“Le stelle fiammeggiano su mondi dominati dal dolore”: l’insostenibile grandezza di Schopenhauer e le sue sculacciate

Posted on luglio 02, 2018, 6:52 am
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La situazione, direi, fu esemplare. Per conto di una casa editrice, qualche mese fa, ho avuto la fortuna di mettere il becco, come l’avvoltoio, dentro l’opera di Arthur Schopenhauer. Le mie idee editoriali sono semplici, sono quelle della casalinga, del muro di casa, del cane in cortile. Auspico che la meraviglia – cioè, la vertigine – in un’era che rotola verso il banale – non siamo degni neppure dell’orrido, ma ci lagniamo lanciandoci nell’infimo – sia per tutti, tutti i giorni, senza complicanze accademiche. Perciò, Schopenhauer. Non quello del Mondo come volontà e rappresentazione, l’immane romanzo del nulla e della rinuncia, troppo alto, pubblicato la prima volta, infelicemente, due secoli fa. Ho messo le mani, simili a lucertole, negli “scritti minori” (parola di Arthur), nei Parerga e paralipomena, l’opera ‘pop’ di Schopenhauer, quella che gli diede brandelli dell’agognata fama e dove, tramite immagini di cangiante delirio e di astronomica grandezza, il filosofo ripiglia tutti i suoi temi, esaurendoli in una formula letteraria imitata da tanti, quasi tutti, Nietzsche in testa. I Parerga esistono in Italia, per Adelphi, grazie al lavoro sontuoso di Giorgio Colli, un maestro delle imprese editoriali impossibili e antiaccademiche. Dunque: ho ritradotto, semplificando, limando quei concetti fino alla dimensione dell’aforisma, dell’epigrafe, della frase sullo zaino, del messaggio via WhatsApp, della sculacciata. Ho lavorato in una situazione, direi, esemplare. Mattina. Casa della nonna. Lei ansima accovacciata nel letto con le sponde. Come un cucciolo di minotauro nel labirinto di metallo. La saluto. La bacio. Carezze. Tiro su il letto, con la leva che sta sul davanti. Colazione. La imbocco. La pulisco. Tiro giù il letto. Baci. Di solito si addormenta. Accendo il computer, in sala. Schopenhauer. Dalla finestra qualche villa, una magnolia, transito di umani. Comincio la lotta linguistica con il filosofo più vasto, quello che mandava in estasi Lev Tolstoj – nella sua Confessione lo tiene in tasca insieme alla Bibbia, a Platone e ai testi buddhisti – e che ispira ogni frase di Michel Houellebecq – il quale sul deflagrante Arthur ha scritto un libello di atroce bruttezza. “Chi legge quest’opera, alla fine non è più la stessa persona…”, ha scritto Sossio Giametta, tra i grandi traduttori e interpreti di Schopenhauer. Quanto a Wiltold Gombrowicz, invece, pareva “un mistero che libri interessanti come quelli di Schopenhauer (e i miei!) non trovino lettori”. Nel suo lisergico Corso di filosofia in sei ore e un quarto s’è dato una risposta: la difficoltà di approcciare Arthur sta nell’“aspetto aristocratico di questa filosofia. Per Schopenhauer ci sono uomini mediocri e uomini superiori. Egli insultava i mediocri”. Già. Noi, al contrario, eleggiamo i mediocri ai vertici del governo, godiamo nel farci frustrare dai mediocri per credirci migliori, che porca mediocrità. Ogni tanto, leggevo alla nonna le frasi di Schopenhauer, per valutarne il ritmo. La delicata violenza con cui Arthur parla del nulla, del dolore, dell’incomunicabile, rasserena. Ragionavo del soffrire con l’emblema della sofferenza davanti a me – e dentro di me, soprattutto, perché la nonna, lei, era narcotizzata dalla vecchiaia. Lei soffiava, diceva “ti voglio bene”, e questa, direi, è una folgore di Schopenhauer che mi frattura il cranio: ignorare il dolore per dichiarare il bene all’altro, il prossimo, il sopravvissuto. (d.b.)

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Nelle profondità del proprio io, ciascuno avverte che dovrebbe vivere una vita diversa da questa, così misera, frustrante, temporanea, soggiogata dalla sofferenza – la morte, forse, ci conduce a ciò che desideriamo.

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Tramite il tempo tutto ciò che abbiamo tra le mani diventa nulla – perde ogni valore.

