“Lo squalo” è il più bel film dell’estate, un adattamento moderno di “Moby Dick”, l’angelo della vendetta che mette alla prova la nostra vita, insignificante

Posted on Luglio 18, 2020, 12:58 pm
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Lo scorso quattro luglio, come ogni anno, ho rivisto Lo squalo. Ambientato durante il Giorno dell’Indipendenza, Lo squalo è stato il primo “blockbuster” estivo: uscito nel 1975, senza troppe pretese, ha causato una frenesia memorabile. È una delle pietre miliari del cinema: un film ‘mostruoso’ e meravigliosamente intelligente, una prova tecnica superba di quel grande regista che è Steven Spielberg. È un film inquietante, sibillino, ultraterreno. Sembra riassumere tutto – passato, futuro, arte, intrattenimento, mitologia –, e oltre a spaventarci, ci convoca per una riflessione, produce una specie di espiazione.

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Tra le tante cose, Lo squalo sottolinea l’insignificanza della civiltà umana di fronte alla natura. Rappresenta la confusione umana, gli errori del possesso e della proprietà. Lo squalo rivela la fragilità del mondo umano, ma è allo stesso tempo un simbolo: la cosa più devastante contro cui devono lottare i residenti di Amity Island, in effetti, non è lo squalo in sé, ma le implicazioni metaforiche che incarna.

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Più semplicemente, Lo squalo parla di tre uomini in barca, alla caccia di un pesce gigantesco e famelico. I riferimenti lo rendono un adattamento moderno di Moby Dick… Come la Balena Bianca anche lo squalo è infinito, pare immortale, rappresenta lo sconosciuto, è una parabola dell’avidità umana, una satira, una condanna. Come il Capitano Achab è ossessionato dal capodoglio che gli ha segato la gamba, così Quint, pescatore di Amity, brizzolato, desidera cacciare il grande squalo bianco che terrorizza l’isola.

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Quint, durante la Seconda guerra, ha operato su una nave che doveva consegnare parti della bomba che sarebbe stata sganciata su Hiroshima. La nave è stata silurata, lui fu tra i pochi sopravvissuti. In un monologo lento e inquietante Quint narra la settimana trascorsa sul Pacifico, con un giubbotto di salvataggio, tra sciami di squali. Quint sa che una vita, in balia della natura priva di sentimenti, è insignificante. Quando lo squalo sopraggiunge ad Amity sono passati quasi trent’anni da quando la sua vita è stata risparmiata, nel mare delle Filippine. Come il Capitano Achab ha sprecato gli anni inseguendo una balena, così Quint ha sperperato la vita che gli squali hanno scelto di non sottrargli. È plausibile che lo squalo, gigantesco e molto intelligente, dall’aspetto vagamente soprannaturale, sia un angelo della morte, giunto a reclamare la vita di Quint. Achab odia le balene; Quint odia gli squali: entrambi hanno sprecato la vita in cose meschine, vendette, guerre, divorzi.

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Lo squalo, insomma, è una specie di agente divino, un punitore: ciò dona al film un significato che riguarda il tema della salvezza. La logica argomentativa dello Squalo impone che i piccoli problemi dell’uomo siano irrilevanti, ma ammette che tutti gli uomini, per quanto piccoli, possano avere ruoli di grande importanza… Uno degli slogan promozionali del film paragonava lo squalo al diavolo, ma, come per la Balena Bianca, non è detto che non possa essere un dio.

Olivia Rutigliano

*Questo articolo, riprodotto in parte, è stato pubblicato qui