Siamo a Palermo, alla fine degli anni Trenta. Siamo in pieno regime fascista. Lo scenario di un delitto efferato e violento la cui spiegazione forse non sta unicamente nella violenza o nella follia della violenza. Lo scenario in cui un piccolo giudice cerca di opporsi alle autorità, autorità (fasciste) che impongono la pena di morte. Piccolo, gigantesco e coraggioso giudice consapevole che l’opporsi o il rimediare a tale sentenza metterà fine alla sua carriera, metterà in pericolo la sua stessa sorte.

Il libro che narra magistralmente tutto questo (e oltre questo) è Porte aperte di Leonardo Sciascia, scritto e pubblicato nel 1987. Lo spunto per parlarne, l’ispirazione per elargirne alcuni sublimi passi è l’uscita del secondo, mastodontico, inutile capitolo della saga di Antonio Scurati. Saga, come ben tutti sanno, su Benito Mussolini. Ora, sorvolando sull’inconsistenza letteraria, storica, stilistica di questo e il precedente volume, sorvolando sulle lodi e i plausi che pioveranno come rane, sorvolando la sicura candidatura al prossimo (per quel che conta) Premio Strega. Porte aperte, nelle sue poco meno di cento pagine, racconta, spiega, analizza e insegna sul fascismo quel che non riuscirebbe a raccontare, spiegare, analizzare e insegnare Scurati in cento volumi. E il nome di Mussolini, in queste poco meno di cento pagine, compare forse tre volte, quasi non ci fosse bisogno di nominarlo. Ma sono forse ingeneroso a tessere tale confronto: la differenza è imbarazzante in favore di Sciascia, è imbarazzante anche solo l’accostamento. Quindi parliamo di questo libro, di queste pagine e partiamo proprio dal titolo. Porte aperte. La cantilena stonata che ancor oggi s’ode ricordando il ventennio e che allora risuonava ancor più stonato: “Le porte aperte. Suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia: ‘Si dorme con le porte aperte’. Ma era, nel sonno, il sogno delle porte aperte; cui corrispondevano nella realtà quotidiana, da svegli e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare e capire e giudicare, tante porte chiuse. E principalmente eran porte chiusi i giornali: ma i cittadini che spendevano ogni giorno trenta centesimi di lira per acquistarlo, due su mille nel popolatissimo sud, di quella porta chiusa non si accorgevano se non quando qualcosa accadeva sotto i loro occhi, qualcosa di grave, di tragico, e ne cercavano la notizia o che non trovavano o che trovano impudicamente imposturata”.

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Sciascia, in questo racconto, non gioca la carta facile della condanna, dell’indignazione e del bianco e nero. Sciascia, a differenza di Scurati, racconta soprattutto il grigio, l’ingenuità, l’ipocrisia: “C’erano state un paio d’anni prima, vistosamente ordinate dal regime, le celebrazioni dei grandi siciliani: una di quelle contraddizioni in cui il fascismo spesso cadeva, nel suo dover per certe cose fare i conti con la realtà, la storia e le abitudini degli italiani. Contro i regionalismi, ma affinché certe regioni non si sentissero – come concretamente erano – dimenticate, ecco l’esaltazione di coloro che vi erano nati e che magari nell’esservi nati, grandi e men grandi, se ne erano del tutto infischiati o del luogo natio avevano dato nutrimento al peggio. La Sicilia non sapeva di avere avuto tanti grandi figli: gli accademici d’Italia in trasferta vennero a ricordarglielo”.

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Magistrale, Sciascia, quando si presta alla descrizione dei giurati: “Tutti i giurati portavano all’occhiello della giacca il distintivo del partito fascista; ma se a ciascuno di loro, confidenzialmente, fosse stato domandato se si sentiva fascista, con qualche esitazione avrebbe risposto di sì, e se la domanda gli fosse stata fatta ancor più confidenzialmente, dentro ristretta cerchia e aggiungendo un ‘veramente’, uno – pare di poter dire – avrebbe nettamente risposto di no, mentre gli altri avrebbero evitato il sì, e non per prudenza, ma sinceramente. Non si erano mai posto il problema di giudicare il fascismo nel suo insieme, come non se lo erano posto nei riguardi del cattolicesimo. Erano stati battezzati, cresimati, avevano battezzato e cresimato, si erano sposati in chiesa (quelli che si erano sposati) avevano chiamato il prete per i familiari morituri. E del partito fascista avevano la tessera e portavano il distintivo. Ma tante cose disapprovavano della chiesa cattolica. E tante del fascismo. Cattolici, fascisti”.

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Porte aperte è questo e molto, molto altro. I dialoghi fra il giudice e il procuratore, fra il giudice e uno dei giurati, sono invero sublimi e alti, altissimi. Ma Porte aperte, se non l’avete mai letto, di certo, farete fatica a trovarlo in libreria. E appena entrerete, in una libreria, dovrete evitare pile altissime di Scurati, per poter raggiungere il commesso (il libraio autentico Scurati tenderà a nasconderlo) e chiederne e ordinarne una copia. Ma ne vale la pena.

Cosimo Mongelli