“Che fai tu, luna, in ciel, dimmi, che fai?”. Da Woodstock ai negazionisti – cugini dei terrapiattisti – da Marinetti alla Pop Art, la luna ci dice (ancora) chi siamo e dove andiamo

Posted on Luglio 20, 2019, 1:44 pm
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Dove c’è Luna c’è fortuna. O almeno un sottile stato di esaltazione, per il progresso, magari. O magari il richiamo o verso i mondi sottili ormai imprendibili, o una sete di qualche metafisica, di un destino, la tendenza a cercare un significato che non sia determinato dai semplici fatti. Innanzitutto in Neil Armstrong, che scende sul satellite per primo nella storia dell’umanità, con Buzz Aldrin, a bordo dell’Eagle. La cosa notevole non sono tanto le prime celebri parole, ma che i due si dimenticano acceso un radar che manda il computer di bordo in overload. Armstrong, guidando manualmente il modulo, col carburante che si esaurisce – restano nei serbatoi 30 o 40 secondi di spinta – è costretto a cercarsi da solo un posto dove allunare. Il computer dà codice d’errore 1202, gli astronauti non hanno idea di che significhi. Armstrong era uno specialista nel domare situazioni indomabili, un pilota collaudatore dal talento ineguagliato, i suoi incidenti sono celebri: una volta, durante la guerra di Corea, cercò di atterrare senza mezza ala, un’altra gli si richiuse il carrello di un F104 mentre toccava la superficie di un lago asciutto. Uno specialista della fortuna. Che ha fortuna anche sulla Luna. L’imponderabile gioca a suo favore. Il piccolo/gigantesco passo è il pizzicotto del destino sulla guancia dell’uomo che va avanti. Il progresso.

A questo serve la Luna, oltre che a scrivere poesie, canzoni, poemi epici (il senno di Orlando impazzito di Ariosto è lì, sulla Luna), a fare il vino (Camillo Donati e Josko Gravner, mistici vignaioli, ancora imbottigliano con la Luna calante) e a dare del lunatico/a a qualche deficiente di stabilità emotiva. La Luna serve a misurare lo stato dello spirito del tempo in una data civiltà.

Per gli antichi la Luna era una questione di ritualità e di sacralità di ogni cosa, il lavoro dei campi è la prima fonte di sostentamento e la prima forma di venerazioneIl calendario degli antichi romani è un calendario lunare, non solare. E le ultime propaggini di questa concezione temporale si vedono nell’anno liturgico del cattolicesimo, con alcune feste che cambiano data a seconda dell’anno. Pasqua alta e Pasqua bassa. Per la cultura islamica il tempo, e il Ramadan, è ancora basato sulle lunazioni.

Per i moderni la Luna è la fuga dalla realtà quantitativa verso una realtà spirituale, che ormai, tramontato il sacro, è diventata amorosa, e infatti il Romanticismo è pieno di lune, lune femmine, incerte, malinconiche. «Giacomo Leopardi nel 1819 ritorna sulla cima del monte Tabor sopra Recanati a invocare la “graziosa Luna”, e aggiunge: “venia pien d’angoscia a rimirarti”» spiega il critico d’arte Luca Beatrice, che cura la mostra torinese Dalla terra alla Luna.

E anche se il surrealismo ama la Luna, la continuazione novecentesca è ambivalente. Il celebre ’”Uccidiamo il chiaro di Luna” di Marinetti è il segnale che il romanticismo è sepolto, lo spirito del tempo è cambiato, e si agita qualcos’altro.

«L’allunaggio si situa nell’era della Pop Art – continua Beatrice – la Pop è americana per eccellenza, questo è indubitabile, e sulla Luna ci sono andati solo loro, gli americani. L’equipaggio di Apollo 15 “ha posato sulla Luna un piccolo monumento commemorativo, The Fallen Astronaut, statuetta d’alluminio alta 8,5 cm opera del belga Paul van Hoeydonck. Tra gli episodi più interessanti che la storia ci lascia in eredità c’è The Moon Museum, una barretta di ceramica placcata in iridio di forma rettangolare che ha dimensioni paragonabili a quelle di un microchip su cui sono invitati a intervenire alcuni protagonisti della Pop Art: Robert Rauschenberg, David Novros, John Chamberlain, Claes Oldenburg. C’è anche Andy Wharol. Che disegna un pene» continua Beatrice. E c’è anche l’esempio di un astronauta diventato artista: «Alan Bean, morto l’anno scorso, è stato uno dei dodici Moonwalkers, a bordo dell’Apollo 12 nel secondo allunaggio, il 19 novembre 1969, ha intrapreso la strada della pittura». Alla fine, se ci si pensa, la Luna aveva un che di arte pop, e di postmoderno ante litteram, già in Le Voyage dans la lune di Georges Méliès, film del 1902. […]

Stavamo dimenticandoci – ma la Luna ce lo ricorda – che la discesa sul suolo Lunare è anche lo spartiacque di un’epoca. «Woodstock è di pochi mesi dopo – spiega Luca Beatrice – siamo al massimo storico di esaltazione per la modernità, per il progresso. Da allora in poi sarà una parabola leggermente declinante».

E infatti, mentre il luogo da raggiungere non è più la Luna ma diventa Marte, e l’ottimismo economico, sociale va via via riducendosi, bisogna notare l’avanzata, identitaria, tetragona, anche un po’ tetra, ma soprattutto ipermoderna, dei negazionisti lunari. Quelli che sulla Luna non ci siamo andati davvero, quelli che è una regia di Kubrick. Fratelli dei terrapiattisti. Cugini di primo grado di quelli che la caduta delle Torri Gemelle è un fake, semmai qui evidenziano che l’ansia metafisica, mistica, perfino in forme complottisticho/ipermoderne, riguardo alla Luna non si è spenta. Dove c’è la Luna c’è fortuna. Nel senso di destino.

Bruno Giurato

*L’articolo, nella sua versione estesa, lo leggete su “Linkiesta”, qui.