“I libri di oggi? Non li pubblicherei neanche sotto tortura”. Ecco come Giulio Milani rivoluzionerà la letteratura (e il cinema)

Lo scrittore ed editore Giulio Milani, direttore editoriale del glorioso marchio Transeuropa, si racconta e ci racconta il mondo (editoriale e non) come lo vede. E ne esce fuori qualcosa di pazzesco

Posted on Gen 21, 2018, 11:09 am
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“È bello come il sole” mi disse una volta uno scrittore famoso che non cito indicando Giulio Milani, al termine di un dibattito pubblico nel quale il nostro era intervenuto alla sua maniera. “Solo che è pazzo. Completamente pazzo”. E di quale meravigliosa pazzia sia affetto lo si capisce leggendo questa intervista, che come per trarci in inganno parte piano, per poi esplodere in un’accelerazione da perforazione dei timpani. Non aggiungerò altro, perché troverete tutto nelle sue risposte. A parte un paio di cosette, utili a migliorare la comprensione. Ascoltandolo, difatti, si verificano curiosi fenomeni paranormali. Fino a un certo punto, si ha l’impressione di non capire un’acca di quello che dice. Poi all’improvviso tutto si fa chiaro. Perciò, non preoccupatevi se non capite tutto all’istante. Perché Milani scrive come un imperatore e dice cose da imperatore. E, se non da imperatore, da marziano. A volte pare guardare il mondo da tali altezze che viene la vertigine. Ma all’occorrenza sa scendere tra noi mortali. È uno troppo profondo per la superficialità del mondo. Per questo a volte si fa fatica a capirlo. Quando però si arriva a comprenderlo, è un intero universo quello su cui ci si affaccia. Anche se non si sa bene se sia il nostro o uno che gli somiglia.

Giulio Milani, partiamo piano, mi raccomando. Parlaci della tua idea di editoria. Chi è l’editore di libri (in particolare l’editore indipendente, il piccolo editore), cosa fa, cosa dovrebbe fare, cosa fai tu?

“La mia idea di editoria è un po’ particolare, diciamo anomala, visto che mi ritengo un autore che ne produce altri. Questo fa di me un apolide, e di conseguenza ho sviluppato un’idea di editoria letteraria svincolata dalle categorie tradizionali. Come ogni editore degno di questo nome, ma anche come ogni autore, interpreto il mio ruolo e la mia funzione come una forma di intermediazione sociale e culturale tra diverse voci, istanze e sensibilità: per me, l’editoria è stata anche una palestra di democrazia e di tolleranza, oltre che di ricerca letteraria. Se guardo invece ai miei colleghi, devo purtroppo constatare che in molti casi il piccolo editore è un imprenditore che vive di altri introiti, ma preferisce la gala culturale sulla giacca all’acquisto della squadra di calcio locale, oppure è un poveretto che avrebbe dovuto aprire una bigiotteria. Gli appassionati veri sono pochi, ma buoni. Ne ho incontrati parecchi, per esempio, nell’associazione dell’Odei, che è nata per opporsi alle logiche monopoliste e aziendaliste dell’Aie. Quanto di buono è accaduto e sta accadendo nel comparto fiere e quindi nella diversificazione dell’offerta, è nato anche da questa esperienza. E poi ci sono sempre editori eroici, specie tra i piccoli e i medi, che alle volte riescono lo stesso a imporsi. Si vedano i casi di NN, Exorma, Tunué, per citare solo i più recenti”.

Quale futuro per i libri e la letteratura? Non è che ormai tutti stanno tutto il tempo davanti a smartphone e computer, sui social, specie i giovanissimi, che dovrebbero essere i futuri lettori?

