“Di questa luce non temere”. Quando tutto è vuoto, recitiamo “Il libro tibetano dei morti”, al cospetto della prova e della salvezza

Posted on Marzo 31, 2020, 8:01 am
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Di questa luce non temere” perché della luce si può avere paura, se la luce invade tutte le forme. L’occhio umano è pronto per ricevere tutta l’oscurità del mondo ma per la luce la pupilla si contrae, si ritrae. Per la luce l’occhio fa un passo indietro. Allora di questa luce non temere. Il libro tibetano dei morti (versione a cura di Giuseppe Tucci, pubblica SE) andrebbe in realtà intitolato traducendo alla lettera “il libro che conduce alla salvazione dall’esistenza intermedia per il solo sentirlo recitare”. La parola ha il potere di fare accadere le cose, lo hanno detto in tantissimi e io me lo ripeto come un avvertimento continuo. La parola ha il potere di dannare e di salvare. Questo è un libro che dovremmo leggere tutti, potrebbe salvarci.

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L’uomo quando nasce è un contenitore, un vaso, che con l’esperienza viene lentamente riempito. Le azioni si depositano strato su strato, siamo destinati ad accumulare. Per questo è così difficile svuotarsi, renderci cavi. Per questo il concetto di vuoto, soprattutto nella società occidentale, ha qualcosa che ci riporta a sensazioni negative. Il vuoto è privazione, sacrificio. Ma è in questo svuotarsi che avviene l’esaurirsi dell’esperienza alla fine della vita, è nell’esaurimento del karma, della nostra eredità di azioni e colpe che ci si libera persino del recipiente. Possiamo tornare alla luce.

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Per i tibetani non svuotarsi completamente vuol dire reincarnarsi e continuare ad esistere è dolore e buio. Il libro tibetano dei morti è la possibilità di tornare alla parola nel momento di confine. Questo libro – anche solo per averlo sentito recitare – dovrebbe stirare il momento del limite e aprirci un varco di possibilità. I tibetani al posto dell’anima, che per loro non esiste, pongono il pensiero (o la coscienza) che risiede sul respiro, sulle cupole diaframmatiche. Quando si muore si dice che “si esala l’ultimo respiro” ed è questo l’attimo dove inizia il limite. Il momento in cui il pensiero non ha nessun luogo, è privo di un appoggio. Questo è il momento del rischio. Stare vicino a chi muore è un atto di rischio e di responsabilità.

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Il respiro che esce fuori si interrompe, tutte le cose sono vuote, nude come lo spazio; c’è soltanto un’intelligenza immacolata, vuoto-luce che non ha né circonferenza né centro; allora tu devi quella luce riconoscere. In essa stessa entra da te stesso. Io pure allora lo conoscerò”. Quando il pensiero è privo di una casa e tutto è vuoto e luce, tutto ingoia la forma. Il pensiero fino ad ora è stato al riparo nelle viscere, ha abitato l’ombra e la luce gli è arrivata solo di riflesso. In questo stadio di stasi il pensiero non sa dove si trova, può solo ricordare dove era fino a poco prima. Stare nella stessa stanza con un morto richiede rispetto estremo: il morto prova terrore, vede gli altri piangere, li chiama ma loro non sentono. Il libro tibetano dei morti è un’antica e lunga preghiera che andrebbe letta ad alta voce, chiamando ripetutamente il morto col suo nome, per spiegargli cosa vede, quali luci distinguere.

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Il passaggio della morte non è in un attimo, impiega parecchi giorni, al morto vengono date numerose possibilità di scelta. Si può scegliere la luce fino all’estremo.Una luce turchina (…) ti comparirà innanzi in maniera tale che gli occhi non reggeranno. Insieme con questa, la luce bianca divina abbagliante, parallela alla luce della conoscenza sublimata, sorgerà. In quel momento per la forza del tuo karma avrai timore, spavento e paura di quella luce turchina (…) e fuggirai: e sentirai nascere in te desiderio di quella luce bianca divina che non è abbagliante”. Insieme ad ogni luce giusta compare anche un’altra luce, una luce più accessibile, egualmente attraente, ma che permette di essere guardata. Inganna, fa meno paura. La luce giusta invece è terribile e meravigliosa, mangia nel bianco tutto quello che incontra.

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Il libro tibetano dei morti è un libro di possibilità. Leggerlo vuol dire dare a noi stessi molte possibilità di scelta in quel momento dove la zona di limite viene sfibrata. “Il pensiero non più padrone di se stesso passa da un mancamento ad un altro; ma per poco che uno sia consapevole, la salvazione è facile; perché il pensiero è tutto concentrato in un punto, senza distrarsi, a causa dell’apparire di quelle immagini che sgomentano, spaventano e fanno paura”. Morire è mancare, essere privi di un luogo, ma se leggete queste parole al defunto gli ricorderete che il pensiero è un punto, che nonostante la paura, la salvazione è facile. Il libro tibetano dei morti è un libro di istruzioni precise, descrive tutte le luci che il pensiero vede, tutte le paure che lo fanno disperdere. Questo libro è una legge: “questo trattato che apre le porte della salvazione al solo sentirlo recitare è dunque la Legge dei Buddha sulla quale non c’è bisogno di meditare, la legge che al solo sentirla recitare conduce alla salvazione (…) la legge che in un solo istante distingue fra i degni e gli indegni”.

Clery Celeste

*In copertina: un thangka tibetano del XVII secolo