“L’Italia migliore è nei cimiteri?”: sulla poesia di Giovanni Casoli, anarca cristiano davvero ‘civile’

Posted on Febbraio 28, 2018, 1:04 pm
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“Tutto è intimo”, scriveva Friedrich Hölderlin. Anche il fuori, realtà esteriore. Anche un paesaggio invernale.

“Così gli ori e i verdegrigi di novembre / appaiono composti da perfette tavolozze / in miracolosi affreschi e compiute tele.” Così Giovanni Casoli in un poema di Tutto è intimo (La Ghiringhella, Concorezzo, Monza e Brianza, 2017), e che quel paesaggio sia arte o mondo non è cosa che l’uomo debba indagare, chiosa, perché è come lui creazione, è l’una e l’altra cosa, e comunque “realtà imperfetta, incompiuta opera d’arte”, nel suo essere incarnato, “perché la bellezza è ferita profondissima, / e la verità, se non s’incarna, è morte –”.

Siamo dunque nella fisiologia della realtà più che nella teologia, in una teologia che si fa tramite la Creazione.

Siamo lontani da ogni chiacchiera, poiché nella poesia, o meglio con la poesia allontaniamo ogni chiacchiera.

In Che cosa è la poesia Casoli tenta l’identificazione: “Perché la poesia non è ferita? / Perché è la ferita. / Trapassa la vita / dal primo ueee all’ultimo vagito.” È l’universo holderliniano, leopardiano heideggeriano: nel quale fa luce l’onomatopea del poppante che si affaccia alla vita e piange. Siamo nel corpo. In cerca d’anima. E della bellezza che è l’armonia tra dentro e fuori, Dio. Mentre il parlare quotidiano è poesia obliata e logora; così Heidegger in esergo scelto da Casoli.

“Che spada affilata penetrante! / Trapassa tutta la bellezza / (monti, prati, volti, corpi, cieli) / non la possiede e così la conosce.”

La poesia, intesa come brama di ciò che sta aldilà e che è divino. La poesia, la parola letteraria che attraversa e rivela la realtà.

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1886, Francia in “declino”: le Illuminazioni di Arthur Rimbaud. 1866, l’Italia che “risorge”: Edmondo de Amicis, il libro Cuore. (L’Italia in precedenza non è mai esistita. Ma la vulgata parla di un “risorgimento”). Pochi lustri dopo i due paesi sono sulla stessa barca. Nelle burrasche degli anni tra le due guerre mondiali. 1929: in Francia, Cocteau scrive I ragazzi terribili; in Italia, Moravia scrive Gli indifferenti. Questa la misura del sentire letterario di fronte alla realtà, per la cui lucida visione ci vorrà l’avvento di un Pasolini. Con la peculiarità “italiana” del bisogno che, dal disfarsi, possa per lo meno emanarsi una cultura, “faticoso cercare”.

Se, come scrive Casoli, “per non avere una patria bisogna avere una patria”, è vero che io ne ho una e che è la terra dei miei nonni, dei miei genitori, che però non è tale, obliterata da una finta patria che costituisce un limite alla patria più ampia del Vecchio Continente cristiano, e che come uno spettro sèguita ad aggirarsi per le contrade della penisola come uno spettro, fino alla sua dissoluzione a venire, necessaria, gloriosa o ingloriosa che sia: “Patria, dicevano un tempo, / io ti chiamerei soltanto paese, / visto al tramonto o all’alba, sparso / o disperso, assorto o indolente, / morto […].” Così Casoli. Che chiede: “L’Italia migliore è nei cimiteri?”.

Sono le parole di un poeta non triestino, né lombardo, né veneto, bensì romano. Sono tuttavia le parole di un poeta, e anarca, cristiano davvero religioso e civile. Poeta religioso perché va a Dio, cerca Dio nelle cose, le rilega a Dio come simboli, secondo il genio medioevale. Poeta civile perché è in guerra poetica aperta contro l’incivilità tutta italiana col suo falso idolo di una falsa patria. Il suo pensiero è dunque l’antitesi di quello “delle persone che da europei erano decaduti alla particolarità di un paese”, come scriveva Pierre Drieu La Rochelle in Intermezzo romano, sotto i colpi della bestialità del nazionalismo, per dirla con Grillparzer e Roth.