Giulio Milani

Bello come il sole, ma completamente pazzo: ecco a voi Giulio Milani

“L’avvento dei social network e dei dispositivi ad alta connettività non è stato senza conseguenze. La spaventosa crisi editoriale del 2011, con un calo di 700.000 lettori in una volta, non è stato compensato, come si pensava all’inizio, dall’incremento quasi uguale dei lettori di ebook, ma proprio dal picco che ha avuto Facebook nel frattempo: quel tipo di fruizione ha portato via tempo alla lettura, che già è sempre stata un’attività di lusso, riservata a pochi e considerata male, dal punto di vista sociale, come attività volta a volta antisociale, privilegiata ed emarginante. La diffusione delle ultime statistiche Istat sulla lettura lo ha dimostrato: su Facebook, nella mia ‘bolla’ di lettori più o meno forti, di manoscrittori e addetti ai lavori, ho visto proprio serpeggiare la disperazione e poi il desiderio di conformarsi alla volontà dei più, con stati che inneggiavano a far altro perché tanto la lettura non interessa a nessuno. Sarà vero? Io non credo che l’Italia sia un paese mediamente più ignorante dell’Inghilterra o della Francia, penso invece che le politiche sulla lettura, sulla cultura e sull’editoria abbiano favorito questo crollo, insieme a una produzione – da parte di editori e scrittori – sempre più squalificata. Insomma, se non si leggono più libri la colpa non può essere solo dei social, degli smartphone e dei lettori, visto che all’estero non va così male: qualcosa non funziona anche a monte. Bisogna allora ripensare la produzione sulla base dei nuovi atteggiamenti di lettura, guardando per esempio al successo planetario delle serie tv, che offrono prodotti talvolta di altissima qualità, con narrazioni non lineari che i nostri editori di narrativa han sempre visto come la peste. Da noi vige ancora il modello novecentesco di letteratura che prevede lo stile affabulatorio, ossia un aquaplaning discorsivo, un’isteria metaforizzante che è il cascame più vieto del flusso di coscienza alla Joyce, che si è sviluppato dopo la morte dello stile indiretto libero e dell’ideologia che lo sorreggeva: il narratore prosegue la sua lotta per la sovranità dell’ego dentro il pensiero e le emozioni del personaggio principale, ma nel farlo tutta la narrazione diventa una testa di morto senza mondo, una perenne didascalia, una coazione a stabilire come interpretare la scena: al cinema, che è tutto azione e reazione, mistero, profondità, questo stile è concesso solo quando a parlare è per l’appunto un defunto, che non compare in scena; dunque, con un motivo narratologico preciso. Al lettore invece non importa nulla di quello che pensa e che prova il personaggio, anche perché l’indagine sulle emozioni e sull’io è già stata fatta e il catalogo è ampiamente disponibile in letteratura; al lettore del 2018 interessa quello che il personaggio può far pensare e provare a lui, lettore. Occorre una rivoluzione copernicana che lavori suoi vuoti, sul mistero, sulle domande, sulla sottrazione, ossia sulla capacità dei personaggi di fare spazio alla biografia e all’inconscio del lettore. Allora il lettore tornerà”.

Vedo che le cose cominciano a complicarsi. Parlaci del progetto editoriale che stai per lanciare, ‘Wildworld’, e delle prospettive che apre per Transeuropa. Un bilancio. Qualche previsione. Obiettivi di breve e lungo periodo.

Wildworld è una serie antologica di romanzi che si riappropria di determinati modelli delle serie tv d’autore e li trapianta nello specifico letterario da cui pure quei modelli sono sorti. La novità qui sta nella circostanza che i fatti di cronaca alla base di ogni romanzo non vengono interpretati nelle forme della narrazione standardizzata dei media e di un modello poetico di maniera che ricalca l’ideologia prevalente, ma vengono sovvertiti dall’impiego di elementi distopici come il paradosso, il soprannaturale psicologico, la surdeterminazione. La poetica alla base di questa operazione editoriale, che a propria volta rovescia i termini del rapporto autore/produttore – visto che i temi sono stati assegnati come farebbe un regista-produttore con la sua squadra di registi, magari esordienti, per la realizzazione di una serie tv –, è la stessa dell’autofiction, ma applicata allo schema del fatto di cronaca anziché al materiale biografico dell’autore. Questo, naturalmente, diventa anche un modo per raccontare di sé attraverso un lente più ampia, quella del ‘noi’. Se devo fare un bilancio, il percorso intrapreso è in questo senso un tutt’uno con la storia della casa editrice, visto che tra i capofila dell’autofiction in Italia dovremmo indicare anche Tondelli e Mozzi, oltre al campionissimo Siti. È una linea di sviluppo che prima ha comportato, con Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, Il compleanno dell’Iguana di Silvia Ballestra e il resto di titoli usciti negli anni novanta, un rinnovamento del romanzo di formazione giovanile; e adesso ricapitola quell’esperienza in una forma narrativa nuova, che unisce due filoni in uno. L’obiettivo di breve e medio periodo è intercettare quella generazione di lettori, già spettatori delle serie tv, che aspetta qualcosa di nuovo anche in campo letterario. Sul lungo periodo, è formare una squadra di lavoro che possa rinnovare anche il cinema italiano, altro settore in crisi, perché questi titoli sono pensati per diventare a loro volta anche film o serie tv. Transeuropa, insomma, ambisce a diventare la Netflix italiana: se qualche imprenditore dal fiuto aguzzo vuol farsi avanti, mi contatti”.

