L’innocenza è crudele e il viso di Rosi sarebbe piaciuto a Borges, il grande sognatore di tigri

Posted on Gennaio 20, 2019, 10:29 am
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Secondo il mito Clizia è una ninfa che si innamora del Sole, tanto che “il suo amore per il Sole era sfrenato”. La passione verso l’entità irraggiungibile strugge Clizia finché la ninfa, come narra Ovidio nelle “Metamorfosi”, si trasforma in girasole, il fiore che si muove guardando l’astro che nessun occhio umano può vincere né sostenere. “Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore”. Clizia, figura terrena dell’amore solare, sfrontato e immutato, viene ripresa da Eugenio Montale, in una delle sue liriche più belle, “La primavera hitleriana”: “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”. Questa è la ragione del titolo che abbiamo assegnato a questa rubrica, ‘Clizia’: la bellezza in ogni sua variante, la solarità di un viso, ci portano al concetto di un amore immutabile, che non cambia mentre ogni forma, preda del divenire, morsa dal tempo, inevitabilmente muta. L’amore che non muta è ciò che permette all’uomo, tramite la visione di una forma vana, di vincere la morte.

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Più di tutto, attrae l’innocenza – perché l’innocenza è sconfinata, non è mai sconfitta, abbaglia. L’innocenza è, anche crudele – di certo, non è remissiva. Così, il viso di Rosi – che ha un nome profumato e araldico, Rosandrea – s’impone con la cruenta innocenza che cercavano, nei risvolti della Storia, i Preraffaelliti. I capelli selvaggi e in fiamme, lo sguardo bruno, la piccola fossa nel mento: Rosi sembra l’Ofelia sognata da John Everett Millais. “Appassionata di disegno, uno dei miei obbiettivi è diventare tatuatrice”, dice Rosi. E precisa. “Sono una sognatrice”. I sogni, se sono veri, hanno sempre una felicità ferina. Nel Libro dei sogni il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges racconta la sua ossessione per la tigre. “Nell’infanzia praticai con fervore l’adorazione della tigre: non la tigre fulva degli isolotti del Paranà e della confusione amazzonica, ma la tigre a strisce, asiatica, reale, che possono affrontare solo gli uomini di guerra, in una torre in groppa all’elefante. Restavo per ore e ore davanti a una gabbia del giardino zoologico, amavo le grandi enciclopedie e i libri di storia naturale per lo splendore delle loro tigri. Finì l’infanzia, si estinsero le tigri e la mia passione per loro, ma sono rimaste nei miei sogni. In quella falda sommersa o caotica, continuano a predominare”. Eppure, scrive lo scrittore, attratto dalla più magnetica delle tigri, la ‘tigre azzurra’, ambita da monaci, poeti e amanti, dalle cui ossa triturate si trae un infallibile elisir d’amore, “i miei sogni non riescono mai a generare l’agognata tigre”. I sogni devono essere più grandi rispetto alla nostra capacità di sognare. Questo, Rosi lo sa.

*Le fotografie sono di Antonio Tonti

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