“Io amo la realtà anche quando è orribile”. Il giorno in cui incontrai Lucio Dalla (a proposito: tanti auguri!)

Posted on Marzo 04, 2020, 9:33 am
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La data di nascita coincide con il titolo di una delle sue canzoni più celebri, quella che racconta la storia di una ragazza di 16 anni e di un soldato che fanno l’amore. Da quell’incontro rimane un figlio. Che si chiami Gesù Bambino o Lucio Dalla poco importa: entrambi, a modo loro, sono nati il 4 marzo del 1943.

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Capisci che la sua “casa è Piazza Grande” – e per tutti Piazza Grande è Piazza Maggiore – quando ti avvii verso Via D’Azeglio: al civico numero 15 c’è la sua dimora. All’angolo con Piazza dei Celestini, se alzi gli occhi, vedi sul muro un suo profilo disegnato: una cuffia di lana in testa, il sax e tre gabbiani che gli volano attorno. Non sei mai solo quando imbocchi quella via: dagli altoparlanti si espandono le sue canzoni. Che ti accompagnano, idealmente, verso il mistero. 

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“A chi mi crede prendo amore/ e amore do, quanto ne ho”. Ne aveva tanto, Lucio, di amore. Per il mare, in prima battuta. Profondo come quello delle Tremiti – è lì che ha scritto “quella canzone” – ma anche per quello di Rimini. E, soprattutto, quello partenopeo.

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“Ero in barca tra Sorrento e Capri con Angela Baraldi: stavamo ascoltando le canzoni di Roberto Murolo quando ci si ruppe l’asse del motore. Andammo a vela per qualche miglio e poi chiamai un amico, il proprietario dell’Hotel Excelsior Vittoria, che ci trainò al porto. In attesa che aggiustassero la barca, ci invitò a passare la notte in hotel, proprio nella suite dove morì Caruso. Lì c’era tutto, anche il pianoforte, completamente scordato. Quella sera un altro amico, giù al bar ‘La Scogliera’, mi raccontò di un Caruso alla fine dei suoi giorni, innamorato di una giovane cantante cui dava lezioni. Era uno stratagemma per starle vicino, ma l’ultima sera, sentendo la morte arrivare, fece portare il piano sulla terrazza e cantò con un’intensità tale che lo sentirono fino al porto. Mi sono inventato la scena dei suoi ultimi momenti, quando pensa alle notti là in America. Era un passaggio che nel 1986 per me, che stavo per partire per un tour negli Stati Uniti, aveva un significato particolare. Per me quel ‘Te vojo bene assaje’ messo in quel punto della canzone significava darle il marchio della napoletanità. Da sempre nutro una grande passione per Napoli, per la sua cultura, dalla scrittura alla filosofia fino alle canzoni: è una città che mi ha sempre catturato”.

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Ma è solo di notte, quando la luce si affievolisce e i tratti somatici si confondono, che tutti i “briganti” (così si definisce in Piazza Grande) riescono ad avere una patria. E se ne stanno lì, avvolti dalle loro sciarpe, a pensare ai pensieri. A Lucio non piaceva molto il compleanno: nel 2008, il giorno dopo, scrisse: “Scusate… avevo il telefonino spento. Grazie per gli auguri”.

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Lucio Dalla in una fotografia di Alessandro Carli. “Fu un suo concerto a inaugurare, nel maggio 2002, la nuova darsena di Rimini, dove Lucio Dalla aveva una sua barca… Salgo sul “Brilla&Billy” – prima di me avevano avuto questo onore Ron, Luca Carboni, Samuele Bersani, Antonello Venditti, Edwige Fenech –, mi dà la mano e mi chiede qual è la sua canzone che preferisco…”

Fu un suo concerto a inaugurare, nel maggio 2002, la nuova darsena di Rimini, dove Lucio Dalla aveva una sua barca. Tra i pochi privilegi che ha chi fa questo mestiere in via d’estinzione – parlare di lavoro è eccessivo e poco ecumenico – c’è anche quello di poter accorciare le distanze. In redazione – ai tempi lavoravo come collaboratore per un quotidiano della città che oggi non c’è più – mi dissero di andare a intervistarlo. L’argomento non era la sua musica ma il calcio: era tifoso del Bologna ma seguiva anche il Rimini. Salgo sul “Brilla&Billy” – prima di me avevano avuto questo onore Ron, Luca Carboni, Samuele Bersani, Antonello Venditti, Edwige Fenech –, mi dà la mano e mi chiede qual è la sua canzone che preferisco. “Cara” rispondo. Sorride. Gli chiedo qualcosa sul calcio, ma poi si va nella sua musica. Com’è profondo il mare l’ha scritta alle Tremiti. Un pezzo l’ha scritto al Grand Hotel di Rimini, ma non ricordo quale. Forse Stella di mare. Per i riminesi il brano però è uno: L’anno che verrà, colonna sonora di tanti capodanni trasmessi da piazzale Fellini. “C’è una certa amarezza che gira per la canzone – spiegò Dalla parlando di questo pezzo – perché in fondo è una canzone che parla di noi. i ‘sacchi di sabbia alla finestra’ li mettono adesso: questo è il paese degli antifurti. È un discorso pessimista, in qualche modo; però c’è, alla fine, il riscatto: anche se l’anno prossimo sarà brutto, io ci voglio essere. È questa la novità”.

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Siamo in coda agli anni Settanta. Si interrompe la collaborazione artistica tra lui e Roberto Roversi. “Dopo Roversi non avrei mai immaginato di poter scrivere testi con altri. È come quando scopi con la Schiffer; a un certo punto lei non c’è più e al suo posto c’è un pastore tedesco. Allora capii che dovevo cominciare a scrivere i testi delle mie canzoni”. E si apre la magia: da lì a poco usciranno i tre capolavori, “Dalla”, “Lucio Dalla” e “Com’è profondo il mare”.