Che ne pensi dei libri che si pubblicano oggi e in particolare della qualità della narrativa italiana contemporanea?

“In Italia si pubblica prevalentemente la narrativa straniera, perché è quella che in generale tiene di più per ovvi motivi (non fosse altro che questi libri si son già fatti notare in patria), mentre l’italiana è in grandissima sofferenza, minacciata com’è dal displuvio di titoli di scriventi più o meno famosi, personaggi televisivi, blogger, vip generici; ma anche quando apro i libri di professionisti, ossia persone che non hanno una notorietà collaterale da spendere, pubblicati da grossi editori, tranne rare eccezioni provo un grande senso di sconforto: perché quei libri io non li pubblicherei neanche sotto tortura. Perché succede questo? Perché nella narrativa italiana vanno solo alcuni generi, come il noir o l’affresco storico noir alla Lucarelli, l’intimistico-sentimentale alla Moccia e sottogeneri, il fantasy, il thriller, il romanzo storico, il romanzo di formazione, l’autofiction e la distopia. Quindi il titolo si sceglie molto rapidamente, sulla base della sua collocazione, oltre a una valutazione sul peso editoriale dell’autore e dei suoi contatti, o di quanto è in ballo col suo agente sul piano economico generale, lo si affida a un editor che lo pettini un po’, e via a piastrellare i gabinetti. Nessuno studio, nessun approfondimento. Solo ricezione e pubblicazione. Chi si occupa di questi titoli è per lo più un funzionario editoriale che ha obiettivi precisi da raggiungere, e vista la quantità di fuffa che deve ingollare è meglio se non sia del tipo a rischio di burnout: di solito si sceglie qualcuno di conosciuto che appartiene alle classi alte, i figli di quella aristocrazia sabauda di cui non ci siamo mai davvero liberati, a livello di mentalità; raccomandati che è meglio non facciano danni nell’industria di famiglia e si occupino di moda, sport o editoria; incompetenti, per lo più, oppure specializzati in un unico campo, quello da studi in lingue, lettere o filosofia. Sono le teste di legno migliori per ‘funzionare’ senza obiezioni. A fianco di costoro, ovviamente, il sistema di rilevamento Nielsen, la nuova Bocca della Verità, e i bocconiani con l’andamento economico alla mano. In questo modo succede che l’ultima operazione editoriale simile alla nostra, con un progetto e una poetica precisi, è del secolo scorso: quella dell’Einaudi Stile Libero con l’antologia dei Cannibali. Cosa ha prodotto tutto questo? L’Istat parla chiaro. Allora non è un caso che la ricerca torni a passare da territori periferici come ai tempi di Theoria negli anni ottanta”.

Come trovi il livello delle pagine culturali dei giornali? Che altro potrebbero fare, di più e di meglio?

