Leonardo in Brianza: storia della “Dama con l’ermellino” e dell’enigmatico “Salaì”, bello e furfante, l’allievo prediletto che fu modello per la “Gioconda”

Posted on Giugno 16, 2019, 11:48 am
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(Oreno, Vimercate, Milano, Albiate, Como, Monza e Villasanta)

Probabilissima l’ispirazione brianzola per gli sfondi della Vergine delle rocce, della Gioconda e del Cenacolo, e più che certo che del luogo fosse la bellissima Cecilia Gallerani, nobile amante sin dai quindici anni d’età di Ludovico Sforza, modella della Dama con l’ermellino, opera del 1488 circa, la quale, una volta allontanata dalla corte in ragione del matrimonio di Ludovico con la ferrarese Beatrice d’Este, fu la grande animatrice di un salotto letterario in cui forse passò anche un altro fiorentino, Bernardo Belincioni, poeta della corte milanese che tra le sue Rime scrisse in lode a Leonardo un sonetto ispirato dalla contemplazione della dama ritratta dal suo conterraneo, Sopra il ritracto di Monna Cecilia quale fece Maestro Leonardo, dialogo tra il poeta e la natura , invidiosa di tale effige di una sua creatura, la cui gloria il pittore accrebbe.

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Ma se di stanza in Brianza fu il genio di Vinci, brianzola fu colui che lo storico dell’arte Michel Tournier ha chiamato “l’altra metà di Leonardo” e cui è dedicato il Salaì: Gian Giacomo Caprotti.

Nato a Oreno, Caprotti fece la sua apparizione nella bottega del suo futuro maestro, in Corte Vecchia a Milano, nei pressi del Duomo, il 22 luglio 1490, a dieci anni, in uno stato di totale miseria.

Il pittore lo rimise subito in sesto e lo rifocillò come si deve. Tuttavia il ragazzo rivelò sin dalle prime l’indole di monello. “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench’io n’avessi vera certezza – lire 4”, annota l’artista. Poi, da un amico architetto e scienziato: “Cenò per due e fece male per quattro”.

Lo stesso Leonardo lo ribattezzò dunque Saladino, o Salaì, da un verso del Morgante (XXI 47,7) opera di un altro toscano, il Pulci, poiché salah in lingua araba significa diavolo, irrequieto, infedele, e infatti “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto” sono gli epiteti usati dal maestro, che pure fu sempre indulgente nei confronti del suo allievo, sedotto dalle sue espressioni, dalla sua bellezza e dalla sua ambiguità.

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Scrive il suo compaesano Mauri nel romanzo a lui dedicato: “Passava da uno sguardo civettuolo a un viso straziato con sorprendente rapidità. Alternava con naturalezza un sorriso soave a un ghigno di satiro. Pareva che dentro di lui si animasse una battaglia tra un temperamento angelico e un’indole malvagia. E l’esito di quello scontro era incerto. Salaì sapeva essere allo stesso tempo guardingo e innocente, docile e aggressivo, pieno di odio e d’amore”. A Leonardo il giovane discepolo appariva assai multiforme: “un efebo sorridente, un santo trasognato, perfino una vergine”, e anche per questo gli fu sempre caro e come osserva Mauri certo da un lato ciò lo favorì nella vita, ma per altri aspetti lo adombrò come artista.

Perché oltre a essere uno dei suoi modelli, Caprotti per Leonardo fu anche uno dei migliori allievi e un interprete dell’arte del suo maestro, e sebbene il suo ruolo non sia ancora pienamente riconosciuto, “il suo lavoro contribuì a propagare le invenzioni leonardesche a un’intera generazione di pittori lombardi, in una forma talvolta semplificata ma anche più accessibile. Eppure a lungo si è voluto vedere in lui solamente un servitore infedele”.

Di sicuro fu testimone della vita del genio che seguì nel suo peregrinare tra le corti e che gli diede in eredità una dozzina di capolavori. Il grande storico dell’arte Giorgio Vasari, ne Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, del 1550, lo cita descrivendolo così: “vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capelli ricci ed inanellati, pe’ quali Leonardo si dilettò molto: ed a lui insegnò molte cose dell’arte; e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salaì, furono ritocchi da Leonardo”. Eppure se ne persero poi misteriosamente le tracce, del Salaì, almeno fino a quando non è ricomparso sotto il nome del tutto inventato di Andrea Salaino, cui è intitolata una via di Milano, oltre a essere indicato come uno dei quattro allievi che circondano Leonardo nel monumento a lui dedicato di fronte a Palazzo Marino, in piazza della Scala.

