L’eroe che ritardò il tramonto: l’epopea di Ezio, il generale romano che sconfisse gli Unni

Posted on ottobre 26, 2018, 9:51 am
15 mins

Mediamente, la storia romana nel periodo che dopo l’anarchia militare del III secolo d. C. si inerpica verso il Tardo Impero, da Diocleziano con il suo sogno riformatore sino all’Impero cristiano, con Costantino e poi Teodosio il Grande, è nebbia fitta, talora anche per l’appassionato di storia antica. Senza contare il fatto che le fonti per il Tardoantico sono spesso poche, malcerte, ed è difficile, per esempio, ricostruire il preciso svolgimento di molte importanti battaglie, come quelle che determinarono le prime, schiaccianti vittorie sui barbari del generale romano Ezio, vissuto nel V sec. d.C. Così, ben poco si sa su questo eccezionale condottiero, che il 20 giugno del 451d. C. bloccò, nella battaglia dei Campi Catalaunici (Campus Mauriacus) l’avanzata in Occidente degli Unni di Attila.

Giorgio Ravegnani, già professore presso l’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia di storia medievale, storia militare e storia bizantina, dopo essersi, negli ultimi anni, concentrato su Teodora, la consorte di Giustiniano, l’imperatrice venuta dal bordello (Salerno, 2016), e su Marino Faliero (Il traditore di Venezia, 2017), dedica a Ezio una biografia, Ezio, l’ultimo dei Romani (Salerno editrice, 2018) che è anche una ricostruzione del panorama storico in cui si trovò ad agire questo personaggio. Per capire i tempi in cui Ezio visse, bisogna infatti risalire al 9 agosto 378, “il giorno dei barbari”, secondo l’azzeccata definizione di un saggio di A. Barbero (Laterza): quel giorno, la battaglia di Adrianopoli segnò uno dei punti più bassi, per l’Impero, nel suo rapporto con i barbari. I Goti, infatti, sconfissero i Romani, e l’imperatore stesso, Valente, trovò la morte in circostanze mai chiarite del tutto. Una delle versioni, non la sola, tràdita dallo storico Ammiano Marcellino, affermava che l’imperatore non fosse morto subito, ma che, ferito, fosse stato trasportato in una casa di campagna, che aveva un secondo piano ben fortificato. Lì, tuttavia, Valente perì orribilmente in quanto i barbari, assaltata la costruzione e non riuscendo a far capitolare quanti in essa erano asserragliati, radunarono fasci di paglia e di legna e, appiccatovi il fuoco, bruciarono quella casa e coloro che vi erano dentro (Amm. Marc. 31, 13).

EzioValente non era un imperatore molto amato, e pochi ne rimpiansero la perdita. E non era nemmeno la prima volta che un imperatore periva sul campo di battaglia: già Decio, oltre un secolo prima, era caduto, nel 251, combattendo proprio contro i Goti; e Valeriano, prigioniero dei Persiani nel 260, aveva subito post mortem l’umiliazione di fungere, impagliato, da sgabello per salire a cavallo per il re Shapur. La battaglia di Adrianopoli, però, segnò un punto di svolta nell’atteggiamento dell’Impero romano nei confronti dei barbari: la linea di condotta di Teodosio il Grande fu, subito dopo, quella di puntare decisamente sull’integrazione dell’elemento barbarico, soprattutto nei ranghi dell’esercito, che aveva particolare necessità di forze militari fresche, per rimpolpare i suoi ranghi decimati e sfoltiti; il comandante in capo delle forze militari d’Occidente, del resto, fu tra fine del IV e inizio del V secolo, un semibarbaro, Stilicone, sposo della nipote dell’imperatore, Serena, presso la corte di Milano, dove crebbe anche l’ultima figlia di Teodosio, Galla Placidia, futura Augusta la quale, decenni dopo, avrebbe orientato da Ravenna le sorti di quanto restava dell’Impero.

