Posted on Ottobre 16, 2017, 2:59 pm
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Lo sappiamo. Gli americani vanno matti per l’arte italiana. Mentre per noi l’arte di casa nostra è roba reclusa nei musei, da toccare con i guanti, anzi, da non toccare assolutamente, gli anglofoni con sfiziosa nonchalance entrano nel sacrario italico. Un esempio. Anzi, due. Ingrid Rowland – che sta di stanza a Roma – e Noah Charney – storico dell’arte che sta in Slovenia – hanno deciso di raccontare ai propri compatrioti chi è mai il Vasari. Per Norton & Company hanno cofirmato The Collector of Lives. Giorgio Vasari and the Invention of Art (pp.432, $ 29.95). Di fatto, il tomo è un riassunto delle Vite del Vasari, si parte da lì per dettagliare – con perizia di aggettivi e di particolari – un’epoca, stringi stringi più che l’arte importa il gossip. Ad esempio, chissenefrega – cosa che, per altro, sappiamo tutti – che “l’artista che ha menato Michelangelo spaccandogli il naso, Pietro Torrigiano, emigrato in Inghilterra ha creato una delle più belle sculture dell’abbazia di Westminster”? Gossip, appunto. D’altronde, riemergendo dalla lettura del libro, sfizioso, Michael Dirda, firma del The Washington Post, in calce al pezzo dal titolo che dice tutto (“Se volete i pettegolezzi più divertenti sugli artisti del Rinascimento, ascoltate Giorgio Vasari”), riassume così lo stato dell’arte: “Vasari è un artista importante? Non ne sono persuaso. Vasari era certamente influente e ammirato al suo tempo; per noi, oggi, è un pioniere della storia dell’arte, un biografo molto divertente”. Ecco, la parola divertente – e, per carità, le Vite sono anche divertenti – non pare appropriata per centrare il polimorfico genio del Vasari. Secondo esempio. Gli americani sono sedotti da Leonardo da Vinci. Sappiamo anche questo. Walter Isaacson è il presidente dell’Aspen Institute ed è stato presidente della CNN. Ha appena pubblicato una sontuosa biografia su Leonardo da Vinci (Simon & Schuster, pp.624, $ 35.00), “un uomo ossessionato dalla conoscenza e che è impossibile da conoscere”, così il sottotitolo dell’articolo del New Yorker che dedica al libro un ‘fogliettone’ (qui). Il libro, da ciò che leggiamo, pare un bigino di ‘leonardese’, branca della storia dell’arte dedicata espressamente allo studio di Leonardo da Vinci. D’altronde, nel libro appaiono capitoli del tipo “Come Leonardo può cambiarti la vita”: il biografo, folgorato sulla via della biografia, ha capito che “quando guardo un sorriso sorgere sulle labbra di qualcuno, tento di svelarne il remoto segreto”. Che potere ha la Monna Lisa… Buon per lui, per altro, ma a noi la buona morale che importa? D’altronde, Isaacson ha ammesso di aver pensato alla biografia di Leonardo mentre scriveva la biografia di Steve Jobs, “tra loro c’è una certa parentela: hanno lavorato entrambi al crocevia di arte e scienza, di umanismo e tecnologia”. Americanate. Non dobbiamo dimenticare che Isaacson ha firmato importanti biografie di Kissinger, di Einstein, di Benjamin Franklin. Insomma, può scrivere di ogni. Cari italiani, riprendiamoci i nostri tesori, impariamo a narrarli a dovere, altrimenti i cowboy e gli yankee si divorano tutto.