“Questo Angelo era veramente qualcosa di indescrivibile…”. Viaggio nell’opera di Nikolaj Leskov, ovvero: storia mistica dei Vecchi Credenti

Posted on Febbraio 12, 2020, 9:19 am
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Alcuni anni fa, sull’onda d’una passione sfrenata per Dostoevskij, decisi di scavare in tutta la letteratura russa, senza fermarmi ai nomi più celebri. Mi accorsi fin da subito, col manuale di letteratura di Mirskij (Garzanti, 1995) alla mano, di come l’universo letterario russo fosse di fatto poco tradotto in Italia: di autori meritevoli e importanti abbiamo alle volte appena un titolo disponibile, mentre il resto della produzione resta per noi ancora chiuso nelle fitte maglie del cirillico. Poi le passioni cambiano, si evolvono, ma ciò che leggiamo sedimenta fino a creare le fondamenta per nuove letture.

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Tra tutti gli autori che incontrai sul mio cammino, uno in particolare rimase per me, diciamo, incompreso. Nikolaj Seminovič Leskov (1831-1895) si impone alla nostra attenzione come autore di racconti e romanzi stilisticamente molto raffinati, dimostrando una padronanza linguistica superiore a molti dei suoi colleghi contemporanei. Negli anni sessanta dell’Ottocento la Russia visse un periodo di grandi tensioni, dove Pietroburgo fu vittima di frequenti incendi per mano di gruppi di studenti nichilisti. In breve tempo l’opinione pubblica si schierò in due fazioni contrapposte, chi dalla parte degli studenti che invocavano nuove riforme, e chi invece si opponeva alla violenza di questi rivoluzionari, convinti che la Russia non avesse alcuna necessità di rinnovarsi. Leskov incominciò a scrivere proprio in quegli anni e si ritrovò, suo malgrado, nel mezzo di questa faida: laddove egli chiedeva chiarezza sui reali responsabili di quegli incendi dolosi, molti intesero una sua fedeltà ai valori tradizionali e conservatori, e Leskov fu cacciato e boicottato dai giornali progressisti. Sebbene dietro i suoi racconti e romanzi possano talvolta apparire degli ideali conservatori fedeli all’ortodossia, Leskov non fu mai davvero conservatore, e con gli anni la sottomissione della Chiesa Ortodossa allo Zar gli divenne sempre più insopportabile, fino ad approdare agli ideali di Tolstoj. La vita religiosa ha un ruolo centrale nelle sue opere ed è precisamente in quel campo che Leskov dimostra la propria originalità.

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Tra i pochi libri di Leskov che si trovano in commercio in Italia, L’angelo sigillato, acquistato per curiosità in una comoda ed economica edizione Garzanti, restò per qualche misterioso motivo incastrato nella mia memoria. Finito di leggere restai perplesso, come se la lettura di quel racconto non fosse andata a buon fine. L’angelo sigillato racconta infatti le peripezie di una comunità di Vecchi Credenti nella Russia di metà Ottocento. Già qui incomincio a comprendere quali siano i problemi con Leskov: le sue storia affondano nella quotidianità della sua terra, e per goderne davvero appieno sarebbe necessario estendere la propria conoscenza a quel mondo tanto lontano dal nostro. Le radici del problema risalgono a un’antichissima disputa tra la Chiesa Ortodossa greca e quella russa. Nello specifico, quella greca accusava quella russa di essersi allontanata dall’ortodossia dei testi, fino a commettere una vera e propria eresia. Questo innescò una lunga serie di riforme ecclesiastiche in Russia, volte a cancellare molte delle antiche tradizioni in uso da secoli. Sulla base di una presunta erroneità dei testi, la Russia perdeva il suo ruolo di guardiana della fede ortodossa. Con il termine Vecchi Credenti, si indica coloro che non vollero piegarsi alle riforme, sostenendo la veridicità del credo fino a quel momento praticato. Come risulterà logico, questo scatenò una serie di piccole ingiustizie, fino al 1685, anno in cui la persecuzione dei Vecchi Credenti venne attuata su larga scala attraverso torture ed esecuzioni. Da qui in poi, la storia di questi fedeli si tinge dei violenti colori della storia, fra omicidi di massa, suicidi collettivi e lotte armate; fino a sviluppare un vero odio verso le gerarchie ecclesiastiche e verso il connubio stesso fra lo Stato dello Zar e la Chiesa Ufficiale. Soltanto nel 1905 lo Zar Nicola II metterà fine ad ogni sopruso, riconoscendo ai Vecchi Credenti la libertà di culto (N.V. Riasanovsky, Storia della Russia dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 2010).

