A volte è difficile resistere alla tentazione di capire perché ci piacciano certe cose, una lettura particolare, proprio quel genere. Quando andiamo all’indietro e scopriamo che il romanzo popolare nasce dalle cronache nere dell’Ottocento inglese (Newgate novels) siamo già a buon punto. Ma si può rimontare più indietro ancora, cogliere una sensibilità al suo stato formativo. Per quel che riguarda il romanzo pulp di consumo, più indietro di Newgate c’è tutta una serie di resoconti di bravacci, di villains e tra questi spicca il famigerato Jonathan Wild.

Questo ladro matricolato catturò l’attenzione di quel poligrafo che era Defoe e in seguito prese il volo della fantasia con Henry Fielding (1707-1754) che oggi non gode di buona stampa nemmeno in UK.

L’ultima edizione del suo Jonathan Wild, per dire, è del 2004 e all’epoca per reclamizzarla su Guardian ricopiarono la prefazione del curatore. Sembra che non ci fossero persone in grado di parlare del libro, se non chi l’aveva curato…

In quella prefazione si leggeva che “l’opera su Wild era racchiusa nel terzo volume di opere sparse di Fielding, le Miscellanee, dedicate in lungo e in largo ai temi dell’ambizione grandiosa e della falsa grandezza. Sembra che Fielding l’abbia composto tra primavera e estate del 1742, dopo aver completato Joseph Andrews e subito dopo che Robert Walpole [dei progressisti] si era dimesso nel febbraio di quell’anno – proprio Walpole era il primo ministro delle generose mazzette, il protettore che con un’ingegneria di intrighi cabalistici rendeva, agli occhi di Fielding, il riassunto di tutta un’epoca di corruzione politica”.

Detta così, sembra che con Fielding siamo di nuovo alle prese col piagnisteo del letterato fuori dal mondo.

In realtà le cose non stanno così. Fielding in quegli anni aveva esercitato come magistrato e aveva toccato argomenti scabrosi, si era immerso fino al collo nei luridi tribunali di Londra. Certo componeva per il teatro ma le lettere non gli davano il pane: in seguito, quando incominciarono ad aver successo romanzi moralistici sul genere di Pamela, non ce la fece più e scrisse le sue parodie.

In sostanza col Joseph Andrews riscrive Pamela facendo l’elogio del sesso e sguinzagliando tutti i sensi. Graham Greene ha scritto al riguardo che in Fielding i personaggi sono privi di senso morale, quasi irreali: “il male è sempre puramente sessuale: la lotta pare sempre prender la forma se il nobile colonnello James riuscirà a violentare o sedurre Amelia, e in questa tensione superficiale sembrano svanire come quell’ingenuo Zio Tobia che medita in continuazione nel romanzo di Sterne”.

Dove sta allora il valore di Fielding? Certo non è da leggere e apprezzare solo come capostipite del genere hard boiled. C’è dell’altro. Fielding è riuscito infatti a rianimare un genere letterario che in Inghilterra languiva: il romanzo tout court.

Sempre seguendo Greene che era un lettore molto acuto: “Fielding ha sollevato la vita da dove era stata depositata sistemandola per il piacere di tutti quelli che amano la simmetria. È in grado di lasciare Sterne a giocherellare con le emozioni e le sue piccole e divertenti indecenze… era il miglior prodotto della sua epoca, un’età post-rivoluzionaria in cui la politica per la prima volta smise di rappresentare l’argomento base e la religione riusciva ad agitare solo i sentimentali irriflessivi”.

Leggere Fielding non solo col suo capolavoro Tom Jones ma proprio con le sue prime visioni, col Jonathan Wild, significa trascurare le analisi della politica dell’epoca, tralasciare le ricostruzioni sociali che si potrebbero agevolmente compilare a partire da un romanzo che comunque è abbastanza picaresco. Wild, come la buona letteratura, è opera che mescola fatti e invenzione. Non è tanto un ritratto fedele di un ladruncolo dell’epoca, sia pur talentuoso al punto da venir accostato al primo ministro Walpole. Si tratta, addirittura, stando a quel che dice Fielding, “di una narrazione di azioni che Wild avrebbe potuto o voluto o dovuto compiere, invece di quelle che realmente eseguì”.

Insomma siamo alla fantasia perfetta che non si incanala nella biografia. Eppure non ci sembra nemmeno un romanzo: è semmai Sterne, più sbrigliato, a imparentarsi con James e Joyce. Per Fielding infatti alcuni eventi della storia sono semplicemente riferiti dalla cronaca, altri sono autentici, mentre i discorsi sembrano come i detti del defunto (visto che Wild finì al patibolo): obiter dicta, battute alla Jack Sparrow, poco adatte a un contesto di fantasia.

