“E gridarono sopra il crepitare delle fiamme la benedizione”. Lion Feuchtwanger, Giuseppe Flavio e la prima testimonianza storica sulla vita di Gesù

Posted on Aprile 11, 2020, 6:56 am
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Il tradimento nel nome. Giuseppe Flavio. Yosef, Giuseppe, “Dio accresce”; Flavio, Flavius, dalla gens a cui apparteneva Vespasiano, l’imperatore che lo affranca, che lo fa romano. Giuseppe Flavio si chiamava Yosef ben Matityahu e a voler credere al destino circoscritto nel nome, ha ricalcato le orme del figlio di Giacobbe, il sognatore. A contrario. Giuseppe Flavio fu un fariseo di Gerusalemme, di nobile schiatta sacerdotale. Guidava i ribelli di Galilea, contro l’esercito romano: subendo l’assedio, presso Iotapata, elabora uno stratagemma. I suoi si ammazzano ritualmente, uno dopo l’altro, per evitare di cadere nella rete nemica. Lui si salva – vedi alla voce: permutazione di Giuseppe –, passa con i romani. Per granitica intelligenza e arte nel divinare i segni – predisse il futuro imperiale a Vespasiano – fu risparmiato, estratto dalla gabbia, reso romano, usato come interlocutore di genio tra i riottosi, enigmatici ebrei. La Guerra giudaica è un capolavoro di disonestà: superba propaganda romana per mezzo di un intellettuale ebreo. (Va verificata questa sfilza di ispirati ebrei che avrebbero custodito l’essenza dell’ebraismo in territorio nemico, in tradimento e apostasia: si pensi a Sabbatai Zevi).

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Giuseppe Flavio – fedele intransigente, schifoso traditore, opportunista, scrittore di talento – è figura straordinaria. A lui per altro, tra le maglie delle Antichità giudaiche – la storia del popolo ebraico fino alla guerra del 66 – dobbiamo il testimonium che costituisce la prima traccia storica dell’esistenza di “Gesù, uomo saggio, se puro lo si può chiamare uomo: compì opere sorprendenti e fu maestro di chi accoglieva la verità”. Nel testo appaiono, come riflessi su una lama, la vicenda di Giovanni Battista e il volto di Giacomo. Il caso ha qualità divina: da un giudeo traditore – da un Giuda… – riceviamo la prima testimonianza del Gesù storico. Naturalmente, il dibattito intorno al testimonium flavianum chiede un romanzo ulteriore, un nido borgesiano. “Per alcuni sarebbe un’interpolazione cristiana da respingere in blocco… Secondo un buon numero di studiosi, occorre distinguere tra un testo base, risalente allo storico ebreo Giuseppe Flavio, e alcune glosse di mano cristiana. Il testo base si troverebbe in una versione araba del testo greco, versione che risale al secolo X e fa parte della Storia universale di Agapio, vescovo di Hierapolis in Siria” (così Pius-Ramon Tragan in La preistoria dei Vangeli, Servitium, 1999).

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In effetti, la storia di Giuseppe Flavio ha sedotto uno degli scrittori più popolari del secolo scorso, che in quella vicenda, come sullo scudo su cui si specchia Medusa, rivedeva la propria storia. Lion Feuchtwanger, ebreo tedesco – nasce a Monaco nel 1884 –, è un vespaio di contraddizioni. Drammaturgo di successo, ‘scoprì’ Bertolt Brecht, fu antisionista – era per un ebraismo cosmopolita –, intuì subito la pericolosità di Hitler, eppure il suo libro di maggior successo, Süss l’ebreo (1925), fu manipolato da Veit Harlan per farne un film (1940) antisemita. Mentre il nazismo mandava al rogo – letteralmente – i romanzi di Feuchtwanger, lui, nel 1936, veniva accolto a Mosca come una star, intervistò Stalin, firmò un reportage (Mosca 1937) in fondo indulgente verso lo stalinismo. Morì a Los Angeles tre giorni prima del Natale del 1958: si era trasferito negli Stati Uniti dal 1941 dopo essere fuggito da un campo di internamento, nella Francia occupata. Su questo episodio si concentra il reportage Il diavolo in Francia, ora edito da Einaudi (per la traduzione di Enrico Arosio): fin dal primo capitolo Feuchtwanger avvicina la sua esperienza a quella degli ebrei in Egitto (“Un giorno, mentre sotto i rudi ordini di un sergente i mattoni volavano di mano in mano, e noi, professori, avvocati, medici, agricoltori, operai, anziché occuparci dei nostri libri e atti giudiziari, delle nostre diagnosi, previsioni del tempo e parti meccaniche, ammucchiavamo mattoni che l’indomani avremmo buttato giú, un giorno, di colpo, mi sovvenne quel passo della Bibbia sui figli d’israele che sotto il Faraone d’Egitto dovevano cuocere i mattoni per le città-tesoro di Pithom e Ramses”).