“I giornali, in generale, hanno lo stesso problema dei libri: crollo verticale dell’autorevolezza e delle vendite. Le pagine culturali sono pagine dello spettacolo, per lo più: si limitano a rinarrare quel che accade, talvolta con dei veri copia/incolla dei comunicati stampa; altrimenti c’è il solito baratto dei favori tra case editrici, gruppi editoriali, uffici stampa, autori, critici e via discorrendo. Anche perché l’editoria cartacea nel nostro paese è un’industria povera, e un pianerottolo in cui tutti si conoscono. Ci sono resistenti, appassionati, come ci sono nell’editoria libraria e dappertutto, ma rappresentano una minoranza incapace o impossibilitata a fare rete, per il momento. È già logorante resistere, per certi versi, figuriamoci contrattaccare… Mi dispiace solo che il dibattito sia praticamente scomparso dalle pagine culturali, ormai disperso nei commenti agli stati dei singoli opinionisti. Qualcosa di più si muove in rete, ma qui si sconta la dispersione e l’arte di arrangiarsi. Penso che se continueranno così, inseguendo i social network invece che le realtà locali, dove ancora resiste un senso di ‘comunità di destino’ e il dorso regionale viene letto, i giornali scompariranno del tutto, verranno inglobati da Facebook probabilmente. Vorrà dire che dovremmo emigrare su Giove come ci consiglia Stephen Hawking…”.

E recensori e recensioni, svolgono ancora la loro tradizionale funzione? E quale era, qual è, quale dovrebbe essere? Non si è persa autorevolezza? Non è un po’ tutto uno scambio di favori, di do ut des?

“Le recensioni non servono poi molto, l’autorevolezza segue il destino dell’autorità: crolla, si disintermedia, diventa orizzontale. Oggi vale più il suggerimento di un blogger che un peana di Angelo Guglielmi. I salotti letterari non esistono più, e quando resistono, come in poesia, non hanno forza. Perché comunque la forza dei numeri, che poi è la forza della democrazia, vince su tutto. I concetti di alto e basso, destra e sinistra, sono costruzioni antropologiche legate al tempo lungo dell’infanzia, che è quello che ci determina nella nostra capacità di adattamento e di manipolazione del mondo, ma sono destinate a essere superate perché ormai inservibili: il mondo a cui dobbiamo adattarci non ha quasi più nulla di naturale, l’inganno dell’autocoscienza ha prodotto una costruzione di artifici dove il corpo quasi non ha più ruolo, ed è proprio qui che la narrazione diventa essenziale all’esistenza. Dunque faremo a meno dei critici, ma non delle narrazioni. Allo stesso modo, la figura dell’arbitro è ormai troppo invischiata nel gioco per potersene tirare fuori. Penso sia un bene, anche perché non esiste più un unico gioco condiviso: il gioco è diventato trovare giochi sempre nuovi per attribuire un senso (cioè una regola) alla realtà. Era così dall’inizio, ma adesso ne stiamo diventando coscienti. Il gioco fa le regole, e se le regole saltano vuol dire che stiamo immaginando un gioco nuovo”.

Ritengo il politicamente corretto la peste del nostro secolo. Trovo che attraverso di esso siamo precipitati in un nuovo medioevo, tra cacce alle streghe e censure striscianti. Sarà perché sono innamorato della verità, mentre mi accorgo che la verità non interessa più a nessuno. Se la verità è di ostacolo ai nostri obiettivi va spazzata via (lo scrive anche Maurizio Ferraris nel suo recente saggio Postverità e altri enigmi). Al riguardo che opinioni hai? Ti do licenza di contraddirmi alla grande…

“Il politicamente corretto offende l’anarco-individualista che è in ognuno di noi. Ma di cacce alle streghe se ne facevano di più in passato, solo che il medioevo non le pensava nemmeno come tali: erano atti di somma giustizia, non certo persecuzioni. L’idea della persecuzione degli innocenti nasce col cristianesimo, è anticipata dall’insegnamento socratico, ma ha impiegato almeno gli ultimi sei secoli per affermarsi sulla mentalità pagana, che è magico-causale. Il nazismo è un colpo di coda, a tutti gli effetti, proprio di questo tipo di mentalità persecutoria. Negli ultimi sei secoli, però, guerre mondiali a parte gli storici sono concordi nel parlare di un processo di civilizzazione dei costumi che ha abbassato le passioni umane e il tasso di violenza privata ai minimi storici. Ricordiamoci la tradizione dei duelli, l’ultimo dei quali si è consumato in Francia subito dopo la seconda guerra mondiale, o l’abrogazione del delitto d’onore solo nel 1981. L’elenco sarebbe lungo. Certo, resta la violenza della politica e dell’opinione pubblica, che nei secoli scorsi si è servita dello ‘spettacolo dei supplizi’ (vedi alla voce ghigliottina o impiccagione, prevista anche per furto) per ammaestrarci e continua a non essere estranea alla logica della violenza che caccia la violenza, delle fake news e delle censure per colpire gli avversari. Ma è altrettanto vero che il bene e il male crescono proporzionalmente. Quindi per me è corretto sostenere che il concetto di verità resta di parte, e lo resterà ancora per un po’, almeno fino a quando non saremo tutti d’accordo sul fatto che verità e menzogna si implicano reciprocamente: la fiction, l’arte, lo sanno e lo dimostrano”.

