“L’ultima risorsa per dire l’indicibile”: Galloni e Veneziani alla scoperta dei nuovi talenti della poesia italiana. Ecco a voi, Julia Gianferri

Posted on aprile 26, 2018, 8:35 am
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No. La poesia non salva la vita. Soprattutto. Non salva la vita del poeta, che dona la vita nell’atto ustorio della scrittura. Eppure. Per noi non esiste gesto più fragile e violento, più veritiero e disadatto, più alto e disadorno della poesia. Già. Ma oggi la poesia è silenziata. Sta nel club degli affiliati, nel ring dei padroni, nella padronia delle grandi case editrici che se ne fregano del verso libero e dell’endecasillabo letale. Allora. La andiamo a scoprire noi, la poesia. Dove nessuno guarda. Per paura di consecutivi deliri. A scoprire i nuovi talenti – senza l’ambiguità di un talent, ma con la gratuità delle cose che spaccano il cuore in quattro, otto, ottomila pezzi – per Pangea, il giovane Gabriele Galloni (giovane come categoria dello spirito), poeta che ha esordito nel 2017 con Slittamenti, e Antonio Veneziani, che vanta una decennale, decisiva militanza poetica (Brown Sugar esce nel 1979), è stato tra gli autori di pregio in Castelvecchi e Coniglio, ha il genio dello scopritore di talenti. Buona lettura. Controcorrente.

*

Commento di Gabriele Galloni

Julia Gianferri trascrive visioni, sogni, in codice segreto. Il codice del linguaggio che è divenuto altro da sé. Versi che della dimensione onirica hanno un senso di fluire sconnesso, mobile. La predilezione per i singoli elementi da portare all’evidenza nella penombra di un acquario.

La sue immagini si dispongono in successione e continuamente riportano all’Io, instaurando una corrispondenza tra un determinato stato psichico e un sacrifical bonfire della memoria, come nei versi mia madre ci trascinava su una coperta / per il corridoio / il gioco era rimanere aggrappati / per non sentire il pavimento.

Una poesia attenta alle intermittenze e disfunzioni del linguaggio. Alla parola, qui, è domandato il compito di scoprire il nascosto dietro l’immagine delle cose.

Così scrivendo il discorso mira a dichiarare la mancata o accessoria pertinenza della comunicazione. Tematica attorno alla quale Gianferri organizza una personale fenomenologia dell’Assenza, del negativo. La parola, nuda, è l’ultima risorsa per dire l’indicibile. Fino a una riduzione vertiginosa (vertiginosa perché coraggiosissima) alla pura gestualità. Come nel bunraku giapponese.

Commento di Antonio Veneziani

Julia Gianferri ha ventiquattro anni – la sua poesia sembra invece venire da dove gli anni non contano. Da quel buco nero che tutti abbiamo favoleggiato nel sogno, il nero primigenio della Creazione.

Una dimensione che a pochissimi è concesso visitare.

A lei è stato concesso questo privilegio. E per tutta la vita dovrà averne oneri e onori, croci e delizie. Raramente mi capita di leggere, tra i giovani, versi così potenti e strazianti.

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Poesie

 

I

Coagulano le innocenze
ad effettivi rancori
l’unità non rapprende

la gente continua a passarmi dietro
la parusia mi risucchia
non riesco ad averne pietà

dirti di smettere sarebbe confessarmi una finitezza
che è propria dei morti.  

 

 

II

Prendeva medicine di notte
restava sveglio a controllare corollari
di precauzioni e sintomi.
Questo succede a spingere
in eccesso il corpo
in sottovuoto i significati
a convertire l’assenza in
rifiuti organici.
Ora se faceva rumore
era solo per aprire la porta del bagno
tornare a letto per non sentire freddo.

 

 

III

Giocavamo ai giorni di festa
ad osservarle la vecchiaia
rendere l’odore del forcluso
un altro senso

mia madre ci trascinava su una coperta
per il corridoio
il gioco era rimanere aggrappati
per non sentire il pavimento.

 

 

IV

Non ti chiamo mai
ho dimenticato volontariamente
il primo calore
perché era quello più vicino
all’infanzia
al perdono.
Così ora che
anche quello è scorso
che scorro le costole senza perdere il segno
ricordare è una ferita
cicatrizzata, inespressa
il tuo vestito è ridicolo.

 

 

V

A poco vale la stanchezza di una vita condannata a dio
se non si diviene capaci di guardare come lui
dinnanzi, non avere nessun focolare in mano
ma soltanto occhi.
Non illuminando un cammino che di per sé è buio
per impedirmi di vedere
tasto il suolo come se avessi piedi prescelti
dimentico l’intensità delle promesse
nella mia lingua un solco
un emottisi di segreti
che non ho.

Julia Gianferri

 

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