Eppure funzionano. Per riassumere al massimo, il curatore inglese dell’opera la candida come “un esercizio di ironia, capolavoro di satira filosofica in anticipo sul Candide di Voltaire e sul Rasselas del dottor Johnson”.

Bisognerebbe leggere Wild, insomma, a più livelli: con la curiosità del viaggiatore, del fanciullo che legge le storie di pirati – con la malizia di chi vi intravvede i germi del capolavoro Tom Jones che arriverà anni dopo con quel misto di prosa drammatica e scattante e l’eroismo sentimentale – con la sensazione che l’inventiva è sempre il nostro bisogno primario e che ci sarà sempre da smuovere quel terreno.

Fielding è l’autore dei sotto-argomenti dentro il romanzo che si gonfia fino ad avere le proporzioni della vita reale, che poi è quella del protagonista condotta come da un’orchestra con tutti gli avanti e indietro temporali che consentono ai personaggi di incontrarsi sempre e di nuovo per raccontarsi a vicenda le loro esperienze, quasi alla Conrad.

Se volete entrare nel laboratorio che porterà Fielding al capolavoro di Tom Jones, insomma, leggetevi Wild e fatevi due passi in quell’abisso oscuro che è il retrobottega dell’artigiano. È come dare una sbirciata, ma aiuta a rendersi conto delle sfide che attendono ogni romanziere ingenuo.

Andrea Bianchi

***

Con la “fantasia perfetta che non si incanala nella biografia”, come scrive giustamente Andrea, Henry Fielding in History of the Life of the Late Mr Jonathan Wild the Great si nutre dei fatti per maturare in narrazione le suggestioni dei racconti criminali che venivano raccolti nella prigione di Newgate di Londra: lì, dal finire del Seicento, il cappellano che assisteva i condannati a morte (“The Ordinary Chaplain”, detto “The Ordinary”) aveva il diritto di pubblicare il resoconto dei loro ultimi istanti e delle loro imprese delittuose. E nacque da lì il filone delle narrazioni – in forma di pamphlets, talvolta venduti il giorno stesso dell’esecuzione – che guadagnò un largo pubblico, al punto che alcuni stampatori decisero poi di raccoglierle in volume, dando vita nel 1773 al Newgate Calendar, il famoso almanacco che ebbe numerose riedizioni.

Nell’Inghilterra del Settecento lo scenario abituale delle impiccagioni dei delinquenti comuni era la località di Tyburn – oggi Marble Arch –, spesso menzionata insieme a Newgate negli annali del crimine, mentre i prigionieri d’alto rango venivano giustiziati a Tower Hill col taglio della testa. La popolarità delle esecuzioni, come sappiamo, era altissima: gli eventi diventavano una sorta di kermesse, come si vede in una lettera di Alessandro Verri, fratello di Pietro, del gennaio 1767:

“Tutta Londra era in moto per tal funzione, della quale sono curiosi gl’Inglesi ancor più di noi. Vi sono de’ gran palchi di legno dall’una e dall’altra parte del patibolo, per montare su i quali si paga un tanto. Sono sempre pienissimi”.

Era qui che il condannato faceva il cosiddetto “discorso del patibolo”, con cui era chiamato a riconoscere pubblicamente i propri crimini e la giustizia della condanna. Così egli incarnava, secondo Michel Foucault (Sorvegliare e punire, Einaudi 1976), “sotto la morale apparente dell’esempio da non seguire, tutto un ricordo di lotte e di scontri” fieramente ingaggiati “contro la legge, contro i ricchi, i potenti, i magistrati, la polizia militare e la ronda di notte, contro l’esattoria e i suoi agenti”: tutte istituzioni per le quali il popolo non poteva parteggiare. La criminalità come ribellione al potere, soprattutto nella società dove l’industria si sviluppava intrecciandosi con la politica, andava a sconfinare nell’eroismo: non di rado, dopo l’esecuzione il condannato veniva celebrato, e la proclamazione postuma dei suoi delitti gli assicurava la gloria. Era inevitabile che il pubblico settecentesco vedesse nel criminale un malfattore e un eroe al contempo, per l’estrazione popolare dello highwayman o bandito di strada, il cui comportamento era l’unico modo per eludere un destino di povertà.