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Ciò che è stato, non è più; tutto ciò che è, un attimo dopo è già stato. Il presente più infimo ha, rispetto al passato più nobile, il premio della realtà: il presente sta al passato come qualcosa al nulla. Si esiste, ora, che meraviglia, dopo non essere stati per moltiplicati millenni – e dopo un bramito di tempo, brevissimo, si deve non essere, per altri millenni. Questo è ingiusto, ci dice il cuore.

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La nostra vita è come un mediocre mosaico: da vicino non fa alcun effetto, solo da lontano acquisisce una forma. Viviamo sempre attendendo il meglio – e spesso rimpiangiamo il passato. Il presente viene preso così com’è, nella sua fugacità, come una via verso la meta. La maggior parte degli uomini, però, guardando indietro, si accorge che proprio ciò che è passato senza goderlo è stato la vita, e che è nell’attesa di quello, ormai passato, che hanno vissuto. Questa è la vita: l’uomo, preso in giro dalla speranza, corre a passo di danza nell’abbraccio della morte.

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Una lotta incessante agita la storia dell’umanità: la battaglia, in cui sono impegnate le forze del corpo e dello spirito, per conservare la vita contro l’insorgere della malattia. Il premio dopo la battaglia è un’esistenza assillata dalla noia, prima di precipitare, ancora, nel male. Dopo il male arriva la noia, che assale tutti gli animali, anche quelli più intelligenti, conseguenza del fatto che la vita, di per sé, non ha un contenuto autentico e veritiero, è mantenuta dall’illusione e dal bisogno. Quando il moto dell’illusione si arresta, percepiamo il vuoto di esistere.

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Se immaginiamo le sofferenze e i dolori che il sole illumina ogni giorno nel suo corso, viene da pensare che sarebbe stato molto meglio se esso non fosse riuscito a suscitare la vita sulla terra, lasciando il nostro pianeta nelle condizioni, di cristallina bellezza, della luna.

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Guardare l’immensità delle stelle, che fiammeggiano illuminando mondi dove domina la sofferenza o la noia, porta allo sgomento, alla follia. Se l’atto del generare non fosse un bisogno, accompagnato dal godimento, ma fosse un semplice gesto razionale: come potrebbe esistere il genere umano? Presi dalla compassione, risparmieremmo volentieri il peso della vita alle generazioni future, non riusciremmo a imporre l’esistenza a sangue freddo. Il mondo è un inferno in cui gli uomini sono i tormentati e gli aguzzini.

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E ora mi tocca sentire la solita solfa: che la mia filosofia è disperata, per il semplice fatto che dico la verità, mentre la gente preferisce sentirsi dire che il signore Iddio ha fatto tutte le cose per bene. Andate in chiesa, allora, e non date noia al filosofo. Non pretendete dai filosofi una teoria che si adatti alle vostre convinzioni: quella è roba da briganti, da filosofi canaglie, che si fanno commissionare la filosofia che preferite. Quanto a me, è un godimento sconfiggere l’ottimismo di facciata dei professori di filosofia.

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Se un’abitante dell’Asia più evoluta mi chiedesse cos’è l’Europa, io dovrei rispondergli: è quella parte del mondo ammorbata dall’idea folle, inaudita, incredibile, secondo cui tutto comincia con l’essere umano, che è sorto dal nulla.

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Cosa contavano, al loro tempo, Mozart e Beethoven, Dante e Shakespeare? Se i contemporanei di Shakespeare lo avessero onorato come si deve, avremmo molti ritratti che lo raffigurano, invece ne abbiamo pochi, scadenti e di dubbia autenticità. Allo stesso modo, avremmo molti documenti con la sua firma. D’altronde, i portoghesi vanno giustamente fieri di Camões, il loro solo poeta: viveva dell’elemosina che un negro che aveva raccattato in India faceva per lui, la sera, per strada. Il tempo fa giustizia di ogni cosa, ma il tempo agisce con esasperante lentezza, e solo a condizione che l’artista in questione sia morto. Chi ha creato opere immortali deve considerare, come consolazione, il mito indiano per cui gli anni sulla terra sono solo minuti per gli immortali.

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Una bella opera ha bisogno di uno spirito altrettanto bello, che sappia recepirla, per vivere realmente. Molto spesso, l’artista che partorisce un’opera somma si sente come un fabbricante di fuochi d’artificio: in un attimo, ha bruciato tutta la sua produzione, preparata con fatica, finché si accorge di essere capitato nel posto sbagliato, tra spettatori che sono ciechi.

Arthur Schopenhauer