Lev Šestov o la filosofia del sottosuolo. Dialogo con Luca Orlandini oltre i confini del noto

Posted on Settembre 01, 2018, 7:17 am
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Ricordo. E fu un assalto. Proprio così. Una flotta di condor che si appendono alla calotta cranica, la scastrano, fanno macello di ciò che sapevi appena un attimo prima. Ricordo che fu Girolamo Melis, pubblicitario di genio, uno che ha cominciato a lavorare con Elio Vittorini e scriveva i jingle con Enzo Jannacci. Sussurrò il titolo di quel che è promessa e anatema, Sulla bilancia di Giobbe. Peregrinazioni attraverso le anime. Stampa Adelphi. Scrive Lev Šestov, filosofo russo, che si trasferisce a Parigi dopo la Rivoluzione bolscevica e muore nel 1938, ottant’anni fa. All’ingresso del libro c’è una fotografia dell’autore. Viso languido, ortodossia della barba, occhi come becchi, perforano. Il libro fu una rivelazione – ha la nitidezza travolgente di quei libri, rarissimi, che sembrano scritti proprio per te, sono un sussurro a tu-per-tu, da custodire con gelosia. La lettura di Dostoevskij, certo, formidabile, fondamentale (“il significato della seconda vista consiste proprio nel fatto di porre domande che non hanno risposta e, per ciò stesso, di trovarci costretti a esigerla, questa risposta”). Ma Dostoevskij, di per sé, è prodigio abbacinante. Mi sorprese, ricordo, l’interpretazione che Šestov delinea di Lev Tolstoj, rintracciandone l’autenticità nei racconti postumi più che nelle grandi opere, in Padre Sergij o nelle Memorie di un pazzo. Lì il guru della nonviolenza, il propagatore dell’amore universale si dilegua, lascia lato al dissipatore, all’uomo-demone, all’inquieto: Tolstoj, in realtà, sembra il personaggio di un romanzo di Dostoevskij, è un uomo che scodinzola dal sottosuolo, colto nell’onda dell’urlo. La faccio breve. Lev Šestov è diventato, da allora, un’ombra amica. Dalla sua opera somma, Atene e Gerusalemme, stampata da Bompiani nel 2005, ho tracciato su un quaderno questa frase: “‘Ciò che è più importante’ è al di là dei limiti del comprensibile e dello spiegabile, cioè al di là dei limiti di ciò che può essere comunicato con la parola”. Quanto al resto, io resto ciò che sono: un vagabondo tra i linguaggi, né uno storico della filosofia, né un lettore particolarmente sagace. Così, quando mi accorgo che Aragno pubblica La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche (2017), dopo troppo tempo (l’edizione del 1950, per le Edizioni scientifiche italiane, a cura di Ettore Lo Gatto), già esulto; quando mi rendo conto che nello stesso anno la stessa Aragno pubblica il libro di Benjamin Fondane, In dialogo con Lev Šestov. Conversazioni e carteggio, mi ubriaco di gioia. Entrambi i libri sono stati curati da Luca Orlandini, accanito e anarchico studioso, al di là di accademie e accademismi. Contattarlo per capire Šestov mi è parso perfino ovvio. (d.b.)

Sestov

Lev Šestov nasce nel 1866 a Kiev, muore a Parigi nel 1938

Partirei da un dato biografico laterale, ma micidiale, letto oggi. Lev Šestov scrive il libro su Dostoevskij e Nietzsche a Genova: in che contesto della sua vita e del suo pensiero ipotizza la ‘filosofia della tragedia’ e in cosa consiste?