Ma, morto Teodosio, il 17 gennaio del 395, e diviso l’Impero, ormai cristianizzato, in parte Occidentale, affidata a Onorio, e in parte Orientale, sotto l’autorità dell’altro figlio di Teodosio, Arcadio, il problema si ripropose. Onorio, scrive Ravegnani, “fu un imperatore da poco, figlio indegno di tanto genitore, come d’altronde spesso capita ai discendenti di uomini illustri” (p. 66); accadrà infatti sempre più spesso, nella storia della vita di Ezio (390-454), di incontrare figure di imperatori indegni, stinti, imbelli, come sarà Valentiniano III. Egli, figlio di Galla Placidia, e quindi nipote di Teodosio il Grande, da Ravenna, sede dal 402 della corte imperiale, sarà sempre ostile al suo generale, troppo abile, troppo efficiente, vivente rimprovero, con le sue qualità, allo scadimento valoriale della corte e, soprattutto, della figura imperiale.

In effetti, a differenza di altri generali dell’ultima epoca imperiale, barbari o semibarbari, Flavio Ezio fu un romano vero. Il padre, Gaudenzio, illustre cittadino della provincia di Scizia, era un soldato di carriera, mentre della madre si ignora il nome, ma si sa che era una nobile e ricca donna italica. Ezio nacque a Durostorum nella Mesia Seconda (l’attuale Silistra in Bulgaria) all’incirca nel 390. La città era un’antica fortezza legionaria lungo il Danubio, in cui, verso la fine del IV secolo, si trovavano probabilmente di stanza la legio XI Claudia, un’unità di fanteria limitanea, con il praefectus che la comandava, e l’auxilium dei milites. Quando Ezio nacque, il padre aveva probabilmente il grado di domesticus e, in seguito, proseguí la carriera militare. L’accesso ai corpi dell’esercito aveva luogo per merito ed era, di conseguenza, aperto anche ai semplici soldati che avessero alle spalle un onorevole servizio nei ranghi.  I primi anni di Ezio sono coperti da un buio pressoché totale, e il massimo che si può fare è immaginarlo bambino nella polvere dell’accampamento, vezzeggiato dai soldati e dalle loro famiglie. Ezio ricevette un’educazione cristiana e si formò verosimilmente nello studio delle lettere, a giudicare dall’interesse che mostrò per la poesia in età adulta. Ma la prima informazione sicura su di lui ci porta all’inizio del V secolo, quando suo padre Gaudenzio di trovava in Italia, dove rimase sino alla conclusione delle operazioni militari e dopo la morte di Teodosio I. Si trattava di combattere l’usurpatore Eugenio, salito al trono a seguito dell’eliminazione violenta del sovrano legittimo. I fatti erano questi: al termine della prima guerra civile, Teodosio I era rimasto per tre anni in Italia per poi riprendere la via di Costantinopoli, nell’aprile del 391, dopo aver sistemato il governo dell’Occidente. Ne lasciò alla guida il giovane Valentiniano II, affiancato dal fidato magister militum Arbogaste. L’ambizione di Arbogaste, però, mal si conciliava con un ruolo subordinato al giovane imperatore. I due arrivarono ai ferri corti e, qualche giorno dopo un violento scontro in pubblico, Valentiniano II fu trovato impiccato nella sua residenza a Vienne in Gallia (15 maggio 392). Arbogaste inviò un’ambasceria a Teodosio I per dichiararsi innocente, ma l’ostilità della corte di Costantinopoli nei suoi confronti fu subito evidente. Egli decise cosí di tentare il tutto per tutto: essendo un barbaro, non aveva titolo per governare in prima persona, e fece pertanto proclamare imperatore a Lione il 22 agosto un anziano professore, poi entrato nella cancelleria imperiale, il magister scrinii Flavio Eugenio, che doveva essere una nullità e quindi rispondeva pienamente ai loschi desideri di dominio di Arbogaste. Il quale, tra l’altro, era pagano a differenza di Eugenio, cristiano. Sotto la guida del prefetto del pretorio Nicomaco Flaviano, i pagani, avviliti dalle persecuzioni subite dopo che Teodosio aveva reso il cristianesimo religione di stato, passarono all’offensiva. Il conflitto che si andava profilando tra Oriente e Occidente assunse così le caratteristiche di una guerra di religione.

