Ma se Adamo non avesse peccato esisterebbero il potere e la politica? A proposito di “Stato d’innocenza” di Gianluca Briguglia

Posted on Gennaio 24, 2019, 9:55 am
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Forse è profondamente sbagliata la vecchia massima secondo cui “la storia non si fa con i se e con i ma”. Forse, proprio l’analisi critica circa ciò che non è accaduto, ma che avrebbe potuto essere, ci fa comprendere i nessi causali che sono all’origine dei fatti storici. Di certo, in ogni caso, la storia quella del pensiero la si fa chiedendosi proprio “ma se invece fosse successo che…”; perché è proprio sulle alternative possibili alla realtà attuale che la filosofia, per definizione, si concentra al fine comprendere i connotati e, certe volte, l’essenza della realtà stessa.

Il libro di Gianluca Briguglia Stato d’innocenza (Carocci, 2017) prende le mosse da un grande “ma se”  della cultura dell’Europa, ovvero la domanda, posta con genialità da alcuni tra i maggiori pensatori medievali,  su cosa ne sarebbe stato di noi, come uomini in società, qualora Adamo non avesse peccato. Come ogni “ma se” che si rispetti, questo porta con sé una luce chiarificatrice; nella fattispecie, ciò che il saggio illumina per il lettore è il rapporto, per molti versi fondativo nella cultura moderna, tra la nostra visione della politica e il concetto teologico-filosofico di caduta originaria.

L’Autore possiede uno stile vibrante e rigoroso, con il quale riesce a passare in rassegna le risposte che le grandi menti del passato variamente diedero alla questione. I concetti cardine della vita politica moderna – i ruoli sociali, la proprietà privata, il lavoro, le gerarchie, la famiglia, la comunità civile, finanche la guerra – sono così visti come imprescindibili rispetto a quella antropologia filosofica che legge la natura umana a partire dalla caduta per la trasgressione adamitica. Ma se Adamo non avesse peccato? Ecco il punto del saggio: questi concetti avrebbero mai fatto parte della società umana? Se sì, in che termini? Se no, cosa è esattamente mutato nella nostra natura in seguito alla ribellione dei progenitori nei confronti di Dio Creatore?

Il saggio si dispiega prendendo le mosse dallo statuto che la vicenda adamitica assume per i filosofi medievali: né favola, né fatto realmente accaduto, bensì, come lo definisce l’autore, “elemento fittivo” che – a mo’ di mito fondativo, potremmo dire – fornisce per il pensiero europeo l’orizzonte di comprensione della nozione del politico.

Così, Agostino (“l’inventore” del concetto stesso di peccato originale, secondo Voltaire) legge le dinamiche fondamentali della vita sociale a partire dalla “ingestibilità” del nostro corpo che si mostra proprio nella vergogna per la nudità dopo la Caduta (l’agostiniana “città degli uomini”, in fondo, non è altro che un percorso ermeneutico in quell’idea di corpo colpevole). La vita sociale è perciò il regno delle tenebre, dell’imperfetto, del male cui si cerca di ovviare con poveri mezzi troppo umani, quali l’organizzazione familiare, l’istituto della schiavitù, le dinamiche urbane.

Il potere, che infatti il saggio prende centralmente in esame nel terzo capitolo (a mio avviso probabilmente il più bello del libro) ha qui la sua definizione: è un concetto impensabile senza quello di Caduta, per i filosofi medievali. Obbedienza e assoggettamento nascono esattamente in correlazione alla condizione che viene definita dalla cacciata da parte di Dio, la quale implica la violenza.

Tale è la natura umana, secondo Agostino. La quale è perciò duplice: vi è una natura umana prima della cacciata divina e una dopo di essa, distinte. Su questo punto, Tommaso dissente in modo decisivo rispetto ad Agostino (e questo ci dà già la cifra di quanto appassionante e variegato sia il dibattito sulla questione): in quanto l’Aquinate (aristotelicamente) crede che la natura umana sia una soltanto, e sempre politica.

Il sistema tomista tenta in effetti una mediazione dialettica (come sempre in lui grandiosa) tra la Cristianità e mondo ellenico dello Stagirita; tuttavia, questo saggio di Birguglia ci dice con chiarezza, tra le altre cose, che c’è una distanza radicale tra la nozione di politica dei Greci e quella dei Medievali, perché diverse sono le antropologie filosofiche che ne sono alla base. Per i Medievali, noi uomini non siamo essenzialmente cittadini: lo diventiamo. E lo diventiamo, appunto, perché Adamo pecca tragicamente. Perciò la politica è il regno, sempre imperfetto, delle tenebre. Per un Greco, invece, l’uomo – in quanto tale – è abitante della polis: zoon politicòn. Per i Greci, potremmo dire, l’uomo è ontologicamente cittadino. Per i Medievali, l’essere cittadino è effetto contingente della cacciata dall’Eden. Dunque il peccato originale di Adamo, in questa prospettiva, è il concetto da cui partire per capire un po’ la differenza tra il concetto di politica nella Grecia Antica e quello dell’Europa Medievale.

Questa differenziazione, che sembrerebbe solo un bizantinismo per specialisti, mostra in realtà in controluce due diverse concezioni del vivere civile, oggi al centro del dibattito e delle pratiche della Comunità Europea contemporanea sul concetto di cittadinanza, ovvero: siamo prima soggetti e poi (semmai) cittadini, o siamo cittadini in quanto soggetti umani?

Gli ultimi due capitoli del saggio si soffermano sulle interpretazioni più moderne della questione, analizzando in modo originale i pensieri di Okcham, Wycliff, Egidio Romano, Fitzralph, per concludere su Suàrez e Filmer. Ciò che infine emerge dal testo è una visione dell’essere umano con la quale stiamo ancora facendo i conti in Occidente: un essere drammaticamente incompleto a seguito della rivolta adamitica, in cerca di soluzioni alla sua condizione insostenibile.

In questo preciso senso, è interessante osservare come Michelangelo, per dare forma ai suoi celebri “prigioni”, in cui esprimeva l’assurdo della vita umana nella sua incompletezza, si ispirasse iconologicamente a quella cacciata dei progenitori dipinta da Masaccio, in cui Adamo ed Eva, sloggiando dal paradiso, sembrano portarsi dietro il peso di un corpo materiale che dilania loro l’anima, rendendoli appunto essenzialmente incompleti. O “politici”, potremmo dire alla luce del saggio di Briguglia.

In effetti, uno dei meriti di questo lavoro consiste proprio nel mostrare, attraverso un’analisi storica, il legame teoretico fondamentale tra il cosmo della politica europea e la nozione teologica di male. La cacciata dall’Eden viene chiarificata infine, non come credenza religiosa, bensì come l’antefatto metafisico fondativo della politica dell’Occidente. Il che forse spiegherebbe altresì perché, da sempre e quanto mai nella nostra epoca, coloro che si interessano attivamente alla politica siano, ahinoi, troppo spesso soggetti che hanno più familiarità con il male rispetto agli altri. Ma questa è un’altra storia.

Cesare Catà

*In copertina: William Blake, “The Body of Abel Found by Adam and Eve”, 1826 ca.