“La parola che amo è ‘naufragar’”: Leopardi negli Usa. Dialogo con Susan Stewart

Posted on Agosto 12, 2019, 6:35 am
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Ci sono poesie che hanno nitidezza di amuleto, le sventoli a Capo Horn e qualcuno sussurra, riconoscendone l’ostia, alle Orcadi. Poesie che hanno una immediatezza che sconfigge l’idioma: da esse derivano i nostri cuori continentali. Così, il colle de L’infinito non è a Recanati, è a New York, a Parigi, in un borgo basco, è il nostro naturale scoscendere verso gli inferi e gli infiniti. Fame e finezza. Nella trasmutazione verbale – e alchemica – di quella poesia, perciò, ciò che si perde – che è ‘tradito’ – è anche ciò che eccede, è il di più. La poesia ha una natura di vento, è inafferrabile: così l’esercizio traduttivo è sfrenato. L’infinito, si sa, scritto due secoli fa, è stato tradotto dai grandi poeti: gira diverso nel palato di Rilke, in quello di Anna Achmatova, di Yves Bonnefoy. Nella necessità di sprofondare con maggiore esattezza in quell’idillio, pare necessario il saggio di Susan Stewart, tra i grandi poeti americani viventiColumbarium è edito da Ares nel 2006; Red Rover è edito da Jaca Book nel 2011 –, filosofa della letteratura, professoressa a Princeton, Tradurre “L’infinito” di Leopardi un compito infinito (Raffaelli, 2019; traduzione italiana di Maria Cristina Biggio). Nel saggio, con competenza speciale – la Stewart ha tradotto in Usa l’opera di Alda Merini, di Scipione, di Milo De Angelis e di Antonella Anedda – si studiano tre versioni de L’infinito: quella di Kenneth Rexroth (pubblica nel 1966), di Eamon Grennan (1997), di Jonathan Galassi (2012). Di ciascuna versione, la Stewart coglie i pregi, ma soprattutto le difficoltà della lingua inglese – fin nel titolo, che oscilla tra “The Infinite”, “Infinity”, “Infinitive” – nell’imbrigliare il ‘leopardiano’ – questione, credo, per altro, di ‘colore’ della lingua, di ‘creta’, che coniuga il cristallino di Raffaello alla vertigine di Marco Aurelio. “Rexroth ha fatto conoscere Leopardi nell’inglese americano contemporaneo. Grennan ha creato una poesia inglese viva e memorabile. Galassi si è adoperato in un a cura senza precedenti”, scrive, infine, la Stewart. In calce al volume, si possono leggere e comparare le tre versioni: la semplicità di Leopardi è ardua, fermenta tre poesie dalle eccezioni verbali molto diverse tra loro. Per fare un Leopardi, oltreoceano, ci sono voluti tre poeti-traduttori, tre lingue. (d.b.)

Nel suo studio indica diversi ostacoli nel ricreare Leopardi in lingua inglese. Quali sono, in particolare, i problemi nel confrontarsi con “L’infinito”?

Ho citato alcune difficoltà nel saggio: differenze nell’uso del pronome, nell’ordine delle frasi, nelle elisioni; la rima inglese è meno risonante ed esatta di quella italiana; gli accenti nelle due lingue sono piuttosto diversi; l’endecasillabo non è esattamente uguale al blank verse inglese. Lo stile di Leopardi si muove tra tempi attivi e passivi, tra dizione alta e vernacolare, tra precisione e ambiguità. Come scrittore romantico, Leopardi è molto più prossimo all’eredità del classicismo rispetto a tanti romantici inglesi. Leopardi aveva un insieme di valori, esito di una profonda riflessione, sia formale che metafisico: il secolarismo, la poetica dell’‘indefinito’, la malinconia mista all’ironia – non esistono poeti come lui.

Lei ha tradotto diversi poeti italiani, da Scipione ad Alda Merini e Milo De Angelis: ha mai provato a tradurre Leopardi? Che ruolo ha avuto Leopardi nella sua personale ricerca poetica?

Non ho mai tradotto Leopardi. Non sono un traduttore professionista e non credo di esserne in grado. Quando ho tradotto i poeti che ha citato, il mio lavoro si è sempre svolto con l’apporto di amici madrelingua, di fatto co-traduttori, una seconda opinione. Nel caso di Milo, io e Patrizio Ceccagnoli ci siamo consultati a lungo con il poeta. Lavoro sulla traduzione per conoscere meglio il lavoro e rendere le lettere americane un po’ meno provinciali – e avere la possibilità di parlare a fondo della lingua e della poesia con gli amici italiani. Tradurre con gli altri è un modo di contrastare l’esclusività della “vita solitaria”.

Che tipo di attenzione adotta quando traduce? Tradurre implica sempre la gestione di un tradimento.

Cerco di occuparmi di ogni aspetto della poesia: la dizione, il verso, i suoni, le immagini, il tono, il senso di chiusura. Tuttavia, tradurre un corpus di testi significa immergersi nella sensibilità del poeta – sento di essere sulla strada giusta quando posso ricostruire o indovinare non solo quali dovrebbero essere le parole esatte in inglese, ma anche come è arrivato il poeta a compiere le scelte che ha fatto. Lavorare intensamente nell’opera di un poeta, come io e Patrizio abbiamo fatto con Milo De Angelis, ci avvicina alla sfera delle intenzioni del poeta. Sì, qualcosa di davvero importante si perde nella nuova versione, ma la nuova versione rende quella poesia più di quello che era nella sua lingua specifica, invita al confronto con l’originale e a ulteriori tentativi di traduzione.

Qual è a suo dire la parola centrale nell’idillio di Leopardi?

Domanda difficile, ma dalla risposta ovvia: l’infinità o l’infinito acquista risonanza dalla giustapposizione di ciò che lo limita – siepe, orizzonte, stagione – e lo rende illimite – sovrumani, profondissima, l’eterno, immensità. La parola che amo di più in questa poesia è naufragar, che arriva alla fine come una sorpresa e prolunga lo sguardo dalla collina e dai rami degli alberi verso ciò che è sullo sfondo da sempre – il mare.

Ultima: quale poeta italiano vorrebbe tradurre?

Di recente io e Patrizio Ceccagnoli abbiamo terminato la bozza di traduzione di Historiae, di Antonella Anedda – un libro che parla con profondità della vita contemporanea risalendo agli antichi.

*In copertina: Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi nel film di Mario Martone, “Il giovane favoloso” (2014)