L’era del rimbambimento globale comincia negli anni Ottanta: torna il libro introvabile – e profetico, e cinico – di Martin Amis, sul mondo dei videogiochi. Tesi pericolosa: ogni realtà è migliore di questa

Posted on Novembre 22, 2018, 3:15 pm
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Il rincoglionimento pare cominci da lì, nei mirabili Ottanta, quando abbiamo sostituito l’ideologia al McDonald’s, quando abbiamo sostituito la disco ai proclami di piazza e imbracciato i videogame al posto dei fucili.

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La lotta contro l’ideale sovietico, se vi ricordate, passa per Rocky IV più che altro. L’importante per lo più è evadere dalla realtà – eluderla, almeno. Stordirsi in questo e altri mondi – negli anni Ottanta prolifera il genere fantascientifico, da Blade Runner a E.T. al ciclo di ‘Star Wars’. Visto che le pastoie chiodate di questo tempo non permettono alcuna aspirazione all’avventatezza, meglio darsi alla dissolutezza, alla dissoluzione di sé, alla proiezione del sé in una galassia lontana lontana.

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Martin AmisNel 1982 l’Italia vinceva i Mondiali spagnoli, Pertini gioca a carte in aereo con Bearzot, Paolo Rossi era un ragazzo come noi e Martin Amis, 32 anni, era già un emerito scrittore (The Rachel Papers, Other People) e un bel figlio di buona mamma. Il libro di cui si vergognerà sempre – per vezzo stilistico, per moda d’alieno intellettuale – s’intitola Invasion of the Space Invaders e viene tradotto in Italia, fuori tempo massimo, come un oggetto già vintage, nel 2013 da Isbn edizioni. Ora non lo trovate più. In UK, invece, di quel libro anomalo, ora, stampano l’edizione facsimile, perché?

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La ragion prima è stilistica. Martim Amis è un dandy dalla giacca lurida, un ‘Alex’ – Arancia meccanica – che al posto di usare la mazza usa la penna, nei vizi ‘sociali’, nel gergo animale delle catacombe dell’inconscio, nella depravazione dei frustrati va a nozze. Piglia una fetta di ‘gonzo journalism’ ci aggiunge la sua personalissima ironia cieca, nera. Il libro – tolte le pagine in cui ti spiega come vincere a Pac-Man – è una lorda mirabilia.

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Il buono del libro non sta nella ‘denuncia sociale’, intendo. Martin Amis è troppo scaltro per deplorare un’esistenza passata a giocare al computer – a Amis non importa la salvezza dell’uomo, preferirebbe l’estinzione del genere umano. In quel libro appare Steve Jobs e Steven Spielberg firma una introduzione partecipe: come a dire, chi ha forgiato il nostro immaginario pensa che ogni altra realtà sia migliore rispetto a questa. Jobs e Spielberg sono due divinità gnostiche e Martin Amis gioca a fare il loro evangelista.

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“L’inevitabile interesse del libro, il piacere duraturo che si prova nel leggerlo è nella relazione con i temi principali dei romanzi di Amis… la brama di amenità, il fatto che preceda Money di poco, il suo animarsi, senza snobismi, tra i brutali cittadini degli arcade”: così Steven Poole, inchinato al genio di Amis, sul Guardian.

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Devo dire che alla spiccia oscenità di Emmanuel Carrère e alle inquietudini rètro di Michel Houellebecq ho preferito certi romanzi di Martin Amis. Quella prosa allucinata concede sinfonia alle ginocchia quando si spaccano, precipitando.

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L’era della dissipazione occidentale di massa – e del definitivo sputtanamento di ogni barlume di ‘tradizione’ e di tradimento – è simboleggiata da Missile Command, “un enigma, un mistero, uno dei giochi più fantasmagorici di tutti”. I missili cadono dal cielo, prefigurando l’unica soluzione possibile: la distruzione. Così si sublima il terrore nucleare, il terrore che viene da cielo – dove abita il divino, celestiale nella sua crudeltà – e contro cui non puoi fare nulla.

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La dinamica del gioco da sala giochi è capitalismo avanzato. Metti il soldino. Più sei bravo, più giochi – meno paghi. Ma chi incassa davvero? Tu che sei bravo a stare davanti al gioco cosa guadagni se perdi soltanto tempo? Che tipo di talento conquisti? Sai dominare Pac-Man ma non conosci il nome degli alberi e di notte, nel bosco, saresti preda del primo che passa.

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Tra i games e la Bhagavadgita c’è scarsa differenza: tra uccidere sullo schermo e decidere di uccidere per strada la distanza è infima, un filo di frustrazioni; uccidere o non uccidere è lo stesso, dice l’immane poema indù. Solo che da una parte balugina Krsna, dall’altra un dio digitale. La realtà, comunque, è la stessa: inconsistente, insostanziale.

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Nel 1985 Robert Zemeckis gira Ritorno al futuro. La profezia, realizzata oggi, degli anni Ottanta: vorremmo cambiare il passato e non avendo più un presente al futuro possiamo soltanto ritornare. Senza raggiungerlo. Che sia ieri o dopo, l’importante è che non sia mai ora. (d.b.)