“E cosa desidero? Fu folgorata da questa domanda. Di colpo, senza preavviso, riuscì a vedersi”. Un racconto di Liliana Heker

Posted on Agosto 09, 2020, 2:38 pm
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La lunga introduzione di Samanta Schweblin ai “Cuentos reunidos” di Liliana Heker, sorta di summa poetica edita da Alfaguara nel 2016, sfocia con una asserzione lampante: “Liliana Heker è stata la mia grande maestra”. La Heker fu, per la Schweblin, anzitutto, una rivelazione. “Il primo racconto che ho letto della Heker fu una scoperta per me tanto importante che ricordo dov’ero quando l’ho letto, quando l’ho chiuso, cercando di capire perché mi avesse colpito a quel modo, e quando l’ho riaperto, un minuto dopo, per rileggerlo tutto, dal principio”. Samanta Schweblin, tra i grandi autori argentini di oggi, è di un’altra generazione rispetto alla Heker: classe 1978, nata a Buenos Aires, risiede a Berlino. In Italia è tradotta da Fazi e da Rizzoli, recentemente da Sur, che della Schweblin ha pubblicato “Kentuki” (2019) e “Distanza di sicurezza” (2020). C’è una specie di sinistra dissonanza considerando che il maestro – Liliana Heker – è meno noto, in questo paese, del pur talentuoso allievo. Tra i protagonisti assoluti della letteratura latinoamericana, Liliana Heker è presente, in Italia, con un romanzo, “La fine della storia” (Theoria, 2019), e con la fatidica intervista a Jorge Luis Borges, pubblicata come “Diffido dell’immortalità” (Castelvecchi, 2019). In prossimità di pubblicazione è anche il suo carteggio polemico con Julio Cortázar. Il racconto, finora inedito in Italia, pubblicato in questa pagina, “Postergaciones”, tradotto da Mercedes Ariza, fa parte dei pochi racconti (sei) editi per la prima volta in “Cuentos reunidos”, costituisce dunque la punta avanzata della ricerca formale della Heker. L’ultimo libro di questa autrice straordinaria, “La trastienda de la escritura” (2019) è una riflessione anomala, colta, spregiudicata sull’arte di scrivere.

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Posticipi

Quando venne a sapere che il suo volo era in ritardo fu invasa da un sentimento di contrarietà che, in seguito ad una attesa di tre ore, si era tramutato in franca agitazione. L’inutilità di quella levataccia (si era alzata alle quattro del mattino per arrivare in aeroporto in orario), l’assenza di qualsiasi dato sull’orario del decollo e la mancata giustificazione di questo tempo vuoto l’avevano alterata a tal punto che non solo le era impossibile concentrarsi sul romanzo che portava con sé (la sera precedente lo aveva riposto nel bagaglio a mano godendo anticipatamente della sua lettura in aereo), ma non era nemmeno riuscita a distrarsi minimamente con il quotidiano che aveva acquistato e gettato un attimo dopo senza soffermarsi su alcuna notizia. Aveva preso diversi caffè, aveva mangiato senza fame, aveva acquistato una sciarpa innecessaria, aveva esaminato fino alla nausea merci che a quel punto del suo girovagare a destra e manca le erano ripugnanti. Adesso, per la quarta o quinta volta, si era seduta a un tavolo del bar.

Quando arrivò il cameriere per servirla, lei dubitò se ordinare un caffè o un succo, a rigor di logica non desiderava nessuna delle due cose. E cosa desidero? Fu folgorata da questa domanda. Di colpo, senza preavviso, riuscì a vedersi. Stupida e banale, mentre compiva piccoli atti che la disgustavano perché non poteva sopportare il ritardo di un fatto il cui verificarsi, in qualsiasi modo, non dipendeva assolutamente da lei. Un caffè, disse al cameriere, ma solo perché se ne andasse una buona volta e la lasciasse in pace.

E fu così. Con la semplicità con cui una mela cade su una testa. Fu così che scoprì che questo ritardo – e qualsiasi ritardo – è un fatto superfluo; che semplicemente per un impulso di perversità aveva lasciato in sospeso la sua vita quando nulla al mondo le impediva, proprio adesso, di spremere fino all’ultima goccia questo nuovo – e perché no succoso, e perché no unico e irripetibile – segmento di libertà. Era imbarazzata dalla sua impazienza delle ultime ore, come aveva permesso che una insipida torre di controllo reggesse le sue tribolazioni? Forse non era vero che lei, lei tutta, anima e corpo, follia e desiderio, si reggeva da sé? Si gonfiò, lievitò, svolazzò. Comprese che persino questa parentesi in aeroporto poteva essere – lo stava già diventando – un lasso carico di senso e seppe (come si sanno certe verità di una buona volta e per sempre) che a partire da questo momento la sua esistenza restava al riparo da ritardi e da incidenti di percorso.

Rappacificata, aprì il libro e, come se quell’istante fosse assoluto – ma forse non lo era? forse non lo sono tutti gli istanti della vita? – sprofondò nella lettura. Un’ebbrezza di piacere. Ed era precisamente questa circostanza, il sapersi esente da qualsiasi responsabilità o impegno, che le permetteva una concentrazione quasi perfetta. Secoli (le sembrò) che non leggeva con quella intensità. Era alla terza pagina quando nella bruma ascoltò che stavano annunciando l’imbarco del suo volo. Senza fretta, quasi con dispiacere (ma sapendo gioiosamente che ciò che aveva imparato, o recuperato, ormai le apparteneva), abbandonò la lettura. Notò con orgoglio che il cameriere le aveva portato il caffè e lei non se ne era nemmeno accorta. Mise via il libro, lasciò sul tavolo i soldi per il caffè e, con parsimonia, si preparò per l’imbarco. Il terrore (passeggero) di avere smarrito i documenti la distrasse dalla sua recente rivelazione. Una certa lotta per conseguire uno spazio nel portabagagli, l’indignazione perché un uomo si era negato ad aiutarla a sollevare la borsa così pesante e il respiro affannoso del vicino di posto (eccessivamente grasso, non poteva questo buon uomo attenuare anche fosse solo per qualche istante la sua respirazione?) contribuirono a diminuire l’effetto di quello che aveva scoperto.

Proprio adesso, nella sua casa, sul punto di comporre di nuovo e per l’ennesima volta il numero di telefono che da più di un’ora risulta occupato, rabbiosa di dovere sprecare il tempo in un modo così stupido, la attraversa una immagine fumosa di sé, in un aeroporto, elucubrando qualcosa che (le sembra) abbia a che fare con stati di impazienza. Ma non si lascia sedurre. Conosce fin troppo quella sua tendenza a rifugiarsi in grandiosi speculazioni quando le patate sono bollenti così non perde nemmeno un minuto nel cercare di ricordarsi: alza la cornetta e, furiosa, sbuffando con anticipata indignazione, preme un’altra volta il tasto di “richiamata”.

Liliana Heker

*Tratto da Cuentos reunidos, Alfaguara, 2016; traduzione di Mercedes Ariza

**In copertina: Christian Wilhelm Eckersberg, “Donna davanti allo specchio”, 1841