Nel suo saggio Presenza e assenza di Dio nella letteratura contemporanea Casoli scrive d’altronde che esser moderni vuol dire vivere in un paese forgiato dalla borghesia nel quale “non trovare più nella tradizione culturale il proprio mondo e il proprio linguaggio (e dunque il proprio rapporto alle radici)”, lo stesso vuoto che suscitava le grida di Rimbaud, e il bisogno di linguaggio che c’illumini su questa “terra desolata” in cui è venuto meno il nesso simbolico della realtà, e quello tra il bello, il buono e il vero, come afferma Casoli, il quale con Hölderlin, Leopardi e Heidegger si è trovato di fronte a una scelta, tra il nulla e la Croce, pane e vino.

RomaQuello che Casoli ha sviluppato, nei saggi come in poesia, è un pensare e poetare cattolico, dunque umano e umanista senza essere umanitario o umanitarista: è il pensiero di un uomo pronto ad andarsene, perché apocalittico più che integrato, in una pseudo patria che più di tutto si cura di disintegrare il “suo” meglio; è la poesia di un uomo che è ontologicamente autonomo e poco propenso a scendere a patti, e a darsi per esempio a un finto conservatorismo del peggio d’Italia: “Per grazia e scelta non sono politicamente / corretto né corrotto, così ho le valigie pronte. / Non sono ricattabile, capito?” Casoli non può quindi che constatare la realtà.

Cinque anni dalla morte di Pasolini è così la constatazione in versi di un paese di “vecchi incantati dalla solitudine, / figli scontenti dell’età, sdegnosi, / quasi fuggiti […]”, e di una vita quotidiana fatta di “[…] gesti furiosi e inosservati, / sprecata purezza dei mattini, / dei corpi, / esistenza disprezzata da una vanità a un rancore”, in una grottesca patria che è un “paese di intelligenze che amano morire, / di gente che non può incrociandosi guardarsi / come se scoprisse, allora, il più atroce segreto”. Fa eco al Pasolini di Alla mia nazione e ai suoi “[m]ilioni di piccoli borghesi come milioni di porci” chiedendo alla sua pseudo patria Italia: “Cosa sei?”

La risposta poetica è solo ironicamente interrogativa ma ben chiara: “Un campo di nomadi in sosta, / un ospizio di rimasti, un cimitero / provvisorio di vivi, / un ricordo frainteso, una minaccia / aggirata da scherno? […]” È l’immagine di un simulacro di patria che più che padre è minaccia: “Un paese dissolto / superfluo più che sconvolto, più che tragico / fatuo, vento senza direzione […]”. Che è intragico lo ripete anche in Ballata degli altri, dove aggiunge: “Al nostro quadrivio convergono / banalità, / mediocrità, / ignoranza, / volgarità. / […] / Al trivio / diffidenza, / sconforto, / nullità. / C’è una misura nelle cose / senza cui vivere non è vivere”.

C’è una misura nelle cose, dice Casoli, ed è quella che si trova nelle leggi della Tragedia, nel mondo ellenico, e in quelle della Scrittura, nel mondo cristiano. In Italia entrambe sono dissolte, e forse lo sono proprio da che esiste l’entità Italia, costruita contro la cultura elleno-cristiana e votata alla tragica commedia. Ma quelle leggi e quella misura vanno invocate: “Oh dèi / oh croce / ridateci la bellezza / così che ci vergogniamo / non di vergognarci / ma di non vergognarci”. Perché, scrive Casoli sempre seguendo Pasolini: “Questa che fingiamo è una pantomima / incerta di passato e futuro, non il presente: / rievoca, non grida, calcola, non desidera”.

Tutto è parodia, come l’imitazione del matrimonio da parte degli amori impotenti tra corpi dello stesso sesso, che come il poeta scrive in Omofili altro non è che “un morire prima d’essere nati”, mentre: “Tra i sessi diversi l’incontro è dramma / e magnifica tragedia, da cui la bellezza.”

Una delle epigrafi che apre il volume, la sesta, è dedicata a de Sade, campione del moderno stato laicista: “Povero marchese / né divino / né umano”; e di nuovo torna il regista di Salò con la sua profezia di un paese in cui “tutto si compra / e ciò che non si compra non è disponibile”.