Tu sei anche uno scrittore e uno storico. Hai pubblicato romanzi (esordendo nel contesto del progetto tondelliano Under 25, se non sbaglio, proprio per Transeuropa) e di recente un paio di saggi con Laterza. Ce ne vuoi parlare?

libro Milani“Sì, ho esordito come narratore nella prima antologia del dopo Tondelli, curata da Silvia Ballestra e Giulio Mozzi. Poi ho curato a mia volta una serie di antologie di esordienti, vecchi (Over 65. Apocalittici e disappropriati) e giovani (I persecutori, che ospita il racconto d’esordio di Giorgio Vasta). Negli anni successivi ho pubblicato un paio di romanzi, uno con Transeuropa nel 1999, La cartoonizzazione dell’Occidente, e l’altro con Baldini e Castoldi, Gli struggenti o i kamikaze del desiderio. Con Laterza ho pubblicato nel 2015 un reportage narrativo in regime di semi-autofiction, La terra bianca, sui disastri della chimica e dell’escavazione del marmo nella provincia di Massa Carrara, le città dove vivo e lavoro. L’anno scorso invece ho pubblicato un saggio romanzato sulla campagna di Russia, I naufraghi del Don, dove ho dato voce alle testimonianze di reduci e sopravvissuti che avevo raccolto tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila”.

Dài, facci una previsione indossando i panni dello storico che osa. Come sarà il mondo di domani, diciamo verso la metà del secolo? Sul piano sociale e politico, intendo. Che ne sarà dell’Europa, dell’America, del mondo islamico? Come sarà il mondo del lavoro, dell’economia? E quello culturale?

“I problemi sono ormai planetari, le coscienze stanno subendo un processo di internazionalizzazione molto forte, come ai tempi della nazionalizzazione delle masse, mentre l’ego – dopo dio – assiste dal palco alla sua stessa morte. I concetti di sovranità nazionale e individuale sono destinati a saltare, e questo non avverrà in modo indolore. Potrebbero scatenarsi guerre e rivoluzioni, prima ancora che le risorse del pianeta si esauriscano. La luce in fondo al tunnel è la possibilità, mai sperimentata prima nella storia della nostra specie, di mettere in rete tutto il sapere e sviluppare una forma di intelligenza artificiale collettiva: l’unica in grado di risolvere nodi ormai insormontabili per l’esperienza e la capacità del singolo e delle singole nazioni. Ma questo è l’ottimismo della volontà (di sopravvivenza), poi c’è la pulsione estinzionista. Quanto al mondo islamico, se penso alle sue frange più fanatiche, si tratta di un colpo di coda simile al nazismo, non è niente che non abbiamo già conosciuto e lo ritengo un fenomeno che fa parte della nostra stessa esperienza occidentale/globale: passerà, e verranno travolti insieme a noi dal processo di internazionalizzazione di cui sopra; lo stabilisce il nostro impianto tecnico e la metafisica logico-calcolante che c’è dietro, non è qualcosa che la politica o la società di questo o quel paese, di questa o quella consorteria, possano gestire o controllare più di tanto. Sulla tempistica, però, non posso esprimermi. Lo spazio di indagine del singolo, come ho detto, ormai è troppo ridotto per avventurarsi nel futuro”.

Ok. Abbiamo finito. Devo dire che mi è parso quasi tutto soprendentemente chiaro, cristallino. A parte un paio di passaggi che mi dovrò rileggere. Ma, insomma, poca roba. Quasi non lo riconosco. Che non sia lui ma la sua segretaria? In fondo per email tutto è possibile… Anche che Giulio Milani parli quasi terra terra.

Gianluca Barbera