Simili crisi politico-istituzionali non saranno purtroppo rare; ed Ezio dovrà, nel corso della sua esistenza, destreggiarsi fra queste e la minaccia costituita dai barbari, i quali, spesso, però, erano nella difficile, e ambigua, condizione di foederati, formalmente alleati e confederati di Roma, ma, di fatto, veri padroni delle terre, precedentemente appartenenti all’imperium, che essi avevano occupato. Questi popoli giovani e ancora seminomadi, che si spostavano in cerca di preda e bottino, vengono classificati genericamente da Maurizio, uno scrittore bizantino di strategia, come «popoli biondi». In  questa sua definizione rientrano, in particolare, i Franchi, i Longobardi e «gli altri simili a loro»: in essi, questo autore trova alcuni tratti positivi, ma anche quella stessa incostanza e incapacità di sopportare privazioni e sacrifici sul lungo periodo in nome di un vantaggio successivo, dilazionato nel tempo, che era tipica già dei Germani secondo Tacito: “I popoli dai capelli biondi danno grande importanza ai valori della libertà, e sono coraggiosi e intrepidi in battaglia: poiché sono spavaldi e impetuosi, e considerano qualsiasi paura, e perfino una breve ritirata, come una vergogna, disprezzano facilmente la morte. Combattono con furore nel corpo a corpo, sia a cavallo che a piedi, e se vengono messi in difficoltà in un’azione di cavalleria, smontano ad un segnale convenuto e si schierano a piedi; non si ritirano dal combattimento anche se si trovano in pochi ad affrontare molti cavalieri. Sono armati con scudi, lance e spade corte appese alle spalle. Amano combattere a piedi ed effettuare violente cariche. Per la battaglia, sia a piedi che a cavallo, essi non si schierano secondo uno schema o una formazione prestabilita, ma per tribú, riunite secondo le rispettive parentele e affinità, per cui spesso, quando capita che i loro amici vengono uccisi, essi rischiano la vita combattendo per vendicarli. In combattimento formano il fronte della loro linea di battaglia in modo compatto e uniforme. Sia a cavallo che a piedi sono impetuosi e irrefrenabili nella carica, come se fossero gli unici al mondo a disprezzare la paura. Non obbediscono ai loro capi, sono oziosi, privi di qualsiasi astuzia, saggezza e capacità di capire ciò che è utile, e disprezzano le tattiche, specialmente quando sono a cavallo. Essendo avidi, sono facilmente corruttibili col denaro”.

E il paradosso di quest’epoca difficile e convulsa è che Ezio, vincitore degli Unni, era forse il romano che meglio li conosceva, visto che in gioventù era stato ostaggio presso di loro, conosceva la loro lingua e le loro usanze, e, prima della battaglia dei Campi Catalaunici, aveva fatto ricorso a loro contro altri popoli barbari. La grande battaglia che avrebbe eternato la fama di Ezio si svolse in Gallia, terra un tempo fiore all’occhiello della romanizzazione, e in quegli anni sottoposta a scorrerie, occupazioni, saccheggi. Il luogo dello scontro, però, non è noto con certezza: una recente ipotesi lo colloca intorno alla cittadina di Vadenay, compresa tra Reims, Chalons en Champagne e Valmy.

A differenza di tutti gli altri fatti bellici legati a Ezio, siamo informati abbastanza bene sulle fasi di questa battaglia: per la prima volta, infatti, dopo lo sfacelo di Adrianopoli di settant’anni prima, è giunta a noi una descrizione del combattimento, anche la dobbiamo a uno storico non addentro in cose militari, ossia Giordane, che scrive nel VI secolo e la cui fonte è la perduta opera storica di Cassiodoro; a differenza di Ammiano Marcellino, militare di professione e ben informato sui fatti, sul racconto di Giordane pesano infatti in misura rilevante gli abbellimenti retorici. Il combattimento fu preceduto da una battaglia notturna tra Franchi Salii, alleati dei Romani, e Gepidi, alleati degli Unni, che non fu risolutiva e che lasciò sul campo 15mila caduti. Il giorno successivo, la battaglia vera e propria, di portata assai maggiore, si concentrò subito su una collina che dominava il campo di battaglia: la tradizione parla di 165mila morti, un’esagerazione; ma certo questa battaglia, con cui Ezio dimostrò di essere l’unico in grado non tanto di salvare Roma, ma di arrestarne la decadenza almeno per una generazione, non gli giovò. Ezio, infatti, si attirò ancora di più le invidie e la malevolenza da parte di chi deteneva il sommo potere, sino a che, nel 454, non venne ucciso; e, come giustamente osservò un patrizio, l’imperatore, togliendo di mezzo in quel modo il suo generale, agì “come se si fosse tagliata la mano destra con la sinistra”.

Silvia Stucchi