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Feuchtwanger fu davvero uno scrittore di grandissimo successo. Nella fatidica collana ‘Medusa’ Mondadori sono stati tradotti otto romanzi. Poi, come dire, passò di moda. Per darci il senso palpabile della sua notorietà così scrive Wlodek Goldkorn nell’introduzione a Il diavolo in Francia. “Feuchtwanger è un autore di romanzi molto popolare in tutto il mondo. I suoi libri sono tradotti in una ventina di lingue e sono letti da persone di tutti i ceti sociali, dagli operai (una volta i partiti politici di sinistra e i sindacati facevano di tutto per incoraggiare gli operai e leggere romanzi ma pure libri di filosofia) agli intellettuali, ai politici. Fra i suoi fan pare ci sia stato perfino il presidente degli Stati uniti Franklin Delano Roosevelt. Sicuramente un suo ammiratore è Iosif Vissarionovič Stalin, capo dei comunisti dell’universo intero e indiscusso e feroce dittatore dell’unione Sovietica. A sua volta, Feuchtwanger, oltre a essere un’icona della letteratura mondiale, è anche uno degli intellettuali antifascisti più importanti in Europa”.

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L’opera più ambiziosa, più vasta, più ampia, Feuchtwanger la scrive tra il 1931 e il 1941. Dieci anni per elaborare la “Trilogia di Giuseppe”, costituita da La fine di Gerusalemme (edita in Italia da Mondadori nel 1933), Il giudeo di Roma (Mondadori, 1936; recuperato da Castelvecchi nel 2015), Il giorno verrà (Mondadori, 1948). Nella nota biografica su Feuchtwanger, Einaudi ricorda alcuni libri – come I fratelli Oppermann, riediti da Skira nel 2014 – ma non la “Trilogia”. Ne scrive, invece, Goldkorn. “La sua opera piú importante (dal punto di vista personale) è la trilogia su Flavio Giuseppe, comandante delle truppe ebraiche ai tempi della guerra contro Roma, passato dalla parte dei romani. Flavio Giuseppe era un traditore? O piuttosto un uomo colto che odiava i fanatici integralisti ebrei e ammirava il cosmopolitismo dei romani? In ogni caso è lui il fondatore del canone della narrazione laica ebraica e forse il primo vero cronista di guerra. Feuchtwanger con ogni probabilità si identificava con Flavio Giuseppe, se non altro perché professava il cosmopolitismo come un modo di vivere e pensare”.

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Il ciclo di romanzi, grandioso, pionieristico – Thomas Mann pubblica la tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli” tra 1933 e 1943 – è stato riscoperto da Guaraldi, nel 2013, e ‘riassunto’, secondo l’antica traduzione di Ervino Pocar – che è quello che in Mondadori traduceva Mann e Kafka, Hesse, Hamsun, Trakl – in La distruzione del Tempio e le prime Comunità Cristiane. Il libro fu un piccolo ‘caso’, una pietra nello scandaloso stagno. Nella Nota dell’editore Mario Guaraldi non stimolava semplicemente la lettura di “un vero capolavoro di cultura storiografica in forma di romanzo storico”, ma accusava il “crimine strutturale della nostra editoria, che condanna un autentico tesoro culturale del proprio passato alle catacombe delle bancarelle antiquarie; e alimenta una produzione letteraria contemporanea spesso non all’altezza dei propri trascorsi”. Il ‘risarcimento’ era compiuto pubblicando l’intero catalogo della ‘Medusa’ Mondadori che pubblicava, quel dì, Feuchtwanger. Una miniera di scrittori e di testi spesso dileguati in un ingiusto oblio, l’obolo al millennio.

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Nel ciclo di romanzi ricorre l’idea teologica di Feuchtwanger – “Con la loro unica esegesi espellono il mondo dalla Scrittura e vi insinuano una stolida e megalomane nazione. Se Iahve non è il Dio di tutto il mondo, che cos’è? Un Dio fra tanti, un Dio nazionale”. Alcuni passi sono epici, possenti. “E così erano giunti sul tetto, sul più alto comignolo, mentre sotto di loro c’erano le fiamme e i romani. Fino a loro salivano l’urlo dei morenti e le rozze canzoni dei legionari, mentre dalla città alta arrivavano candide grida. Ed ecco che lo spirito invase quelli che erano sul tetto, mentre la fame provocava davanti a loro visioni magiche. Dondolando ritmicamente cantarono, con la solita nenia, canti di guerra e di vittoria. Strapparono le lance d’oro che erano fissate sul tetto del Tempio per proteggerlo dagli uccelli e le scagliarono sui romani. Ridevano, così sopra le fiamme, e sopra di loro era Iahve ed essi ne sentivano il soffio. Venuta l’ora della benedizione, alzarono le braccia e allargarono le dita com’era prescritto, e gridarono sopra il crepitare delle fiamme la benedizione e la professione di fede; si sentivano leggeri e santi”. Ogni fanatismo è ambiguo, pregare è un addestramento, il tempio, in verità, è una tenda, chi lo abita determina al vento gli attributi: anche se lo distruggi, non lo distruggi. (d.b.)

*In copertina: Caravaggio, “Deposizione”, 1602-1604, particolare