L’isola del tesoro ora è l’isola della “nientità”: discorso intorno a “Procida” di Franco Cordelli

Posted on giugno 11, 2018, 11:37 am
9 mins

Una sostanza sottile di Franco Cordelli (Einaudi 2017) era una conversazione privata tra padre e figlia, un metaracconto diluito in una narrazione plurima tra amori e rveries, circostanze casuali e pensieri autonomi, scritto da un etnologo che interrogava l’imperscrutabile affrontandolo con leggerezza e ironia. Procida è una terra letteraria, un’isola del tesoro che ha ammaliato Elsa Morante e lo stesso Cordelli quando scrissero i loro romanzi: due nomi di grande rilievo del secondo Novecento italiano approdati in una terra vulcanica di tufo giallo e grigio, “piena di morti, cimiteri e antenati”. Procida, pubblicato per la prima volta nel 1973 da Garzanti, poi nel 2006 da Rizzoli e ora nel 2018 da Theoria (è stato scritto quattro volte), non può non essere accostato al capolavoro L’Isola di Arturo (1957), ma proprio perché se ne segnalino, interpretandone le intenzioni, le differenze sostanziali. Elsa Morante lasciava che il suo personaggio scoprisse il mondo in un feroce libro di formazione: vivificante, ricreativo, avventuroso, scioccante. Franco Cordelli, al suo esordio, in un’isola smussata dalla vegetazione, del suo io ne fa una causa definitiva in uno stato malinconico e anacronistico. Se Arturo apriva gli occhi e destinava il suo corpo e i suoi sentimenti all’oro del desiderio, Cordelli si sottrae al mondo assimilando la sua accidia a quella della sua donna “priva di nitore”, tenendo un diario, riflettendo intorno alla sua natura, al bene e al male, alla scienza e all’ignoranza. Si esilia e al tempo stesso, in solitudine, sprofonda, smarrito e lontano dal caos della città e delle relazioni interpersonali di tutti i giorni. È come quel pesce rosso che descrive, con una dignità da difendere, ma senza spazi che non siano il perimetro angusto di un acquario. Smarrimento, dicevamo, ma più giustamente potremmo dire mimetizzazione, la stessa del pesce nel fondale, per chi controlla pedissequamente l’acqua del pozzo, il frigorifero, gli interruttori della luce e girovaga con un cappello in testa assecondando la sua polarità, mangiando minestre vegetali, riso con aglio e peperoncino, zuppe all’olio e pesce spada. Abiurare il logorio romano per disinfestare il proprio animo, vuol dire starsene in una casupola dell’isola nelle giornate invernali limpide, respirabili, ma che non passano mai. Dirimpetto a Ischia, “tozza e tarchiata”, con il vento che spunta le cime degli alberi, il mare riflette il presentimento un un’“immobilità glaciale”, una freddezza che evoca fantasmatiche ombre. “Guardo fissamente di fronte a me, guardo, per essere precisi, il vuoto, che poi sarebbe l’aria. Non vedo nulla, o meglio vedo solo figure scolorite, irrispettose e confuse che penetrano nel mio campo visivo a tradimento, dai lati e dagli angoli”. Andrea Caterini, nella postfazione, parla di un luogo come di una roccaforte, un cavallo di Troia per fare breccia all’interno di esso. Il ragionamento del protagonista è rivolto a ridurre la vita all’essenziale, eliminando i cavilli psicologici, acquisendo una nettezza di giudizio come fosse un bambino, scrivendo come un bambino. L’isola, di per sé, è già un cerchio che esclude: “un recinto accuratamente chiuso”. Non servirà a nulla la corresponsione di una figlia che con gli amici farà visita al padre (e che con una lettera lo accuserà di voler cancellare se stesso), la ragazza nudista e anarchica, il sospiro della rivoluzione, della libertà sessuale, dell’astrologia, dei lunari, degli zodiaci, né il tentativo di emancipazione