Ma, nel racconto di Fielding, Jonathan Wild diventa una figura opposta a quella del criminale comune, visto come l’individualista che cerca la libertà contro le pesanti costrizioni economiche, morali, sociali: qui il fuorilegge perde lo statuto dell’eroe popolare e diviene uno strumento del potere. Un vero “genio del male”, che incarnò l’emblema moderno dell’integrazione fra malavita e “sistema”. Nato come sfruttatore e ladruncolo, Wild finì per inventarsi il mestiere d’intermediario fra il ladro e la vittima. In pratica, si recava nelle dimore di cittadini recentemente derubati (con la sua complicità), sostenendo di essere venuto a conoscenza del furto e d’avere con ogni probabilità individuato la refurtiva. Indicava quindi la cifra richiesta dal ladro per restituirla: se il cliente accettava, lo pregava di consegnare il denaro a un proprio emissario, che avrebbe restituito il maltolto. Quanto all’onorario, Wild si rimetteva alla generosità della controparte. Col tempo, la sua casa divenne una sorta di “ufficio oggetti smarriti”: lungi dal sospettarlo coinvolto nei crimini, i derubati lo consideravano un uomo fondamentalmente onesto. Da un lato, Wild offriva al ladro la sicurezza di smerciare la refurtiva, dall’altro passava per un benefattore che riequilibrava i guasti del sistema sociale.

L’integrazione fra malavita e sistema repressivo era rafforzata dal fatto che Wild operava anche come informatore delle autorità, sbarazzandosi così dei sottoposti infidi e dei rivali in affari; arrivò a organizzare una vasta corporazione di ladri, strutturandola con logica imprenditoriale moderna, allo stesso tempo assicurando alla giustizia un buon numero di criminali. Ciò che lo distingue dagli altri pendagli da forca è anzitutto l’accurata organizzazione della sua banda di briganti, dove si tenevano libri contabili con tanto di entrate e uscite, e i sottoposti erano inquadrati in modo gerarchico, come in un’impresa commerciale applicata al crimine. Poi, l’ambiguo patto stretto da Wild col potere politico, al quale consegnava ladri e malfattori che si mettevano in concorrenza, arrivando a spedire al patibolo i gregari che rifiutavano le sue condizioni o si dimostravano pericolosi. Alla fine divenne così importante che, nel 1720, il Privy Council giunse al punto d’interpellarlo per arginare il diffondersi di furti e rapine. Qualche anno prima della sua caduta, si proclamò addirittura Thief-Taker General of Great Britain and Ireland.

In realtà, a favorire l’ascesa di Jonathan Wild fu il sistema giudiziario inglese settecentesco. La creazione di un corpo di polizia era avversata dal popolo, in quanto strumento dispotico, ed era vista con sospetto dagli stessi organismi statali: per questo, per assicurare la cattura dei criminali, ci si affidò all’iniziativa privata. Con il cosiddetto “Highwayman Act” del 1692, per ogni bandito di strada catturato e dichiarato colpevole si corrispondevano quaranta sterline: nacque così la figura dello thief-taker professionista, o cacciatore di taglie, arrivata fino a noi.

Gli affari prosperavano e, come spesso accade, l’impunità continuata spinse Wild a uno sprezzo sempre maggiore del pericolo, a un allentamento della guardia, al punto che commise l’imprudenza di prender parte ai suoi furti, offrendo così ai complici l’opportunità di testimoniare contro di lui. Forse fu proprio la sua doppiezza spregiudicata a scavare il terreno per la sua caduta, che si concluse con la cattura, la prigionia e l’impiccagione. Alla vigilia del processo, Wild tornò a proclamarsi paladino della giustizia, facendo circolare i nomi dei sessantaquattro uomini e della donna che aveva fatto impiccare, ma il cinismo del gesto gli si ritorse contro, e il giorno dell’esecuzione fu accompagnato al patibolo da una folla inferocita. Tra i criminali venduti da Wild alla giustizia spiccano Jack Sheppard, che assunse lo statuto di eroe grazie all’abilità con cui riusciva a evadere dalla prigione, salvo venire puntualmente riacciuffato, e Joe “Blueskin” Blake, la cui vendetta fallì di poco allorché, dopo la cattura, accoltellò lo thief-taker alla gola.

Wild, dunque, è l’antitesi del criminale settecentesco: a differenza dei condannati che muoiono con fermezza e con sentimenti eroici, egli si avvia al patibolo sotto una pioggia di pietre e di fango. Fra le diverse fonti – memorabile quella di Daniel Defoe, che fu testimone della sua esecuzione capitale – la più importante resta History of the Life of the Late Mr Jonathan Wild the Great,dove Fielding punta su Wild il suo sguardo ironico, da satira politica, presentandolo nelle vesti di grand’uomo ed eroe per connettere la sua carriera criminale a quella dell’odiato primo ministro whig Robert Walpole (che si rese de facto “primo ministro” quando la funzione non era ancora sancita dalla legge) con la sua amministrazione corrotta. Un rovesciamento parodico che ne fa il simbolo di un sistema politico deviato, molto riconoscibile nei suoi meccanismi, tra i fattori fondanti della società moderna.

Paolo Ferrucci