Ma l’uomo è soltanto quello che ha in mezzo alle gambe? Da Moravia a Francesco Piccolo, da Sandokan a “Petrolio”, tentativo di risposta, tra tenerezza e brutalità

Posted on Nov 22, 2018, 11:30 am
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Può capitare che ci si imbatta in libri che determinano discussioni senza fine, specie quando suscitano un certo imbarazzo. Qualcuno potrebbe ridere, qualcun altro intristirsi, confermare, negare. Veniamo al dunque: è vero, secondo voi, che la vita del maschio è completamente basata sull’erezione? (lo sarebbero la sicurezza, l’umore, il carattere, la simpatia, la capacità di controllo). È questa la domanda che sulle pagine del “Corriere della Sera” si pone Pierluigi Battista il 20 novembre commentando l’uscita del libro di Francesco Piccolo L’animale che mi porto dentro (Einaudi). La lettrice donna, Barbara Stefanelli, non ci vuole credere, “nonostante tutti gli scrittori letti, italiani e stranieri, e tutti i film visti, da Novecento a Malizia” (dimentica Ultimo tango a Parigi, il più ardente), immaginando l’evoluzione dell’uomo che supererebbe il suo temperamento animale, brutale. Proprio la teoria evoluzionistica di Robert Wright farebbe propendere per un’intelligenza in espansione, dice Stefanelli, “un incrocio potente (e fluido) di esperienze e sensibilità”. Quindi l’approccio sarebbe diverso rispetto alla visceralità dell’io sessuale come soggetto tutt’altro che romantico e sensibile. In definitiva, di che cosa è fatto l’uomo? Di gentilezza, ferocia, intelligenza, tenerezza ecc.: di momenti alterni che non sono convogliabili in un penchant unico. Resta difficile percepire il maschio, capire quale sia l’input determinante che lo muove, la sua coscienza (termine di per sé assai nebuloso). Non sarebbe sufficiente interpellare psicologi, sociologi, letterati.

PiccoloPrevalgono i freni inibitori o l’immediatezza della corporeità? La letteratura italiana secondo-novecentesca ha spesso rincorso la sessualità e l’erezione (Pier Vittorio Tondelli, Aldo Busi, Lidia Ravera, Walter Siti). Alberto Moravia con il romanzo Io e lui (Bompiani) fu l’interprete freudiano per eccellenza dell’erotismo, della dimensione peccaminosa del rapporto uomo-donna, molto più fisica che intellettuale. Petrolio (Einaudi) di Pier Paolo Pasolini è un romanzo-saggio che la dice lunga sulla perversione e sull’essere prigionieri del sesso. Per stare all’oggi, Giuseppe Conte, poeta e narratore, ha dato alle stampe Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti), dove la carnalità è concentrata sulla prostituzione e sulla corruzione. Mario Desiati, con il romanzo Candore (Einaudi), si basa sull’ossessione per la pornografia e il voyeurismo. Leggo una frase dal romanzo: “Mettere un reggicalze è un rito cui ci si sottopone con un senso di devozione verso la seduzione. Sceglierlo, indossarlo nel buio della propria stanza, dentro il bagno di un treno, tra le ombre di un camerino, è già fare l’amore”. Matteo Fais nel suo L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde (Robin) scrive: “Io, frattanto, continuavo a osservare la piccola striscia di carne rosa coi peletti. Pensai che fosse un territorio d’accesso privato, la principale fonte d’approvvigionamento del glorioso vichingo”. Sono esempi che mettono a nudo l’uomo in una vorace digressione alla quale non corrisponde, però, un’autentica voce. Pensiamo che su Facebook, nel 2018, è bandita la foto di un nudo maschile e femminile.