del padre e dei giovani che fungono da spartiacque del romanzo e da interferenza, come le formiche e i topi che penetrano nella casa a destare il protagonista dalla sua sonnolenza, dal fumo di un anonimo fine anno in arrivo, dall’occhio che diventa il “forno crematorio” dove scompare ogni entità fisica. procidaI giorni, a Procida, sono una parentesi impronunciabile nello spirito di chi si sente fiaccato, liquefatto appena scorge il naufragio del colori dei muri, il bianco sporco dei borghi, le macchie scure, striate, il grigio dei mattoni, della polvere, il rosso dei gerani e dei garofani. E quindi l’assillo del nonno dalla “povera e innocente testa contadina” in una fotografia con Gabriele D’Annunzio, “amatore e vizioso arrivista di provincia”. “Il tavolo era invaso da carte, cartacce strappate, quaderni, saponetta, calze, carte topografiche, opuscoli turistici, orari dei battelli e delle ferrovie, formiche rattrappite, romanzi, un portacenere, sigarette già fumate o ancora da fumare, tutte cose così, tutte queste cose qui”. Procida è un romanzo sulla nientità, stando proprio ad una definizione di Franco Cordelli: cioè della speranza della vita immateriale in un rapporto distanziato tra l’io e gli altri uomini, tra l’io e gli animali, intervallato da una specie di convulsione, “come lo scoppio di una bolla piena di pus”. Un romanzo scritto ben tre volte, tra il 1970 e il 1972, che sterilizza l’aria e il tempo anche dopo il ritorno dell’io a Roma, in altre stanze, spogliato, disteso ancora sul letto, con le braccia sotto la nuca. È proprio l’inquadramento, il genere di libro tra racconto e analisi che seduce. Procida è circonfuso di aridità o ipocrisia? Di un fine razionale? Di scomparse, sintomi, obiezioni, essenzialità, rinunce? O forse di caos, di devastazione, come il letto scostato dal muro, le lenzuola sconvolte, spiegazzate, le coperte a terra, i vestiti gettati alla rinfusa, i calzini sul pavimento, la polvere bianca dell’insetticida, le scarpe spaiate. Cordelli ci descrive una lunga serie di oggetti allineati nella cartografia invisibile dell’anima, nell’“invereconda paura” di percezioni lievi, fuggevoli come il domicilio nell’isola. Lo stile è accurato, come il linguaggio che però lascia un’atmosfera incostante, sfibrata. Il particolare si fa assolutezza e il tutto si riduce necessariamente ad un gesto, ad un comportamento. Sullo sfondo l’omicidio di una donna entrata nuda in acqua con un’arma in mano. Secondo il referto delle forze dell’ordine si sarebbe sparata a causa della sua infelicità. Ma è solo un’interpretazione. Se fosse stata uccisa e se la verità fosse stata occultata? Ma torniamo alla letteratura. Il 15 giugno 2006, su L’Espresso, Marco Belpoliti scrisse che Procida è anche un romanzo realista, l’unico possibile nel momento in cui il congedo dal moderno non è stato pronunciato e la nevrosi dello scrivere (e del parlare) domina incontrastata il campo”. Oggi quel moderno si è congedato, ma il libro rimane come ogni ossessione. Procida segna il suo tempo e quello di un uomo come tanti altri: mentale, contenutistico, per questo destinato a scrivere e a riscrivere. La letteratura non è morta, dunque, anche se Cordelli sembra affrontarla con distacco, con una diffidenza temperamentale che non consegna alcuna consolazione, ma rinforza l’inquietudine, una proclamata sintesi dell’intera vacanza che rispecchia contraddizioni, insoddisfazioni, quel cupio dissolvi citato, “infimo e vizioso”. Una persona prefigurata è l’equivalente di un limbo e di un soffio, di un niente, di una scienza empirica nella macchina narrativa sospesa tra fuga ed esilio.

Alessandro Moscè