Il poeta scruta e accoglie simbolicamente la realtà e in essa, dal di fuori, nel suo dentro, lo Spirito di Dio, offrendo il proprio tempo: “Non sono mio contemporaneo: / nessun poeta lo è. / Se mi cercate trovatemi / nel passato, nel futuro. / Sono vostro contemporaneo: / ogni poeta lo è.”

Precisa: “Non è un modo di dire: / l’anima dimentica il presente, vive in un altro amore”. E aggiunge più in là: “Come vive un tramonto / irradiandosi, così l’anima / s’infiamma illuminandosi”. E non teme la morte: “Quando si muore si dice: / ”Io muoio”. Ma scherziamo? / ”Io vivo” era già un’approssimazione, / ”Io muoio” è una mistificazione.” Precisa, e né approssimativa né mistificante, è la poesia, che per l’autore (che s’ispira a Blake, san Paolo e Testori come a Michelangelo, Millet e Klee) è la soluzione creatrice e dunque positiva per disfarsi di Hegel e dello Stato che si cela dietro la falsa patria e che, lungi dal Padre come dal Figlio, è morte.

Il poema manifesto della filosofia, e forse pure teologia sensuale, delle cose, del reale, di Casoli, è Il dentro e il fuori, che appare come la summa della sua interpretazione divina e umana reazione di poeta, di fronte al tramonto di un mondo, tra resistenza alla dissoluzione e lasciarsi portare (volentes aut nolentes, scriveva Spengler con Seneca; ma non con stoicismo) lasciando però insieme entrare il divino, facendo per l’appunto coincidere simbolicamente il dentro e il fuori. Il tramonto è l’inverno, ma: “Il calicanto profuma in inverno, / profuma, profuma in inverno. / ‘Ci fosse un sorriso’ disse l’uomo / anziano al mercato, ‘un sorriso oggi / vale più di miliardi’”. C’è un mistero, sì, ma il primo problema, ciò che sollecita l’interrogazione, è la realtà delle cose. “Non è il mistero il problema / ma la miseria del conosciuto / che si spegne in paura.” Il problema è che come scrive l’Eliot citato da Casoli l’uomo può sopportare solo un tot di realtà. Oltre il reale, c’è il mistero: “Noi possiamo conoscere solo grazie all’inconoscibile / ovvero al mistero che ci fonda. / Se lo neghiamo non conosciamo nulla”. E la conoscenza è l’Amore: “Questo / e nient’altro si chiama amore e viene / da Amore, il resto è chiacchiera / e affanno e irrisione e male.”. E l’Amore è comprensione: “Per capire: il da farsi è ristabilire / rapporto e ordine, armonia e verità / tra dentro e fuori. / La gente crede, quella rapita in turbine da giornalisti e spettacoli, messaggi e massaggi, che il dentro sia il fuori e il fuori dentro”. I termini sono ben evidenti: “L’interiorità si è estrovertita fino / all’insignificanza, mi spiego? E l’esteriorità / è precipitata dentro fino alla nauesea, / mi spiego? Manca Dio, il dentro-e-fuori / che non bara e non scambia le parti.” Ma la massa è ben confusa: “Credono infatti / che il detto sia il dicibile, il visto il visibile, / l’udito l’udibile: tremendo errore, / incubo interminabile. Realisti in coma / etilico o narcotico o ideologico / non toccano più la realtà. / Il visibile / è icona dell’invisibile ma essi non / vogliono icone […]. / Così si àltera, fino a morirne, / l’equilibrio di danza tra dentro e fuori. // Il fondamento del dicibile è l’indicibile, / il fondamento del visibile l’invisibile, / il fondamento dell’udibile l’inudibile.” La poesia ricerca tale fonte: “Così il mondo, che dell’arte è fondamento, / ha fondamento poetico, un visibile non-finito / che ha radici infinite, dunque invisibili”. Così la poesia riporta a Dio: “Non volete chiamarlo creazione? / Produzione dal nulla? Esistenza / gratuita, donata, affidata a se stessa?”

In un poema col cui titolo Casoli la definisce, Una dolcissima sventura, la poesia si svela legata a un dolore, essendo come detto “la ferita”, ed è un qualcosa che come il divino non si sceglie, ma si può semmai invocare: “Lei ti respinge come respinge ogni altro […]. // Una dolcissima sventura non puoi deplorarla né dominarla: vieni, / bianchissima poesia, non badarmi / scomposto, entra, regna”.