Il soggiorno a Genova coincise all’epoca con un periodo di intenso lavoro e di profondi mutamenti nella vita privata. In seguito a una grave crisi nervosa, nel 1895, dovuta in parte al conflitto sempre più opprimente tra le sue aspirazioni letterarie e l’obbligo di succedere al padre nella gestione dell’impresa di famiglia, Šestov lascerà infatti la Russia per frequenti viaggi in Europa. In particolare, La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche (1903), rappresenta la linfa di tutto il suo pensiero, passato, presente e futuro. Benjamin Fondane scrive ne In dialogo con Lev Šestov (Aragno): “Ma nel frattempo scoppierà la guerra, la rivoluzione e vi sarà la fuga dalla Russia, l’esilio in Europa, l’inizio della solitudine, delle privazioni, della vecchiaia. Io ho conosciuto questo terzo Šestov, colui che aveva già conosciuto l’infelicità, il pensiero di Lutero e l’idea che il peccato originale fosse… il nostro sapere. Questo Šestov non è in conflitto con gli altri due, è solo la loro naturale estensione, il loro compimento: gli affluenti non hanno fatto altro che allargare il letto del fiume, conferendogli maggiore mobilità e profondità”. Concepito nel 1898, due anni prima della morte di Nietzsche, materialmente scritto nel 1900 a Genova-Nervi e pubblicato nel 1903 a San Pietroburgo, l’opera rappresenta il terzo libro di Šestov – il secondo, dove per la prima volta egli oserà attaccare l’idolo della morale, è L’idea di bene in Nietzsche e Tolstoj – e una svolta decisiva nel suo pensiero, il risveglio dal sonno dogmatico della ragione, la ribellione del sottosuolo, rispetto alla sua prima opera, Shakespeare e il suo critico Brandes (1898), in cui l’identificazione di Dio all’idea di bene e alla legge morale ancora dominava. Nell’opera scritta a Genova emerge in tutta le sua prepotenza il tema del tragico letto attraverso l’immoralismo filosofico di Nietzsche e Dostoevskij, i giganti del pensiero adogmatico. In questa fase, Shakespeare – il suo primo maestro di filosofia – e Nietzsche rappresentano per Šestov l’asse intorno a cui ruota il suo pensiero e, infine, il pretesto decisivo per approfondire lo studio delle opere di Dostoevskij e di Tolstoj. È il sottosuolo della filosofia, un viaggio al termine della ragione, l’abbandono dei comodi problemi astratti, della teoria, per affrontare le onde furiose del reale e mettere in causa il fatto stesso di esistere. Un’insoddisfazione divorante che annienta la commedia della conoscenza. Critica della ragion pura on steroids, all’ennesima potenza. L’unica in grado di gettare la giusta luce sulla fisiologia del mondo, su “l’anguilla delle verità profonde”. È quella no man’s land descritta da Dostoesvkij e da Gogol’ che non è solo parte della Russia, ma del mondo intero, per coinvolgere indifferentemente atei e credenti: “Tutti noi ci siamo disabituati alla vita, tutti noi zoppichiamo, chi più chi meno. Ce ne siamo anzi talmente disabituati che sentiamo talvolta un certo disgusto per l’autentica vita vivente”, si narra ne Le memorie dal sottosuolo.

Sestov“Per noi Dostoevskij è un enigma psicologico”: Šestov scrive spesso di Dostoevskij, trattandolo, sostanzialmente, da grande scrittore e da enorme pensatore. Cosa vede in Dostoevskij il filosofo russo?

