“David Bowie era l’Arcangelo Gabriele, ha mollato il Buddha per me… Sì, li ho incantati tutti, li ho condotti sul sentiero della follia”. Lindsay Kemp, un anno dopo

Posted on Agosto 22, 2019, 12:00 pm
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Quel viso, forse, li contiene tutti. Nel camerino, davanti allo specchio, con rapida precisione, l’uomo si pittura il viso di bianco. Gli occhi sembrano enormi. Quando si mette sul palco, la levità è magnetica: è il vampiro e la geisha, l’orrore e la purezza, la balena bianca, l’angelo caduto, la lebbra che inquina i perbenisti. E quel viso, all’improvviso, li contiene tutti – i desideri inconfessati, la sconfessione della vita sociale, l’alba e l’urlo, il morso (corpo caino), il fiore. Lindsay Kemp è l’inclassificabile: ballerino, mimo, clown, regista, attore, artista totale. Cresciuto nella periferia inglese, colto dall’ossessione della danza, classe 1938, orfano di padre a due anni, edotto dal talento di Marcel Marceau, poi fa da solo, un carisma a capriole. È quello che ha educato David Bowie al palco – e ne è stato l’amante – che vedete nei film più estremi di Derek Jarman, che ha dato buca a Fellini e insegnato l’arte a Kate Bush. Ha lasciato l’Inghilterra perché i conservatori di sua maestà non lo capivano – ha danzato Shakespeare, messo in scena Bizet, interpretato Jean Genet, tradotto in scena Lewis Carroll, inventato Ziggy Stardust – è morto a Livorno, il 24 agosto di un anno fa. Al Biografilm Festival di Bologna è stato presentato, per la firma di Edoardo Gabbriellini, Kemp. My best dance is yet to come: il film, in prima tivù, sarà in onda sabato 24 agosto, ore 21.15, su Sky Arte (canale 120 e 400 di Sky). Lindsay Kemp balla, ha la gonna come una mappa celeste, è Nosferatu. L’eccesso è consustanziale alla disciplina. Come gli antichi cresciuti nella nebulosa di Delfi, insegna che la follia è l’origine della sapienza, della vita. Qui, in memoria di Kemp, gli highlights delle sue interviste.

Lindsay Kemp conosce David Bowie nel 1967, diventa il suo insegnante. Lo educa, lo ama, per lui rischia di uccidersi…

La prima volta. “Ho ballato Salome per la prima volta nel dormitorio del collegio, nudo, avvolto da strati di carta igienica, truccato con vernice rossa. I ragazzi fischiavano, ho ballato per divertirli. Ovviamente, sono stato beccato e redarguito – non per la depravazione del mio show, ma per lo spreco di risorse scolastiche, cioè della carta igienica”.

Come una geisha. “Dunque… mio padre è morto in mare nel 1940… durante la guerra io e mia madre passeggiavamo per strada, sembravamo due geishe, le facce bianche, gli occhi segnati da legno bruciato… Danzavo sul tavolo della cucina per intrattenere i vicini: era una novità a South Shields vedere un ragazzino truccarsi e danzare sulle punte. Per mia madre fu un po’ troppo, avevo otto anni, mi mandò in collegio”.

Bowie era l’Arcangelo Gabriele. “Era l’estate del 1967, lui era al primo disco, io facevo uno spettacolo, Clowns, in un teatro off, a St Martin’s Lane. Venne a vedermi, io suonai all’inizio dello spettacolo When I Live My Dream, la canzone che mi piaceva di più. Ne fu lusingato. Era uno spettacolo fitto di facce bianche, di Pierrot e di Arlecchino, di glitter, segatura e sangue. Nel backstage mi chiese se potevo accoglierlo come allievo: dal giorno dopo lo ritrovai al Dance Centre, a Covent Garden. Prima di incontralo, ero innamorato della sua musica, della sua voce. Poi lo vidi. Sembrava l’Arcangelo Gabriele. Fascino, arguzia, umorismo, carisma, talento, David era tutto questo”.

Al Buddha preferisci me… “Diceva, ‘mi hai salvato dalla rasatura’. Prima di incontrarmi Bowie era disilluso riguardo alla sua carriera. Studiava il buddhismo con una certa intensità, era certo di ritirarsi in un monastero e diventare monaco tibetano. Gli ho detto che sarebbe stato meglio donarsi a Dio. E a me. Per un po’, lo fece”.

Per lui potrei morire (o quasi). “Nel 1968 facevamo uno spettacolo insieme, io e David, Pierrot in Turquise. La mattina, in tournée, mi sveglio. Lui non c’è. Spacco una bottiglia e con i vetri mi taglio le vene. Non volevo uccidermi: se l’avessi voluto fare i tagli sarebbero stati più profondi. Ma quella sera il Pierrot lievemente sporco di sangue era davvero triste. Con David, tra i miei rari, grandi amori, finì. Tornammo a collaborare nel 1972, per Ziggy Stardust. Un momento epocale. Molti gruppi, penso ai Genesis e ai Pink Floyd, ad esempio, sono stati influenzati da quella fusione tra teatro e rock”.

Il film con Fellini (che non si fece mai). “Fellini mi voleva, certo. Voleva lanciarmi nel suo Casanova. Il suo direttore del casting mi disse che ero l’unico attore che avesse deluso Fellini. Ci credo. Me ne andai, non mi feci più trovare”.

Povero Nureyev. “I passi li invento io, mi concentro sull’intensità e sulla bellezza più che sull’atletismo. Guarda cosa è diventato Nureyev, poveretto: tutti lo giudicavano in base all’elasticità dei suoi salti… alla fine, si muoveva praticamente sulle ginocchia”.

Dentro l’incantesimo. “Per evitare le botte dai bulli, per evitare di essere preso in giro. Ho ipnotizzato tutti, fin da piccolo. Li facevo ridere, danzavo. Li ho posti nel mio incantesimo. Ci sono stati giorni in cui mi sono esibito in club davvero infami, nel nord dell’Inghilterra, con collant rosa, trucco, bombetta: per evitare che ti lanciassero lattine di birra in faccia dovevi incantarli, catturarli – l’ho fatto”.

Sesso, droga e soldi… “Tra i Settanta e gli Ottanta ho guadagnato tanto, è vero. Pensavo durasse per sempre… Ho speso tutto. In costumi, scene e cocaina”.

Sono terribilmente ubriaco di vita, ed è l’unica cosa che conta. “Edonismo abissale. Questa è la mia filosofia. Mi piace fare ogni cosa in modo estremo, abissale. Bevo fino a ubriacarmi. Mangio fino ad ammalarmi. Non mi ‘piacciono’ le persone, mi innamoro. Odio l’odio. Sono terribilmente ubriaco di vita – questa è la sola cosa che conta”.

Flirtare con la morte. “Kate Bush era timida – come lo era David Bowie. Ho insegnato loro ad essere se stessi, a ballare. Li ho condotti sul sentiero della follia. Intendo: sul palco bisogna vedere un personaggio che flirta con la morte, che corre rischi che soltanto i matti sarebbero disposti a correre”.