Si rivolge alla parola e a Dio, perché come scrive in Poema della poesia ricordando che se l’uomo non vede più la poesia e il mondo (la poesia del mondo) non è perché essi siano svaniti ma perché non riesce più a vederli: “La terza parola della Bibbia è epoìesen. / […] / Il mondo è pòiema, / poesia […]. // En archè epòiesen. Chi? L’unica / identità che può dire ”Io sono”. / Dunque può fare. Può dire.”

La poesia è per Casoli innanzitutto uno svicolamento dal chiacchiericcio: “Poema di poesia è quello che non lascia / intera una sola chiacchiera, / […] / fino a volare.” Ed è forse una premonizione della poderosa invadenza del chiacchiericcio: “Non venite a dirmi […] che l’amore è […] un software.” (Papa Francesco, il 1° dicembre 2017: “È come se [Dio] avesse posizionato dentro di noi un software.”).

L’antidoto è la poesia, è Rilke, è l’elevazione, come quella che attribuisce maestosa alla terra, in Sui monti: “Va’ sulle alte montagne / per sognare il sogno della terra. / […] // Il sogno della terra – essere cielo – / molto più che negli occhi s’innalza / nell’animo destato / in umile estasi.”

*

Casoli è un grande esempio di fuga dalla bigotteria di qualsiasi partito o fazione, soprattutto di chi si dice in Cristo: non bisogna scandalizzarci di lui, scrive, perché lui non era bigotto.

È pure un grande esempio di fuga dalla logorrea ateologica, dagli intellettuali scatologici, dalla bestemmia continua: non bisogna bestemmiarlo, scrive, perché è il fiato stesso per farlo.

“Regredire”: questo per Casoli, come scrive in Ballata degli altri, “è dunque il saggio cammino”, la via di fuga, ovviamente non verso il buon selvaggio ma verso l’Origine, dal falso movimento moderno, da questo suo instupidimento, il modo per “scoprire / nel mare la goccia” e il silenzio di Dio nel rumore della realtà e, ancora, come canta con toni quasi cardarelliani, “l’immoto / indugio nell’azione”.

E l’Origine che Casoli ricerca, Dio, è l’unica cosa in grado di tenere insieme in armonia il vero, il buono e il bello: Dio che viene ancor prima del cuore, scrive, che precede il respiro.

L’antitesi è la falsa patria: “Il Circo Italia / ha piazzato le tende / nel nostro spazio, non si sa da quando. / Non credo, però, che acquisterò il biglietto / per lo spettacolo, né da solo, né con amici: mi dà tristezza / l’acrobazia […]. / Scusatemi, è intimo, è imbarazzante, / come se lì fossi io.” Ed è meglio non esserci. In quanto tutto è intimo. Anche l’imbarazzo che un simile triste spettacolo può suscitare. E l’intimo non dovrebbe mai esser costretto a un tale imbarazzo. Perché è spazio, di dentro, in cui il simbolo, di fuori, rivela Dio. Il paesaggio invernale appare così un dipinto miracoloso, e si coglie la bellezza della dissoluzione di questa morte.

È la fede descritta da Carlo Caffarra: “San Massimo il Confessore ritiene che il vero discepolo di Gesù pensa ogni cosa per mezzo di Gesù Cristo e Gesù Cristo per mezzo di ogni cosa.”

Marco Settimini

 

Il dentro e il fuori

“Il dolore è l’unica porta
che si apre quando le altre
sono state chiuse, l’unica
che non puoi chiudere né dissimulare. Puoi fingere
autosufficienza, amore,
amicizia, benessere, ma
quando si chiudono questa
porte non si apronò più.
Quella del dolore la chiudi
e si apre, se credi di aprirla
tu, si chiude, e mai la governi.
Il dolore è l’unico scampo
da te stesso, dai conti sbagliati.
Ti culla nel letto di fuoco,
Ti pone davanti a te come
specchio che non riflette
la tua immagine, madre
che salva dal nulla ponendosi
tra il bimbo e la morte.

Non puoi scegliere, solo invocare.
Se fai questo passo il fuori
col dentro si ricompone: nuvole
al posto delle nuvole, sole nel sole,
cielo di un umile azzurro e tutto
ti sgocciola come fontana o sorgente.
Il dentro riluce negli occhi.

Giovanni Casoli