“L’umanità è talmente immutata qui”: le lettere di Hart Crane dall’“altro mondo”. Un poeta squilibrato in Messico

Posted on luglio 10, 2018, 7:09 am
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Circostanze. Mi piacerebbe assistere all’incontro tra H. P. Lovecraft, lo zar dell’horror, il creatore dei terribili ‘miti di Cthulu’ con Hart Crane, il Rimbaud americano, il poeta assoluto di quell’incontenibile poema, Il ponte, “uno dei testi più ardui e significativi della poesia americana”, “un’opera, con tutti i suoi squilibri, fra le più rappresentative della poesia americana del Novecento” (così Roberto Sanesi, e sottolineo la parola squilibri che suona come un rintocco di angeli che si mangiano le patatine fritte alle mie orecchie). I due – secondo le informazioni della H. P. Lovecraft Encyclopedia – si incontrano “a Cleveland, nell’agosto del 1922, e si vedono ancora a New York nel 1924-26, mentre il poeta sta già lavorando a Il ponte”. L’ultima volta, “si vedono nel 1930, ma Crane è abbrutito dall’alcolismo. Lovecraft ammira la poesia di Crane, de Il ponte dice che è ‘un testo stupefacente’”. Flirt tra visionari. Hart Crane resta uno dei più grandi – e un tanto bistrattati – poeti in lingua inglese del millennio: Harold Bloom ne avvicina la peculiarità espressiva a quella di William Blake. Due poeti, in effetti, ‘squilibrati’ – d’altronde, poesia è squilibrare il vocabolario tra urlo e sfarfallio di ispirate disperazioni. In Italia Hart Crane si legge, ma si deve cercare per librerie speciali. Nel 2016 le Edizioni Grenelle hanno pubblicato White Buildings, l’anno dopo Key West e altre poesie; nel 2013 Mauro Pagliai Editore pubblica una versione de Il ponte. La torre spezzata. Andrebbe riedita la versione di Sanesi (Garzanti, 1984), se non altro perché frutto di un lungo lavoro traduttivo. La lettera che pubblichiamo appartiene al periodo ultimo di Hart Crane: il poeta, nel 1931, poco dopo aver pubblicato Il ponte, è in Messico, grazie a una borsa di studio, in cerca di nuova energia creativa. Scrive a Waldo Frank, possente scrittore americano, nipotino di Jack London, che nel 1938 pubblica una edizione dei Collected Poems of Hart Crane che inaugurano la riscoperta del grande poeta. Esaurito il fascino meridiano per il Messico, nell’aprile del 1932 Crane s’imbarca per tornare negli Stati Uniti. Muore gettandosi nell’oceano caraibico, il 27 aprile 1932, “Secondo il suo amico Waldo Frank… prima di gettarsi in acqua, ripiegò accuratamente l’impermeabile” (Pietro Pascarelli). Coincidenze. Pochi anni dopo, in Messico capiterà Malcolm Lowry. Animato dalla stessa passione ingenua per la cultura indigena. Ne nascerà Sotto il vulcano. Il romanzo dello squilibrio, di un altro squilibrato.

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A Waldo Frank

Mixcoac, 13 giugno 1931

Caro Waldo, pare richiedere più determinazione scrivere una lettera che andare in giro per il mio giardino, fiorito lungo tre lati della casa, che ho piantato a Mixcoac. La mia passione a lungo soppressa per le piante e le ‘passeggiate filosofiche’, tuttavia, non sono la sola ragione della mia negligenza nei tuoi confronti. Novità e incidenti delle prime settimane; poi cercare una casa; poi arredarla con le cose indispensabili, dalla scopa alla teiera, dal rastrello al materasso; quindi ‘irrompere’ in una coppia di nativi per cucinare e spazzare – tutto con il mio limitatissimo vocabolario messicano! Beh, è già un buon andare, appena alzato, a questa altitudine.

Nonostante il ritardo, non ho rimpianti. Ricordi: ho detto di voler costruire un quartier generale il prima possibile, appena arrivato. Ho dovuto barcamenarmi per i soldi, ma il fatto che mi devono del denaro e i vantaggi creativi di un posto tutto mio – finalmente per la prima volta nella mia vita – dovrebbero giustificare i miei gesti. Quanto al Messico – non mi sento così male come un tempo, sono ancora affascinato e impressionato dalla gente e ho voglia di stare più di un anno, se riesco. Avevi ragione, questo è un paese malato; e Dio solo sa se lo è stato da sempre e se lo sarà per sempre. Dubito che sarò mai capace di capire realmente il nativo. Potrebbe essere una ricerca pericolosa. Sono piuttosto certo che lo sia, in effetti. Ma l’umanità è talmente immutata qui, così immediata e davvero nobile (sto parlando di indiani, messicani, gente di paese, non il meticcio comune) che mi sta dando una prospettiva finalmente fresca. E se questa immediatezza creativa sia più o meno profonda di quella che mi ha dato l’Europa… Questo è davvero un “altro mondo”.

Pochi giorni dopo il mio arrivo, ho preso un taxi e ho consegnato le lettere di presentazione che mi hai generosamente fornito. Ho immediatamente sentito Leon Felipe Camino e pochi giorni dopo Estrada… Estrada mi ha donato due volumi di lusso della sua poesia in cambio di una copia di The Bridge. Non so leggere lo spagnolo abbastanza bene da tentare di avvicinarmi ai suoi libri come a quelli di qualsiasi altro poeta ‘messicano’. Ciò che mi rende piuttosto indifferente a tutti loro è che nessuno è realmente interessato a una virgola dell’espressività indigena: piuttosto, sono troppo occupati a scimmiottare (come se fosse possibile in spagnolo!) Paul Valéry, Eliot o – con più intensità – i Parnassiani di 35 anni fa. E sono tutti “annoiati” – o fieri di poter fare qualche citazione. Eppure, io credo che ci sia un terreno lirico, una mitologia, un popolo e uno spirito qui che è capace di espressioni uniche e magnifiche.

Hart Crane