Il libro di Francesco Piccolo testimonia che esiste una verità sdoppiata in cui l’uomo dice e non dice, ammette e non ammette. Tra ciò che afferma e ciò che non nega il divario è netto come l’equivoco, il malinteso. Il sesso rimane un argomento tabù, segreto, difficile da raccontare in presa diretta (perché “è ciò che tiene insieme il mondo”, sosteneva Henry Miller). L’interrogativo dal quale siamo partiti è mitizzato, nella risposta, dall’antropologa Ida Magli nel suo La sessualità maschile (Mondadori): “L’erezione del pene è percepita in modo così assolutamente straordinario, forte, da diventare analogia di qualsiasi vittoria”. Ci assiste il sociologo Francesco Alberoni che svela la laboriosità dell’erezione nel noto libro L’erotismo (Bur). “Se la donna, nel matrimonio o nella convivenza amorosa, si sente amata in modo tenero e gentile, se si sente circondata da attenzioni, è eroticamente soddisfatta. Anzi il suo erotismo cresce. Ma questi stessi stimoli non eccitano l’uomo. Al contrario un mondo fatto di tenerezza, di cura, di amorosa esclusività, di serena abitudine, può diventare per lui una vera e propria prigione che uccide tutto il suo erotismo, fino alla nausea, fino all’impotenza”.

L’uomo è dunque vittima di un fatto meccanico e incontrollabile a seconda delle circostanze? È un animale represso che se potesse opterebbe per la bigamia, per la trasgressione in una roulette sessuale, risvolto di una disinibita performance fine a se stessa, di una sfida per la vanità edonistica? Pablo Neruda, letterato tra i più letti, in Poesie erotiche si lascia andare ad uno slancio fantasioso proprio in questa direzione: “ma ci sei tu, / ci sei tu per darmi tutto, / e per darmi ciò che possiedi sei venuta sulla terra – / come io son venuto per contenerti, / e desiderarti, / e riceverti!”.

Francesco Piccolo, però, nel proseguo di L’animale che mi porto dentro torna indietro, confonde il lettore. Allude all’avventuroso e controverso Sandokan, il pirata con la scimitarra in mano che assalta i vascelli e le giunche da carico, che depreda il nemico inglese e olandese, che non si cura della morte. Un uomo senza scrupoli, un simbolo apparente di villania? Eppure da quel covo di gente rozza e violenta, l’isola di Mompracem, con l’aiuto dell’amico portoghese Yanez de Gomera, Sandokan approda a Labuan e si invaghisce della sua perla, lady Marianna. Spietatezza ed efferatezza fanno posto a dolcezza e umanità. Il pirata non si lascia trascinare da una volontà fallica, ma da un mondo diverso, che conosce il sentimento e la ragione. Emilio Salgari, come del resto Sergio Sollima, il regista che nel 1976 portò sul piccolo schermo Kabir Bedi nella veste del principe rinnegato, della Tigre della Malesia della quale tutta Italia si innamorò, ripudia il nichilismo attivo, il superomismo nietzschiano e abbraccia uno spirito apollineo. I terribili titani sono sopraffatti dalla nobiltà d’animo, non illusoria ma benedetta dall’affettività, dal sentimento finalmente esternato. Salgari annota: “E così quella fanciulla, colla sua intrepidezza e la sua bontà e per la sua bellezza, si era meritata quel soprannome di Perla di Labuan, soprannome volato così lontano e che aveva fatto battere il cuore della formidabile Tigre della Malesia”. Battere il cuore, appunto, per intrepidezza, bontà e bellezza che esercitano una funzione terapeutica. Una scintilla per occhi non offuscati: Sandokan è come un bambino che scopre una realtà meravigliosa, che riceve un tesoro inaspettato. È l’iconografia di Eros e non dell’assassino tutto istinto che combatte l’invasore con i suoi arrembaggi.

Riepiloghiamo. L’amore è nel cervello, dicono gli specialisti. E l’erezione? È nell’istinto, forse. L’amore cura l’animo, il sesso soddisfa il piacere. Ma qualcosa non torna. Il sesso e l’amore non vanno di pari passo, come il sogno e la realtà. L’erezione appartiene ad un codice indefinito, a quell’enzima che la produce anche quando un uomo dorme. Perciò il cervello e l’anima non ne sanno nulla. I muscoli neppure. Cosa c’è di più intrigante di un mistero che rimane tale, come l’esibizionismo e la nudità spettrale, la fascinazione del selvaggio che Moravia vedeva nel pube della donna, quando il corpo è ormai civilizzato? La stessa cosa vale per l’uomo nell’atto del possesso. Da dove viene l’erezione dell’animale più progredito? Da quale voragine oscura che irrora i vasi sanguigni? La vita non sa ancora dare una risposta inoppugnabile.

Alessandro Moscè