Nel segno di Sgalambro, Ceronetti, Flaiano: aforisti italiani del nuovo millennio pronti a sfidare i secoli. I casi di Arthur Rêve e di Federico Leo Renzi

Posted on Luglio 01, 2019, 9:44 am
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La lettera, conversazione con un assente, rappresenta un evento capitale della solitudine. Cercate la verità su un autore nella sua corrispondenza piuttosto che nella sua opera. L’opera è per lo più una maschera. [Emil Cioran, Mon cher ami. Lettere a Mario Andrea Rigoni (1977-1990), Il Notes Magico, Padova 2007]

L’Italia è una nazione in declino. Questo è il mantra che sentiamo ribadire dai funebri tamburi dei media non meno che dagli uomini del sottosuolo. E tuttavia una nazione in declino è il suolo più fertile per una scrittura di fioretto intinta nel veleno del radicalismo, del pessimismo più tagliente.

Pur nella sua inverosimiglianza, in una nazione che espatria presunti cervelli e ne soffoca centinaia d’altri, una generazione di aforisti è cresciuta sulle spalle dei giganti. Molti sono i frequentatori di questo boudoir letterario che, forti degli apripista Bufalino, Ceronetti, Flaiano, Rigoni, Sgalambro, Silva, Verrecchia – in rigoroso ordine alfabetico – si stanno faticosamente facendo strada verso le vette del cinismo. Cinismo che lo stesso circuito editoriale alimenta ritenendo l’aforisma un genere di nicchia o riservato agli autori già affermati come divertissement da perdigiorno. Domandatelo a Leopardi se riteneva lo Zibaldone un passatempo e non la summa del suo itinerario speculativo. L’aforisma è il punto d’approdo del filosofare per frammenti, il pensiero che dopo essere naufragato sugli scogli del Sistema non può che ridursi alla gnomica. La scheggia impazzita che tanto detestano gli accademici, questi sarcofagi dell’Essere. Ma, a differenza della poesia, spesso abusata e stuprata da improvvisati parvenu del verso, l’aforisma è arte tanto sottile da risultare sfuggente, in primis agli occhi dei lettori.

Tra i nomi che meritano l’attenzione dei più avvertiti tra voi, accanto ai classici senza tempo, mi preme segnalare Arthur Rêve, inedito eteronimo sabaudo dalla penna acuminata e incline al misticismo. Un più che degno erede del maestro Ceronetti: «Neppure l’esenzione dall’anatomia del post(umo), il privilegio del cupio dissolvi. Immaginare un’archeologia dei meme mette i brividi. “Nella malinconia dei vivi volerà a lungo la mia ombra?”. No, si libreranno ghirlande di like». In Rêve il piacere del paradosso è attraversato dal ghigno del folle che riconosce la dissoluzione della Tradizione in un ininterrotto calembour di arguzie: «I tecnocrati che parlano di valori della civiltà occidentale. Balbuzie stantia. È come sentire parlare un procariota di poesia trobadorica». «Ciascuna cosmogonia fonda la propria sostanza su un sacrificio ab initio. Dal momento che la divinità si addentra nel mondo la morte comincia ad intaccarla. Forma, struttura ed ordine sono i requisiti della dissoluzione».

Altrettanto velenoso, di un sarcasmo più sottilmente cioraniano è prodigo il veneto Federico Leo Renzi, anch’egli inedito, la cui scrittura non si sottrae al corpo a corpo con l’assenza di senso. Il vuoto va colmato o, se possibile, vissuto, goduto. Il pugnale dello scettico è sempre in agguato nella penombra dello spirito: «Gli intellettuali si dividono in due categorie: quelli che sono orgogliosi di essere tali, e quelli che se ne vergognano come fosse un marchio d’infamia. Ciò che li accomuna è l’incapacità di accettare serenamente il proprio status: che s’incensino o si fustighino, che si credano salvatori o reietti, si sentono sempre tre metri sopra o sotto il loro ruolo… dall’esterno appaiono come un attore che occupato il centro del palco, invece di recitare, si perda a monologare sul senso della propria maschera». «Ognuno di noi è segnato da una ferita radicale: persino lo sguardo altrui nel sfiorarla ci devasta dal dolore, eppure è questa ferita l’unica porta d’ingresso a ciò che veramente siamo… la chiave per il nostro cuore, ha la forma di un coltello». «Quando Dio trasloca, il posto lasciato vacante lo occupano la sifilide, la canaglia e le fiere: in sintesi nasce la città».

Quel che sorprende e nel contempo seduce è la maturità stilistica e la varietà tematica – sempre sotto i vessilli del Caustico – che solo i più avidi divoratori di moralistes possono vantare. In Renzi non meno che in Rêve la lezione dei maestri dell’inattuale come Montaigne, Chamfort, Lichtenberg, Schopenhauer, Hebbel, Nietzsche, Cioran, Caraco e Gómez Dávila è avvertibile e ancor più amaramente godibile. Dinanzi a due grandissimi cesellatori si deve rendere omaggio nonostante la vita, contro l’evidenza. La speranza del sublime spesso si palesa nell’inatteso. E Godot è alle porte.

Luca Ormelli