Orfica, mistica, esoterica: “Lilith” è un’opera di prosa e di preghiera, inclassificabile. Appunti da una lettura estrema

Posted on Novembre 25, 2019, 1:03 pm
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Lilith. Due sillabe tintinnanti, mercuriali. Iside nuda che scende al fiume per lavare via il sangue dalle schede madri. E poi: un mosaico. Singole tessere di per sé complete, ma che non di meno contribuiscono assieme a proiettare l’ologramma di un Intero. Ma l’immagine è sempre disturbata, la visione è sempre labile, perché l’Intero si rivela per sottrazione e i suoi contorni sono un eterno sfumare. Fine dell’arcobaleno, orizzonte.

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C’è una storia, in Lilith (Luca Sossella Editore, 2019), una narrazione. Ci sono dei luoghi, dei tempi, delle situazioni. Ci sono persino dei personaggi: la Lilith/Petra del titolo, con la sua seconda vita da cam-girl nella provincia italiana anni 2000, il suo ragazzo Giorgio, il suo amante Jan, un commissario imbranato, un professore, un corvo, un transessuale, un killer, forse lo stesso autore. Tutto questo risulta stupefacente, durante e dopo la lettura. Il raccontare, in Lilith, ha un incedere caleidoscopico, oceanico: ogni singolarità è precaria, e i concetti stessi di vicenda o di soggetto sono solo alcuni degli strumenti di cui è dotata l’orchestra. E tuttavia, da questo fluire ininterrotto e metamorfico senza soluzione di continuità emergono continuamente, qua e là, dei microeventi dettagliatissimi che si cristallizzano nell’ambra della memoria: una donna che pulisce un vetro, una conversazione notturna fuori da un bar, una santa che guarisce un ciclope, una birra appoggiata sui gradini di una chiesa. Poesia come mescolanza stretta di ordinario ed elevato (Eliot); momenti abbacinanti nella loro eterna quotidianità (quotidiana eternità).

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Orfico, mistico, esoterico: soltanto predicabili, da precisare. E rimangono molti enigmi sul sistema nervoso preadamitico, sulla percezione delle cose antecedente a ogni rappresentazione. È possibile, ad esempio, una visione integra, non filtrata, che colpisca la mente con la stessa immediatezza con cui le reazioni chimiche colpiscono i recettori delle papille gustative? Hegel: “nella luce pura si vede altrettanto poco, quanto nelle pure tenebre”. E la distinzione dell’una dalle altre risulta spesso poco convincente.

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Ciò che rende Lilith spaventosamente attuale è la sua magmaticità. Non vi si trovano le giustapposizioni novecentesche tra sacro e profano o antico e moderno, e vi si cercheranno invano nostalgie varie o prese di posizione. Orogenesi scritturale: in ogni frammento del romanzo le parole, le cose e le persone affiorano dalla massa informe e densa della vita e subito vi riaffondano; l’opera che ne deriva è la registrazione automatica di questi movimenti, e in questo è identica a un sismografo.

Davide Nota, autore di “Lilith”, in un ritratto fotografico di Corrado Foffi

Opera inclassificabile nella sua mescolanza di prosa, poesia e preghiera: se si vuol parlare di flusso di coscienza, non si tratta qui certo di coscienza individuale. Lilith, come ogni altro libro degno di questo nome, porta con sé l’eco di modalità inedite di esperienza, e scardina il mondo dai binari su cui esso viene solitamente presentato. La scrittura di Nota è un inno rivolto al verbo osservare, è un occhio neutro, profondamente ebete, una telecamera lasciata accesa che continua a registrare, vertiginosamente ricettiva e quietamente attenta: l’occhio, quasi, di un animale.

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Vale sicuramente per il romanzo di Davide Nota ciò che osserva Nietzsche sulla figura dello scrittore: ciò che per gli altri è il contenuto è per lui la forma, e ciò che per gli altri è la forma è per lui il contenuto. Tre capitoli, ciascuno composto da trentatré brani (dal francese antico braon, “pezzo di carne”), per un totale di novantanove frammenti. Dello stesso numero, secondo il Corano, sono i Bei Nomi di Dio. In entrambi i casi, ciò che viene tacitamente implicato è il sentimento dell’inaccessibile: aleggia la sensazione dell’esistenza di un centesimo canto, di una voce ulteriore, definitiva, che riassuma tutte le altre. Una voce, perciò, muta.

“Difficile vedere. Ma descrivere è impossibile”.

Leonardo Recanatini

*In copertina: John Collier, “Ritratto di Marian Huxley”, 1883