“Seven Days Walking” è un capolavoro per chi ama le vette e legge Paolo Rumiz. Siamo andati ad ascoltare Ludovico Einaudi. Commento con viaggio spirituale

Posted on Luglio 25, 2019, 11:40 am
5 mins

Un ritorno al passato, ai primi album, quelli più intimi ed intimistici. Nel progetto “Seven Days Walking” – un album al mese per sette mesi come sette sono i giorni della settimana e sette i giorni che ha impiegato Dio per creare il mondo (con il riposo domenicale) – Ludovico Einaudi, in concerto il 22 luglio al Teatro Romano di Verona, mette sul pentagramma un viaggio percorso e trascorso nel silenzio di una strada di montagna: sussurri, respiri, lentezza, introspezione. Abbandonata l’energia a tratti rock di “In a time lapse” – unico ricordo, “Experience”, il pezzo con cui ha saluto la platea veronese – il Maestro torinese, accompagnato sul palco da Federico Mecozzi al violino e Redi Hasa al violoncello, ha illustrato le tappe di questo peregrinare d’alpeggio, fatto di spazi, silenzi e di orizzonti infiniti.

*

Non c’è più quell’Africa struggente de “I giorni” (2001) o gli assaggi dei Sigur Ros avvertiti sempre “In a time lapse” (2013), e nemmeno la chimica quasi ottocentesca di “Elements” (2015): i sette giorni di cammino hanno portato Ludovico Einaudi a fare una capriola di Pulcinella, e a “levare” (più che “battere”) gli orpelli sonori per lasciare lo spazio al pensiero meditativo. 

Alla tempesta elettronica degli ultimi due lavori da studio, all’utilizzo della pizzica salentina e al ritmo delle percussioni infuocate e contagiose, oggi fanno da contraltare un raffinato manierismo e una dilatazione dei tempi dei suoni. I suoi passaggi ipnotici e ripetitivi sui tasti bianchi e su quelli neri suggeriscono gli odori di una camminata (“Walking”) con pochi amici, quasi in solitaria, senza più quella coralità avvertita da “Divenire” (2006) in poi.

*

L’esecuzione di “Seven Days Walking” è un capolavoro per chi ama le vette, segue il Maestro dai primissimi lavori e legge Paolo Rumiz, Mario Rigoni Stern o Mauro Corona: si avverte l’essenza raffinata della resina riscaldata dal sole.

L’esecuzione di “Seven Days Walking” può non piacere a chi ama il mare e le feste in spiaggia, quelle fatte di balli, sabbia e sonorità contagiose.

L’esecuzione di “Seven Days Walking” è comunque da ascoltare con gli occhi chiusi per lasciarsi trasportare in questo viaggio spirituale, lento e profondo, che trova una ulteriore forza narrativa ed evocativa negli echi che gli strumenti di Federico Mecozzi e Redi Hasa rimandano al pianoforte.

Spiazzante quindi ma non per questo non raffinato, anzi: l’eleganza della scaletta, i black outfit degli artisti e quella lieve timidezza di Ludovico Einaudi alla fine delle due ore di concerto sono marchi di fabbrica.  Che possono piacere come no: la quarta parete invisibile tirata su come di consueto (altro must del compositore), il dialogo tra i suoi occhi e le sue dita – in una sorta di contemplazione peripatetica – e l’abbandono finale al buio, che si scioglie in un sorriso riservato, fanno parte del suo mo(n)do musicale. Unico.

*

Concerto suddiviso in cinque atti – cinque “blocchi” di canzoni in apnea, quindi senza pause –, quasi a voler omaggiare il luogo che ha ospitato l’evento, il teatro romano. Tre viaggi lunghi e due scorci, gli ultimi. Non annotta ancora quando si alzano le note di “Low mist var 1”, “Low mist”, “Gravity”, “Matches” e “Butterflies”. Applausi. Poi spazio a “Simmetry”, “Elements”, “Cold wind var 1”, “Cold wind”, “Low mist reprise”. Un respiro profondo, lo stesso che si accenna e si cerca nel petto dopo una centrifuga emotiva. Il terzo attimo parte con “Under wood” per poi entrare in “Fox tracks”, “Fuori dal mondo”, “Ascent” e “Fossils”. Due i bis, “Solo” e, come detto, “Experience”, in versione meno esplosiva ma ugualmente poderosa.

Solipsistico, “Seven Days Walking”, curato nei minimi particolari, racchiuso dentro una campana di vetro alla ricerca della forma migliore della creazione. Interiore, accessibile a chi ha la voglia di camminare assieme a lui lungo i tasti neri e bianchi del pianoforte.

Alessandro Carli