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Soltanto adesso risulterà chiaro quanto fosse complessa la situazione dei Vecchi Credenti descritti da Leskov, un affiatato gruppo di muratori nomadi che si sposta da una parte all’altra della Russia in cerca di lavoro. Oltre alle vettovaglie, questo gruppo di circa cinquanta muratori porta con sé più di un centinaio di icone, che ogni volta dispone in una sala appositamente adibita alla preghiera. Ma cosa sono le icone? Non si tratta di semplici immagini sacre, non hanno lo stesso valore che ha per noi un rosario o un crocifisso appeso alla parete. Il grande pensatore Pavel Florenskij ci ha spiegato tutto sul mondo delle icone nel suo saggio Le porte regali (Marsilio, 2018). Se mai vi è capitato di entrare in una chiesa ortodossa, avrete di sicuro notato tra le differenze con quella cattolica la presenza di alcuni “ritratti”, volti di santi spesso immersi nell’oro. Queste icone sono oggetto di vera adorazione, e potrebbe apparire come una forte incongruenza con l’ortodossia. Molti infatti considerano questa pratica un segno di idolatria, ma si tratta di semplice superficialità. Florenskij ci spiega cos’è un’icona con la limpidezza di una metafora: “se una finestra è tale, perché suo tramite si diffonde la luce, questa finestra non è dunque “somigliante” alla fonte luminosa, […] ma è la luce stessa nella sua identità ontologica, quella stessa luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio. Ma al di fuori del rapporto con la luce di cui è tramite funzionale, la finestra è come inesistente, una cosa morta: astratta dalla luce, non è che legno e vetro”.

Così, le icone sono porte verso “visibili rappresentazioni di spettacoli misteriosi e soprannaturali”; non sono rappresentazioni o ritratti, ma finestre che evocano un archetipo, una visione spirituale. Si tratta di opere d’arte realizzate da “chi vede il mondo quaggiù con gli occhi di un santo”.

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Si deve sapere ancora che quella comitiva di muratori, che venerava le icone pregando e lavorando duramente, teneva una di quelle in gran considerazione, e Leskov ce la descrive così: “Questo Angelo era veramente qualcosa di indescrivibile. Il suo volto, me lo vedo ancora davanti, era così divinamente luminoso e soccorrevole; lo sguardo dolce, dagli orecchi uscivano dei fasci di raggi a indicare che prestavano ascolto in tutte le direzioni; le vesti ardevano, la collana d’oro ornata di pietre preziose; la corazza a squame allacciata con le cinghie sopra le spalle; sul petto il volto infantile del Cristo Emanuele; nella mano destra la croce, nella sinistra la spada fiammeggiante. Meraviglioso! Meraviglioso!” (Leskov, L’angelo sigillato. Il viaggiatore incantato, Garzanti, Milano, 2009). L’arte iconografica è di fatto la grande protagonista di questa storia e visto che Dio mette sempre alla prova i suoi figli, quella meravigliosa icona verrà deturpata con un sigillo statale e infine sottratta da un arcivescovo della Chiesa Ufficiale. Da qui incominceranno le sventure per i Vecchi Credenti, fino ad architettare un rocambolesco piano per riappropriarsi dell’icona.

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In questa vicenda è chiaro come Leskov non si schieri né con una parte né con l’altra, un atteggiamento che ha tenuto per tutta la vita e che fa di lui un uomo dal pensiero originale. Entrambi si ritrovano in torto: i Vecchi Credenti considerano gli altri degli eretici e non riescono a vedere il bene al di fuori della loro cerchia nemmeno quando questo è palese. Gli altri trattano le tradizioni e chi vive osservandole con la superficialità di chi si sente libero da una superstizione. Quel che interessa Leskov è la carità, l’umiltà. Si scorge una certa simpatia per questi Vecchi Credenti, che senza le loro icone sacre si sentono perduti; ma essi mancano di umiltà ed è l’orgoglio la causa delle loro sventure. Questi credenti sono così preoccupati per la loro “finestra”, tanto da dimenticare che la “luce” non cessa mai di risplendere, anche se non la possiamo contemplare. La storia dell’Angelo sigillato si tinge poi di misticismo, laddove i credenti intravedono i segni dell’intervento divino; eppure Leskov afferma che ad ogni evento, ad ogni mistero, tutti riuscirono col tempo a dare una soluzione logica.

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Nel Diario di uno scrittore (Bompiani, 2010), all’anno 1873, Dostoevskij accusa Leskov di non aver avuto abbastanza coraggio per sostenere una tesi che poteva farlo apparire come simpatizzante verso coloro che credono ciecamente ai miracoli. Il giudizio di Dostoevskij non coglie però la vera essenza di Leskov, e cioè quella del narratore. Il meraviglioso saggio Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov di Walter Benjamin (Einaudi, 2011) ci presenta Leskov come l’incarnazione del narratore nella sua forma più pura, come il testimone di una vicenda, come il cronista di una successione di fatti. Leskov non consegna nelle nostre mani un enigma risolto, ma una vera storia, che ognuno scorge e interpreta con i propri occhi. In questa storia c’è soltanto una verità, perché una sola ne esiste: coloro che vivono nel giusto sono riconoscibili fin da subito. Leskov ci consegna alcuni personaggi puri, dalle mani grosse di artigiani, al di sopra della vanità umana. Illuminati dalla stessa nitidezza dell’alabastro delle icone.

Valerio Ragazzini

*In copertina: una immagine da “Andrej Rublëv”, film di Andrej Tarkovskij del 1966