nero e il bianco. Nuance assolute piantate in una scena in cui spiccano alcuni elementi totemistici di grande impatto, i menhir, le tombe di giganti e i villaggi nuragici si alternano a momenti più leggeri, sapientemente inseriti in quel concetto di “battere e levare” che portano l’archetipo per eccellenza della brama di potere sfrenata e dei suoi pericoli – il “Macbeth” appunto” – ad essere ancora oggi “attuale” e feroce. E quindi bellissimo.

Ma siamo così sicuri che Shakespeare fosse inglese?

Alessandro Carli