L’uomo intaglia leggende sul dorso del caos: a Tellaro la poesia è per le vittime del Ponte Morandi (con musicista miracolato e bravissimo)

Posted on Agosto 19, 2018, 10:33 am
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Dopo vent’anni o quasi. Tornare nello stesso posto. Canonicamente: esperienza da evitare, come separare il tempo dal loglio con setacci di lino. Ma io, canonicamente, percorro sempre l’evitabile.

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Poiché la memoria è fallata, fasulla, lascio la macchina a Lerici, vado a Tellaro, brusco labirinto di vie su una rocca marina, camminando. Tre chilometri e mezzo. Dopo quasi sei ore di automobile: umani che sembrano sempre sapere che direzione prendere. I segni sono chiari: non devi tornare, vent’anni dopo, nello stesso luogo. Ma io, i segni, li sbalordisco.

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A Tellaro ritrovo, vent’anni dopo, l’incommensurabile Angelo Tonelli, Sandokan dalla folta chioma bianca, eroe scaturito da un romanzo di Stendhal, poeta sapienziale, alchemico interprete dei greci, dei sapienti – Eraclito, Parmenide, Orfeo… – e dei tragici – Eschilo, Sofocle, Euripide. “Altramarea” è la rassegna che Tonelli cura in quel borgo marino, un pugno di verbi rocciosi sopra il cranio ligure.

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Sentire i poeti m’immalinconisce: sono così tanti, i poeti, o sedicenti; sono così tanti gli uomini con dei pensieri alati, che gli mozzerei le ali. Più tardi, con Marco Ercolani, uno che rimesta e medita il linguaggio dei folli, quelli veri, e che dunque ha la lucidità per capire la differenza tra la lirica e la contraffazione, dico, “vabbè, d’altronde, meglio scrivere poesie che ammazzare la gente, giusto?”. Forse è giusto così.

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“Altramarea” è in dedica alle vittime del crollo del Ponte Morandi. “La poesia nasce dalla fonte della vita e della morte, non ha paura del dolore. Per questo non verrà spenta in un giorno come questo, ma celebrerà”, dice Tonelli, stivali da Ussaro, pantaloni coloniali, maglia indiana e barba da acrobata ungherese. Nel suo corpo decritto moltiplicate civiltà.

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Più che altro – e nel superfluo mi ci ficco – vale la pena ascoltare le musiche. Meravigliose. Al pianoforte c’è Alberto Kusalananda Alcozer, un monaco buddhista. Il virtuoso, però, al flauto bansuri, allo hang e alla ‘sega musicale’, è Daniele Dubbini. Le sonorità che creano insieme fanno di Tellaro la gola sonora di una tigre mistica.

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Più tardi, vengo a sapere che Dubbini, il musicista, era sul Morandi, quel maledetto giorno. Era a una decina di metri da quelli che sono precipitati. Ovviamente, lo shock è durato giorni. Sabato, dunque, a istoriare la notte, erano musiche del risorto, di chi ha visto la morte – ed è qui. Dare forma alla notte: forse è questa l’arte.

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Sentiamo la necessità di corredare il caos di segni, di promesse, di appuntamenti. Ora che emergono le storie dei tanti, troppi morti nel crollo del Morandi, non ci rassegniamo a una morte così. La vita è così piena di dettagli, di incontri, di circostanze, che uno non può morire così, per una fatalità tanto disarmante.

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Ma la poesia – attenti – non è un ponte – è una rupe – o un precipizio.

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Non possiamo non incaricarci della morte altrui – non possiamo non incarnarla. Poi, occorre che tutto voli, afferrare il giorno, questo giaguaro, per la coda.

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La morte serve come narrazione epica alla vita. La letteratura nasce sfidando la morte – Gilgamesh che perde l’amico Enkidu, Achille disperato per la fine di Patroclo, Gesù, la cui fine è l’inizio – e la mancanza – che sia una patria, Israele, o un uomo, Ulisse. Non si può morire in modo insensato, altrimenti da uomini diventiamo pupazzi di paglia.

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Ad esempio, mi ero costruito una leggenda intorno alla morte di mio padre – a giustificare la mia vita, a inondarla di senso. Quelle macerie possono diventare prato?

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Così, dalla tragedia, cerchiamo di trarre segni e auspici, una morale e un insegnamento. Ed è giusto, perché così è l’uomo – non si inginocchia al caos. Eppure, non c’è altro che il caso – e il nostro collo offerto in pasto al niente. (d.b.)