Vox clamantis in deserto, Šestov non poté che circondarsi di una ristretta legione di figure solitarie del pensiero, di una messe di uomini sfuggenti, di insoumis. Degli affini… Tertulliano, Pascal, il Plotino misologos, Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij etc. Ma i suoi due veri maestri, infine, sono Dostoevskij e, paradossalmente, Husserl. Lo dice lui stesso: “… il mio maestro dopo Dostoevskij, il mio vero maestro [si riferisce sempre a quest’ultimo]… Non bisogna sottovalutare i propri avversari. Ed Husserl, contro cui ho lottato, è stato un maestro per me, il mio maestro. Senza di lui non avrei mai avuto il coraggio di lottare contro le evidenze! … È l’unico uomo al mondo che immaginavo non potesse comprendere le mie questioni. Invece è uno dei pochi ad aver compreso, o meglio! l’unico ad aver ascoltato le mie questioni”. In una delle sue ultime interviste, Cioran rivela indirettamente perché Dostoevskij sia lo scrittore, e addirittura il pensatore più importante per Šestov: “In ogni nostro atto c’è un retroscena, e proprio questo è psicologicamente interessante, noi non conosciamo che la superficie, il lato superficiale. Si accede a ciò che è detto, ma l’importante è ciò che non è detto, ciò che è implicito, il segreto di un atteggiamento o di una frase. Per questo tutti i nostri giudizi sugli altri, ma anche quelli su noi stessi, sono parzialmente sbagliati. Il lato meschino è camuffato, ma il lato meschino è profondo, e direi quasi che è quanto di più profondo ci sia negli esseri umani, e di più inaccessibile per noi. È la ragione per cui i romanzi sono un modo di camuffare, di esporsi senza dichiararsi. I grandi scrittori sono proprio quelli che colgono il ‘retroscena’, soprattutto Dostoevskij. Lui rivela tutto ciò che è profondo e apparentemente meschino; ma è più che meschino: è tragico; questi sono i veri psicologi”. Non a caso Dostoevskij rappresenta il cuore battente de La filosofia della tragedia, e lo scrittore assolutamente necessario per comprendere Šestov, colui che lo stesso Cioran definisce il “Dostoevskij filosofico contemporaneo”, un particolarissimo raisonneur che avrà un ruolo determinante nell’esaltare il lato filosofico dell’autore delle Memorie dal sottosuolo, la sua profondità, fino ad allora misconosciuta: “nessuno prima di lui si rese conto di quanto Dostoevskij fosse profondo”. Fatto straordinario: tra gli ‘esistenzialisti’ russi del XX secolo, solo Šestov non si inchina di fronte al tribunale della ragione. Egli rappresenta infatti lo scibile umano letto con gli occhi di Dostoevskij, e la rivelazione di un dono: la rara coincidenza di profondità ed erudizione… fatto degno di nota, se si pensa che odiava scrivere. Lo stesso Cioran, con la sua corrosiva sensibilità slava, non mancò di udire il ruggito di Dostoevskij, né gli voltò le spalle (come faranno, per esempio, J. Wahl, I. Berlin e V. Nabokov, e tanti altri): “considero I Demoni il più grande libro dell’Ottocento. Anche il più grande romanzo in assoluto. E Dostoevskij è il più grande scrittore di tutti i tempi, il più profondo… anche più di Shakespeare”. Se tutto ciò che è realmente profondo è allo stesso tempo ambiguo, Cioran ridicolizza il vitalismo precisamente perché tale dottrina, al pari di ogni altra filosofia, converte la vita in un assoluto filosofico o letterario, in qualcosa di troppo positivo per poter davvero riflettere l’equivoco essenziale della vita. Lo dice lui stesso: “La philosophie capitule au moment où elle s’ouvre à l’homme”. Anche l’Esistenzialismo rappresenta un vaneggiamento filosofico, culturale, di cui farsi beffe (lo dice lo stesso Beckett); un mero movimento, uno dei tanti ismi o brainfart da intellettuali che, in fondo, oggi al massimo interessa l’antropologia filosofica, la storia delle idee, la storia della filosofia o la critica letteraria.

Šestov attraversa Plotino, Pascal, Dostoevskij, Tolstoj, Spinoza… a che linea di pensiero appartiene, verso quali abissi costantemente ci getta?