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Tra il 1916 e il 1919 gli studiosi Gerolamo Calvi e Luca Beltrami hanno messo ordine nelle vicende del Caprotti per cui è ora certo che collaborò a una Monna Vanna detta “Gioconda nuda”, in cui della Monna Lisa è riproposto il sorriso, mentre il resto del corpo, non femminile, è forse proprio quello del Salaì, possibile modello anche della più celebre “Gioconda vestita”, come scrive il tennista e scrittore comasco Gianni Clerici nel libro Una notte con la Gioconda.

Uno storico statunitense che ha a lungo studiato l’opera e la vita di Caprotti gli attribuisce oltre cinquanta opere, tutte varianti leonardesche, e da ormai qualche anno presso la Pinacoteca Ambrosiana è esposto un quadro raffigurante san Giovanni Battista forse anch’esso del Salaì, autore molto probabilmente della tavola, che le si trova a fianco, un Volto di Cristo, l’unica firmata e datata, dono di un omonimo, Bernardo Caprotti di Albiate, figlio di un industriale tessile e fondatore della prima catena italiana di supermercati.

La donazione è stata accompagnata da un libro firmato da un antiquario, Mauro Zecchini, Il Caprotti di Caprotti. Storia di un pittore che non c’è, la cui tesi, rigettata dal prefetto della Pinacoteca, il monsignor Franco Buzzi, e da uno storico, il professor Pietro Marani, è che non si è certi che il pittore brianzolo sia l’autore di alcun dipinto e che quello acquistato dal magnate potrebbe essere opera di Leonardo.

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Ma Leonardo in Brianza, essendo stato un grande ricercatore a livello di estetica e tecnica musicale, è anche lo spunto di una serie strumenti del liutaio Michele Sangineto, il quale, giunto dalla Calabria a Monza verso la fine degli anni Sessanta per insegnare nel locale Istituto d’Arte, vive a Villasanta senza che i suoi concittadini sappiano cosa egli crei, come spesso capita in Brianza, oggi refrattaria alle arti.

In terra brianzola era andato con un diploma in ebanisteria che metterà a frutto autonomamente, studiando e più che altro sperimentando con intuito e creatività, facendo e disfando, provando e riprovando, che è poi ancora oggi il modo in cui crea fuori da ogni schema, e con tempi del tutto autonomi…

Da un lato i canonici strumenti a corda, mandolini e mandole, cetre, arpe, buzuki greci, fidule, lire, vielle, crotte, viole, e quelli a frizione, come le ghironde, e a tastiera, come le spinette, e organi portativi e di carta, flauti, cornamuse e zampogne, e salteri di ogni tipo, tra cui uno medioevale che ama strimpellare a intuito.

Non è infatti certo virtuoso come lo sono alcuni musicisti famosi a livello internazionale per i quali ha creato strumenti su misura, come negli anni Ottanta l’arpa elettroacustica di Alan Stivell, e per l’irlandese Derek Bell, del gruppo The Chieftains, e Grainne Yeats, la nuora di William Butler, cantante e suonatrice d’arpa.

Né è un virtuoso come i suoi due figli gemelli, musici professionisti che hanno creato l’Ensemble Sangineto, che suon a per lo più musica tradizionale italiana e irlandese, Adriano l’arpa celtica e Caterina il salterio lei, che inoltre canta e suona anche il flauto, interpretando soprattutto un repertorio barocco e rinascimentale.

È proprio a queste epoche che s’ispirano le opere più sorprendenti di Sangineto, strumenti che crea a partire dai dipinti o dai disegni preparatori di antichi studiosi tra cui Leonardo stesso, in parte secondo criteri filologici e un po’ con gusto personale, una particolare attenzione verso l’aspetto morfologico e l’oggetto in sé.

“Lo costruisco in base alla mia sensibilità, al mio desiderio del bello. Prima di suonare, deve essere bello”, dice il liutaio che recupera la bellezza del passato, Piero di Cosimo, Cosimo Tura, Giorgione, Lippi, Martini, Van Eyck, per riportarla in vita e reinserirla nel mondo, come la cupola del Santuario della Beata Vergine di Saronno, opera del 1535 di Gaudenzio Ferrari, raffigurazione mista di affreschi e statue, con gli angeli musicanti disposti in quattro cerchi concentrici attorno a Dio e dei quali una sessantina suona circa trenta tipi di cordofoni, membranofoni e aerofoni, e come gli strumenti inventati dei Codici leonardeschi di Madrid, tra cui la piva a vento continuo ora esposta in modo per manente presso il Museo Leonardo 3 di Milano, mentre il 19 luglio 2016 ha suonato con i figli agli Uffizi di fronte a un’Annunciazione di da Vinci.

Marco Settimini

(fine)

*La prima puntata del reportage la leggete qui

**In copertina: particolare della “Dama con l’ermellino” di Leonardo, 1488 ca., ora al Museo Nazionale di Cracovia