“Il pregio maggiore delle nostre vite è che non si fanno irretire dallo sguardo meduseo del verbo essere”: vita a tratti di un uomo che crede in “Rayuela” di Cortázar come nel destino e divide i lettori in ricci o volpi

Posted on Aprile 22, 2019, 12:15 pm
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Non si affezionava alle case. Non era una tipa nostalgica, era sempre proiettata in avanti, piena di idee, di slanci, di imprese mirabolanti.

Amavamo entrambi Rayuela, capolavoro dello scrittore argentino, un libro feticcio che riaffiorava carsicamente nei suoi discorsi.

Poi era comparso lui, col suo sorriso contagioso, il cappellino da baseball, una t-shirt bianca sotto a una tuta rossa a righe e ai piedi strascicanti delle ciabatte aperte, da spiaggia, come se al posto di un bagno di folla stesse per fare una pedalata in pattino. Lui sembrava non sentire minimamente la tensione. “Ciao bomber!”, esclamò vedendomi appena entrato. Anche per mail mi chiamava così, “bomber” o “capo”, e io ogni volta mi sentivo il benzinaio a cui il cliente in Porsche chiede di fare il pieno. Non facevi in tempo a ricambiare il saluto che mi domandava a che punto ero col nuovo lavoro. Faceva sempre così lui. Era molto riservato, non amava parlare di sé, mentre io non avevo remore, probabilmente per deformazione professionale. Invece di rispondere alle mie domande lui le rivoltava piegandole a quello che voleva dire, o facendomi domande a sua volta e costringendomi a dirottare l’attenzione su di me. Il libro che stava scrivendo parlava di case, le case degli artisti che aveva amato e quelle dei suoi genitori. Mi disse che era a buon punto e gli chiesi com’era quella della sua infanzia. Pensavo che ce l’avesse portato lì un pizzico di nostalgia e invece niente. “Non mi affeziono alle case”, rispose con tono risolto, ripetendo le parole di lei e ammiccandole con languore, indirizzandole un occhiolino. “Poi sono sempre vissuto in affitto, sono contro la proprietà, anche la mia”, adesso non disponeva nemmeno di una camera sua perché dormiva dove capitava, e forse presagiva e desiderava fosse la nostra la sua prossima dimora. “La vista era bella, dall’appartamento della mia infanzia”, proseguì, “ma subito davanti c’era un benzinaio”, e il palazzo era una costruzione piuttosto anonima e fredda, sembrava un pezzo di periferia innestato nel centro di Roma.

Insomma, non era neanche lui un tipo nostalgico, non aveva neppure lui la malattia della casa (nostalgia in inglese si dice homesickness), come se più che un posto abitasse un’occasione (I dwell in Possibility, diceva Emily Dickinson, a fairer House than Prose). Anche lui era sempre proiettato in avanti, pieno d’idee, di slanci, di imprese mirabolanti e progetti pazzeschi da realizzare con l’incoscienza e il coraggio dei papaveri che crescono sui binari, mentre io al confronto sembravo una mummia di Ruysch, intento a propiziarmi il passato più che il futuro. Eppure pensavo che a una certa età, la nostra età, quando superati i cinquanta ti rendi conto che quello che ti resta è meno di quanto ti aspetta, la nostalgia fosse qualcosa di inarginabile. Non per forza la cappa pesante che asfissia, ma quel velo sottile che avvolge le cose, tutte le cose, quando realizziamo che siamo solo di passaggio, e che ci induce a ricordare con dolcezza i momenti andati pur godendo appieno del presente, come diceva Julio Cortázar, il nostro fil rouge.

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Scoprii che amava Borges: gli regalai una copia di Finzioni autografata dall’autore, la gemma più preziosa della mia biblioteca.

Era partito tutto da lì, i ringraziamenti, le confidenze, la scoperta che ciò che lo aveva toccato erano anche alcune coincidenze dolorose, come la malattia che aveva afflitto le nostre madri nei loro ultimi giorni di vita. Amavamo entrambi Rayuela, il capolavoro dell’argentino, un libro feticcio che riaffiorava carsicamente nei nostri discorsi. La verità è che ci sono incontri con i libri che non hanno nulla da invidiare a quelli con le persone, incontri che favoriscono un legame affettivo come se funzionassero da agnizione, da riconoscimento reciproco.

“I momenti creativi prendono vita nel silenzio”. La famiglia: “Non ho mai abbracciato mio padre o mia madre, pur volendogli bene”.