Più che “linea di pensiero”, parlerei di ‘territorio’ spirituale, per scongiurare il rischio di usare quelle tipiche categorie schematiche da manuali di filosofia. Il punto è il seguente: se ammettiamo che l’origine delle nostre domande non è la meraviglia, ma la sofferenza, la vera ‘critica della cultura’ allora si rivela essere quella che conferisce un pensiero, un valore e un potere speculativo – e non solo artistico – anche e soprattutto a quel territorio di cui la filosofia moderna, al pari di quella antica, non ne vuole sapere… da sempre, infatti, si teme che la sofferenza possa scuotere l’ordo et connexio idearum, le fondamenta della ragione. Questa è la realtà in cui si muove Šestov, nelle zone equatoriali dell’avventura umana, e come limitrofo di Dio, con una radicalità che fa appello alle legittime ragioni dell’irrazionale, a un appeal che non ha niente di puerile. È quel pensiero, e quella creatività, che passano il confine ammesso, i luoghi comuni, l’economia dell’omnitudine, per commentare, in fondo, un fenomeno molto più vasto e complesso di quello descritto dai filosofi di professione, dai grandi sublimatori del dramma della contraddizione, da coloro che invariabilmente ci parlano da un territorio sbagliato, troppo domestico: il peccato originale in quanto albero della scienza, e l’effetto rovinoso, drammatico, della ‘coscienza’. Šestov è stato uno dei primi, all’alba del Novecento, a riproporlo nei termini di un ‘peccato di sapere’, con una radicalità inaudita, irritante, proiettando oltre la morale, la politica, l’economia la tragedia dell’alienazione umana, additando la sua autentica origine metafisica. Il suo è uno sguardo inattuale, uno sconfinare oltre il danno della Storia, l’‘Uomo’ come sola riposta agli esseri umani, per vederne i limiti e i confini, insinuando al suo interno ciò che si trova oltre… l’esperienza dell’abisso. Šestov rappresenta un pensatore di formazione, e un passaggio all’estremo, verso la propria autonomia. Pensatore privato vs. pensatore pubblico. Ridotto all’osso, Šestov mostra dunque una via, un viaggio oltre le tassonomie e le astrazioni, la facoltà di vedere il mondo con i propri occhi, e una conseguenza formale fin troppo misconosciuta: quella di distruggere i falsi miti, per tornare all’autentico pensiero, alla profonda semplicità della scrittura, abbandonando la filosofia e il suo jargon, il mondo della prosa analitica, la moderna lingua razionale della prosa scientifica, lo stile della letteratura da note a piè di pagina, la terminologia scolastica, il marchio accademico, quel mondo dove la creazione è stata sostituita dall’erudizione e la fantasia dalla ricerca bibliografica. Non a caso, per lui “la letteratura era un modo per minare la filosofia”. Mi piace, poi, l’idea che Cioran riconosca apertamente i suoi debiti nei confronti di Šestov, per averlo affrancato dalla filosofia, ma che affermi anche di essersene liberato molto presto, di averlo studiato e digerito e infine lasciato per strada, per ‘viaggiare’ in solitudine.

FondaneSestovŠestov e Tolstoj: abbiamo testimonianze del loro incontro? Cosa vedeva Šestov, più in sintonia con Dostoevskij, nell’opera di Tolstoj.

Mi risulta che si incontrarono una sola volta, nel 1910, nella tenuta di Tolstoj, a Iasnaia Poliana. Il resoconto che ne fa Nathalie Baranoff-Šestov, nella sua biografia Vie de Léon Chestov, narra che Tolstoj, allora considerato in patria una sorta di profeta, irritato dalla sua eccessiva famigliarità con Nietzsche, ritenne Šestov uno “scettico” e, di conseguenza, finì col trattarlo con un cordiale distacco, per poi scrivere nel suo diario: “Ho ricevuto la visita di Šestov. Non molto interessante. Un letterato, e niente affatto un filosofo”. Šestov, a sua volta, ebbe un’impressione altrettanto negativa, poiché Tolstoj ai suoi occhi rappresentava ormai: “un relitto del passato, un saggio grandioso ma mitico”. Considerazioni di Šestov più complesse le troviamo anche tra le righe del Rencontres avec Léon Chestov di Fondane (trad. it. In dialogo con Lev Šestov), dove tra l’altro è riportato in appendice un breve testo di Maksim Gor’kij intitolato Tolstoj e Šestov. L’antagonismo nei confronti di Tolstoj, da parte di Šestov, si sviluppa in maniera organica già a partire dal suo secondo libro, L’idea di bene in Nietzsche e Tolstoj (1900), tra le cui righe afferma: “Tolstoj se la prende con uno scrittore più significativo e più profondo di quanto non sia Baudelaire o Verlaine: Nietzsche”. Tolstoj, pensatore religioso e morale, era infatti un oppositore, l’antipode di Nietzsche, del pensatore immoralista e adogmatico. La ‘filosofia della tragedia’, in fondo, rappresenta la definitiva maturazione delle posizioni di Šestov rispetto a quelle del fratello-nemico Tolstoj… i princìpi legati all’etica autonoma, all’idolatria del Bene e all’ateismo umanista… a cui egli contrappone la coppia Dostoevskij-Nietzsche, “l’uomo del sottosuolo” e la “trasvalutazione di tutti i valori”.

Esistono degli eredi di Šestov? E cos’è, in fondo, il pensare? Agitare domande impossibili, come fa Giobbe davanti a Dio?