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A Bologna vivono Anna e Marco. “Io ho due protagonisti fissi, ideali, che sono Lui e Lei. Innanzitutto non sono generazionali ma plurigenerazionali; possono essere ragazzini come Anna e Marco o i due adulti di Futura, o i vecchi di Ciao. I grandi ragionamenti li fanno i protagonisti, e li fanno perché gli cadono addosso, come una nevicata, perché sono stupefatti da un tramonto o perché non gli si infila il bigolo nel posto giusto… Quindi la scrittura di una canzone è sempre sceneggiatura, ciò mi consente di creare una forma di esasperazione dei sentimenti che se dovessi costruirla su di me sarebbe una falsificazione assoluta, visto che sono tutt’altro che esasperato”.

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È sempre di Bologna un’altra fotografia. “Mi inteneriva questa mancanza di precauzione con la quale i giovani vivevano allora. Venivano conquistati anche dal luccichio delle idee, da una forma di violenza che poteva sembrare, e magari era, gratuita e fine a se stessa. Che non portava a nulla se non alla contrapposizione spesso irrazionale. Scrissi Il cucciolo Alfredo anche per recuperare una libertà semantica di gesti e di parole che si era persa perché sovrastata dal peso dell’ideologia forzata. Bologna ha avuto quella settimana terrificante del 1977: io sono rimasto chiuso in casa per tutto quel tempo. Abitavo fuori dal centro e sentivo cosa succedeva dalla mia terrazza, ero in contatto con gli amici. Poi sono andato una volta in via Zamboni, all’università, per rendermi conto, e lì vidi dei carri armati. Non eravamo preparati, né tantomeno adatti ad affrontare quella realtà. C’erano gli Indiani metropolitani, c’erano i gruppi che venivano da Roma, la situazione era tesa, ma in realtà sembrava quasi una messa in scena. Non era il naturale sgorgare di una protesta con un significato visibilmente politico, ma una rappresentazione quasi grottesca. E una sera la canzone venne fuori così: avevo fatto tardi e stavo aspettando degli amici ‘da Vito’, dove ci ritrovavamo tutti; vidi passare un tram con uno dentro che sembrava più scalcagnato di un marocchino. Da solo, in questo interno del tram, aveva tutta l’estetica dell’autonomo e mi ha fatto tenerezza perché ho pensato alla sua grande allegria nelle manifestazioni e alla solitudine quando poi si trovava da solo. La solitudine fisica dico, non mentale. Si era praticamente sempre in gruppo, c’erano le comuni, le grandi masse, ma si era anche soli nonostante questo supporto dell’impegno politico-sociale”.

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Bologna, Napoli, Rimini e… ovviamente Berlino. “Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Check Point, punto di passaggio tra Berlino est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura”. Ma Berlino è anche altro. È Disperato erotico stomp, forse il pezzo più alto, ben più delle “scale tre alla volta”. Un’analisi solitaria del mondo, autoironica ed essenziale, la “leggerezza” calviniana rimasta fuori dal libro. Qui Lucio parla di “pelo, che nero”, di “grande fica”, di una “puttana, ottimista e di sinistra”, di “cappella”. La città del Muro appare nella sua nitida disperazione quando Dalla incontra uno che si era perduto. “Gli ho detto che nel centro di Bologna/ non si perde neanche un bambino/ Mi guarda con la faccia un po’ stravolta/ e mi dice ‘Sono di Berlino’/ Berlino, ci son stato con Bonetti/ era un po’ triste e molto grande”.

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“Io l’ho conosciuto, Ayrton, era veramente un uomo diverso, fuori da tutte le categorie. Era un mistico. In pista era un animale. Una belva. Non aveva paura di niente. Il diavolo sembrava uno svizzero a confronto. Ma la cosa stupenda è che fuori dalla corsa era completamente diverso. Era un uomo delle stelle, un uomo del cielo. Un uomo di una bontà assoluta. Non si sapeva mentre era vivo che lui manteneva 20-30 bambini di strada in Brasile in una Fondazione che non ha mai pubblicizzato. Non era ricco. Era uno dei pochi corridori arrivato con le vittorie e non con il denaro del padre. Ero a Imola quando Ayrton morì. Rimasi colpito. Dopo pochi giorni venne uno che non aveva mai scritto una canzone. Un attore di teatro molto bravo (Paolo Montevecchi di Cesena, ndr), che mi fece ascoltare questa canzone per sapere cosa ne pensavo. Era cantata in italiano e in brasiliano. La cosa incredibile è che non poteva sapere le cose che io sapevo di Ayrton. E quando andai in Brasile, conoscendo bene la sorella, feci ascoltare la canzone alla sorella e si mise a piangere. Era esattamente il linguaggio che molte volte Ayrton usava per raccontarsi”.

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“Io amo la realtà anche quando è orribile. Amare la realtà significa presentarla attraverso meccanismi accessibili. Significa trovare in ogni momento quel barlume di ottimismo che ti aiuta ad andare avanti pur continuando a osservare, a tenere gli occhi bene aperti sul mondo. Vedere il lato buono in ogni cosa è una conquista che costa fatica”.

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“Mia madre non si è mai opposta al fatto che io facessi il musicista. Anzi, era molto soddisfatta; tant’è che io con un po’ di amarezza smisi di andare a scuola in quinta ginnasio per andare a suonare a Roma e avevo dei dubbi che mi levò lei. ‘No’ disse, ‘va’ a Roma immediatamente a suonare e a divertirti! È meglio avere un artista in casa che un bidello”.

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In fondo, Lucio, hai ragione: l’impresa eccezionale è semplicemente essere normale.

Alessandro Carli