A vederlo così indiavolato mentre discuteva per qualche suo astruso principio, quando era così tutto amigdala, energia pura, una scarica ininterrotta di adrenalina, riusciva difficile immaginarlo ensimismado, per usare un termine cortazariano, cioè completamente assorto, rapito dai propri pensieri, immerso in letture dilatate nel tempo e nello spazio da una solitudine inviolata, come si vedeva nelle foto che postava di tanto in tanto su Instagram, eppure le due cose erano mirabilmente collegate. “I momenti creativi prendono vita nel silenzio, si nutrono di solitudine, anche di senso di scoraggiamento”, ho letto in un libro. Ed è proprio alla ricerca di quei momenti che sono progettati i nostri viaggi. Viaggi agli antipodi, di esplorazione della solitudine e dei suoi infingimenti, interrogazioni del vuoto, come per il soggiorno nel deserto raccontato ne I girovaghi di dio, romanzo semisconosciuto edito da una piccola casa editrice di San Marino, in cui si narrano le storie di Maryam e Yusuf, si, Maria e Giuseppe, una giovane coppia senza futuro nel proprio paese, la Somalia, che scappano insieme, insieme attraversano il deserto, passano la Libia, trovano un barcone e insieme salpano, vengono soccorsi e insieme sbarcano a Lampedusa, vengono inviati ALL’UHM di via Mattei e di lì trasferiti, lui a Ravenna, lei a Ferrara. Parte l’iter del ricongiungimento, che non è semplice, perché la prima preoccupazione delle autorità, specie se si tratta di una donna appena maggiorenne, è verificare, giustamente, che il matrimonio sia reale e non la copertura di un caso di tratta. Riescono a ricongiungersi, quando arriva, dopo pochi giorni, la notizia che aspettano un figlio. Dopo qualche mese nasce Abdirizak, che significa ‘figlio di Dio’, e nasce qui, in una terra abituata al sovranismo, al populismo, alle contumelie, ai post cattivi ed inutili, anime che si credono buone e belle, ma anche qui, in questa terra terra, abitata da aria fresca e pura, acqua nuova e chiara, venti speranzosi e ottimisti, vita, miracolo e meraviglia. Altri racconti parlano di convivenze e di nomadi berberi con i quali non si scambia una parola ma ci s’intende a gesti, storie di piccoli che imparano a fare i pastori, e la commovente vicissitudine della capra zoppa che segue il gregge finché non è costretta a tornare indietro perché non regge il passo delle altre. Avvertire in tutto questo una grande disposizione all’ascolto e all’osservazione, che è poi il sintomo più nobile di ogni autentica vocazione artistica, ma anche il bisogno ogni tanto di sparire, di non esserci più per nessuno, neanche per sé stesso, e farsi sguardo stupito e beato, appagato solo della propria assenza.

In quegli accenni si intuisce che lì qualcosa è mancato, come quando si dice “non ho mai abbracciato mio padre o mia madre pur volendogli bene”. “On ne parle jamais de soi sans perte”, avvertiva Montaigne, e forse è quel timore a frenarci dall’aprirci ancora, ma al di là di comprensibili reticenze, il pregio maggiore delle nostre vite è che non si fanno irretire dallo sguardo meduseo del verbo essere, come in quelle esistenze un po’ troppo autobiografiche in cui la star sale sul piedistallo, edifica il monumento di sé stesso, e ammorba l’uditorio ripetendo fino allo sfinimento “io sono, io sono, io sono”.

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Ma che tipo di scrittori siamo e vogliamo leggere? Prendendo per buona la celebre ripartizione di Isaiah Berlin, che si divertì a dividere gli scrittori in due opposte fazioni: i ricci e le volpi, con i primi dominati da un unico, totalizzante principio ispiratore, e le volpi che perseguirebbero invece una molteplicità di fini senza curarsi troppo di tradurli in una visione organica, direi che lui apparteneva sicuramente alla seconda categoria. Ma anche fra i lettori ci sono i ricci e le volpi, e se i primi debbono fare di ogni autore un’esca per i propri fantasmi, i secondi preferiscono fungere essi stessi da esca destinata ad attirare i fantasmi altrui. E anche in questo caso Lui si confermava una volpe, e l’esca per il suo amato Cortázar è il rito della preparazione del mate, grazie al quale si danno convegno le sue creature fantastiche più folli e adorabili, i cronopios e i famas, protagonisti di uno dei suoi libri più fortunati. I famas sono nostalgici per natura, imbalsamano ed etichettano i ricordi, mentre i cronopios incarnano l’intuizione e la poesia, come quando disegnano una rondine sul guscio delle tartarughe per farle sentire più leggere. Eppure, è lo stesso argentino a mettere in guardia il lettore dalla comoda scappatoia della mera contrapposizione. “Non esistono cronopios senza famas, è la dialettica della specie”, perché il fantastico non è che il quotidiano visto sotto una luce di rivelazione. Ecco, a volte i cosiddetti opposti sono categorie relazionali, in cui ciascuno detiene il senso dell’altro, in cui sembriamo Don Chisciotte e Sancho: lui alto, secco e lancia in resta, e io invece Panza di nome e di fatto, leggendo insieme il Don Chisciotte riscritto da Perez Reverte, aggiungendo: “Lo so che non è culturalmente una cosa da dire in giro, ma siccome non l’avevo mai letto mi sono dato alla versione facilitata”. Io incassai l’ennesimo “bomber ” e gli consegnai il pacchetto che mi ero portato dietro, un libro di Piero della Francesca, la copia anastatica del trattato De Prospectiva Pingendi, mi piaceva la prospettiva, e pensai che doveva piacere anche a lui, l’idea che a dispetto delle leggi di questo stupido mondo euclideo, per le quali due linee parallele mantengono sempre la stessa distanza e non s’incontrano mai se non all’infinito, i nostri occhi invece trovano il modo di farle avvicinare e congiungere. Lui sfogliò le tavole con attenzione, si soffermò un attimo su quelle metafisiche dei volti da manichini composti da numeri, poi disse che lo avrebbe mostrato alla figlia, che studia arte e ama tanto il Rinascimento.

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Con lui mi sentivo costantemente in debito da quando parlò del suo libro, e non volevo mai sembrare uno stalker con la mia incondizionatamente e pedissequa ammirazione. D’altronde, sull’ambiguità del rapporto tra idolo e fan c’è una letteratura sterminata, dalle riflessioni di Elizabeth Costello di Coetzee fino all’iperbole macabra di Misery di Stephen King, il libro che mi sarei portato nella tomba come Eleonora d’Aquitania. Infine ci salutammo affettuosamente, e nell’attimo in cui si sciolse l’abbraccio, l’attimo che precede l’allontanamento, quando scivoliamo all’indietro come un moonwalk dell’anima e comincia la prima rotazione del corpo, in quella sorta di stallo, in cui per me si racchiude il mistero e la magia dei rapporti umani, mi sembrò di aver raggiunto l’ultima casella di Rayuela, il mitico Ygdrissil, il centro del mandala.

Luca Gaviani