Šestov, nel Novecento, ha avuto un’influenza capitale su molti grandi pensatori e scrittori. Tra gli altri, solo per fare alcuni nomi: uno dei suoi primissimi traduttori in Francia, G. Bataille, A. Gide, A. Malraux, A. Camus, D. H. Lawrence, E. Cioran, I. Brodskij, C. Miłosz, R. Bespaloff, I. Berlin. Eppure, il suo unico vero erede diretto – anche se, come scrive Cioran, “non tanto ideale, quanto ispirato” – è stato indubbiamente Benjamin Fondane, poeta-filosofo-drammaturgo-cineasta moldavo. In dialogo con Lev Šestov rappresenta un grande testamento postumo del loro rapporto. Cioran, che ha scritto il testo più bello che io conosca su Fondane, 6 rue Rollin, solo sei pagine, in cui viene resa giustizia all’immagine del poeta moldavo, più di quanto non riescano interi saggi di letteratura critica, ci illumina, quando scrive: “Fondane era davvero… un guerriero. Era intellettualmente molto aggressivo… aveva una presenza imponente, tutto si animava intorno a lui… mentre Šestov era riflessivo, posato, un raisonneur”. A sua volta, lo descrive anche lo scrittore Norman Manea: “alto e ardente… impetuoso, contraddittorio e indisponente… vitale e brioso, ribelle, ruvido e aspro”. Se, da ultimo, Fondane non fu un erede “ideale” di Šestov, lo dobbiamo al fatto che non lo seguì fino in fondo, non fece suo il ‘salto’ nella Fede, per quanto apofatica. Fondane si ferma a metà strada tra il non-religioso e il religioso, un po’ come accade, per certi aspetti, a Cioran, che rappresenta una sorta di ‘ateo’ non irreligioso. Forse perché, come afferma Robert Graves ne La Dea Bianca, il mito e il religioso dopotutto vestono il linguaggio poetico, e perché l’intero arsenale della cosiddetta secolarizzazione, compreso la filosofia, rappresenta un ‘prestito’ dal religioso e dal metafisico? L’errore più clamoroso, poi, è leggere Šestov solo con la lente del religioso, quando lo spettro delle sue domande coinvolge indifferentemente atei e credenti, e per un semplice motivo, come nota lo stesso Hume, quando ammette che l’origine della nostra conoscenza, di noi stessi e del mondo esteriore, si fonda sulla credenza, su una credenza non-religiosa, su qualcosa di cui è impossibile fornire a priori una giustificazione razionale: “Knowledge doesn’t exist without a foundation in a belief, in a non-reasoned belief”, su una credenza a cui ogni costruzione della ‘mente’, anche quella più sofisticata, può infine essere ricondotta. La fede, una fede metabolica, è all’origine della nostra conoscenza del mondo, ci viene detto. Tutto si riduce, in fondo, a quale soteriologia ci pieghiamo. Lo stesso I. Berlin afferma: “Hume diceva di non poter neppure mangiare un uovo o bere un bicchier d’acqua senza un atto di fede che la logica non era in grado di giustificare”. Giuseppe Rensi non è da meno, quando scrive: “il miracolo non è che l’assurdo scorto dal punto di vista di chi crede, e l’assurdo non è che il miracolo scorto dal punto di vista di chi non crede”. A buon intenditore… Io stesso, per esempio, mi sono interessato a Šestov, eppure non ho la minima inclinazione religiosa, né tantomeno scientifica. Se mi viene perdonato il parallelo, un po’ come Shakespeare, il quale, avendo vissuto a cavallo tra due epoche, il Medioevo con i suoi pregiudizi esauriti e la Rivoluzione scientifica ancora a venire, non fu mai preso dal sovrannaturalismo religioso, né dal determinismo della causalità scientifica; captava la fisiologia del mondo come solo può la sonda di un naturalista non-scientifico, per osservare il reale nelle sue contraddizioni senza la pretesa di ridurlo a qualche teoria razionale preesistente. È la famosa ‘capacità negativa’ di cui parlava Keats nelle sue Lettere: “un uomo capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione”.

Quali sono, infine, le personalità che possono davvero corrispondere alle domande di Šestov?

Sono assolutamente convinto che i temi di Šestov – il profondo, l’irrazionale, le determinazioni metafisiche dell’arte e del pensiero, il mito, l’assurdo, il religioso – non possano essere affrontati con profitto dai semplici specialisti, dai filosofi, i docenti di filosofia teoretica, i ricercatori, gli accademici, i teologi, ma solo dagli irregolari, gli eretici e, soprattuto, da quelli che hanno una spiccata e innata sensibilità per le immagini. Uno studioso, colui che emana il fetore tipico dei “Comitati Scientifici, degli addormentati tra i calmi papiri dell’erudizione”, scrive Robert Graves ne La Dea Bianca: “è uno che non può sconfinare, pena l’essere espulso dall’istituzione alla quale appartiene”. Ho visto docenti di filosofia teoretica commentare Fondane, specialisti di Heidegger commentare Cioran, ed altri definirsi “specialisti dell’esistenza”. È semplicemente ridicolo. Gli estetologi, i critici letterari o i filosofi, gli specialisti, di fronte all’esperienza di un’eccezione, a un appassionato amante, fanno sempre l’effetto di amorosi eunuchi. E nemmeno i semplici letterati che amano questi pensatori sfuggono a tale condanna, perché sono privi di qualsiasi estensione extra-letteraria o contatto con la strada (l’abissale differenza tra Cioran e Gómez Dávila, per esempio, consiste anche in questo); esprimono solo un pensiero che ha la sua vita nella scrittura, nello stile e nei testi, più affascinato dalla vita dentro la scrittura, che dalla scrittura dentro la vita. Insomma zero linfa, o linfa stagnante. È vero che Šestov ha espresso tutta la sua audacia solo nelle sue Opere, e non nella vita, e che in fondo ha vissuto come un asceta, nonostante criticasse proprio le strategie ascetiche, puritane, per non dire gnostiche, del pensiero in generale. Ma in lui è una contraddizione fertile, come lo è stata quella del virginale, illibato Leopardi, o dell’impotente Nietzsche, che non fu mai un uomo di mondo. È una contraddizione che personalmente perdono solo a personalità geniali come le loro, ancor meglio se tragiche; e, degradando, a quelle di Praz, Landolfi, Bazlen o per esempio a quel geniale ‘orso spaurito’ di Manganelli, che scrive questo bel frammento, pressoché sconosciuto al grande pubblico, per mettere il dito nella piaga della propria penosa contraddizione: “Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). … I libri non esistono: ma esiste il nostro farne carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa”. Tutti gli altri, ossia il 90% del demi monde da circuito culturale e letterario, a cui associo anche i più raffinati compositori d’idee altrui, sono in una posizione molto più equivoca e, in fondo, inaccettabile. In Italia non conosco quasi nessuno che non legga Šestov, Cioran o Fondane in modo riduttivo, conciliante, per sfiorare a volte perfino il ridicolo. Quando, ahimè, leggiamo la letteratura critica su Šestov, l’impressione netta è quella di trovarsi di fronte a dei sedotti orfani delle ideologie religiose, politiche o letterarie. Sono scorie delle ideologie. Non si avverte alcuna estensione. È come quando Šestov, nel 1912, si rivolgeva agli intellettuali che avevano come oggetto un ritorno d’attenzione per il religioso, e rimproverava loro: “ma in fondo siete una sorta di parvenus… si capisce che in realtà dentro c’è Marx, o qualcos’altro”. Il consiglio? Leggere e studiare Šestov, forse il più grande storico della filosofia e, allo stesso tempo, il suo più implacabile nemico. E di leggerlo non passando attraverso il filtro dei suoi ‘specialisti’ e studiosi, ma sulla scia degli eretici come Fondane, l’unico a restituire Šestov in tutta la sua radicalità, per poi viaggiare da soli. Boris de Schloezer un giorno disse a Šestov: “Credo che la vostra filosofia abbia più speranze di diffusione tramite Fondane, piuttosto che con voi”. Voleva dire… con un giovane pensatore controcorrente che possedeva come indole innata il potere del rifiuto, dell’attacco frontale, l’ironia e il coraggio delle opinioni personali, per affrontare una lotta ritenuta “bizzarra e una continua sfida all’umanità comune”. Io stesso, non ho mai ‘amato’ la filosofia, l’ho sempre studiata con rigore ma come si studia un nemico, da outsider, né sono un intellettuale (considero la definizione un insulto), uno studioso, un accademico, un ricercatore, uno specialista, né tanto meno un filosofo, un artista o uno scrittore.