“Le mie poesie non sono poesie”: nell’opera di Ryokan, il monaco folle. Ovvero: bisogna fuggire il mondo per foraggiare l’ingegno

Posted on Gennaio 01, 2019, 9:58 am
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Un uomo attraversa le strade di paese, ha i sandali e un vestito logoro di polvere. Il bastone gli è compagno. Sulla coscia destra tintinna la ciotola. L’uomo dipende da quella ciotola. L’uomo mendica il cibo di casa in casa, di villaggio in villaggio. Sorride anche quando lo cacciano via in malo modo. Una volta qualcuno lo ha scambiato per un ladro e lo ha preso a botte fin quasi a ucciderlo. Ma lui ha continuato a sorridere. Mendicare, anche quando il vento freddo fa livide le dita, è un esercizio spirituale. Obbliga l’uomo a vivere in immersione nell’umiltà. E consente al resto degli uomini di compiere un atto di grazia, che sarà riconosciuto negli altri mondi, oltre la morte. Mendicando, l’uomo si sfama e gli altri uomini accumulano buone azioni per la vita dopo questa vita. “Povero e solo – questa è la mia vita”, canta l’uomo, felice.

ryokanQuell’uomo si chiama Ryokan. Ryokan è una figura nobile, eccentrica e leggendaria nella spiritualità giapponese. Nato nel 1758 nel villaggio di Izumozaki, nell’attuale provincia di Echigo, Ryokan, che prima di diventare monaco buddista era Eizo, è il primo figlio del capo villaggio, un uomo discendente da una schiatta di samurai, che associava l’amore per la disciplina a quello per la poesia. Eizo è destinato a prendere il posto del padre tra le figure eminenti del villaggio, ma si sente inadatto al compito. Come mai? Perché Eizo è un uomo buono, guidato dalla compassione per tutti gli uomini, incapace di scaltrezza e di rancore. Ma secondo l’etica di allora – che è la stessa di oggi – chi è buono è un cretino, chi non è furbo non diventerà mai potente. A diciotto anni, nel 1775, Eizo lascia il mondo per ritirarsi nel tempio Kosho. La scelta è repentina, inspiegabile. Secondo alcuni documenti, Eizo era innamorato follemente di una donna: forse respinto, forse consapevole che quel legame gli avrebbe avvelenato il cuore, dopo essersi congedato dall’amata, si rase il cranio percorrendo la via del Buddha. Secondo altri, Eizo, apprendista capo villaggio, scoprì il male che vive nell’uomo e ne fu terrorizzato. Incapace di punire un ladro, inabile a comminare pene di morte a danno dei colpevoli, ritenendosi egli stesso più colpevole di tutti, per tutto, scappò dal villaggio natale per rifugiarsi nel tempio.

Così, Eizo diventa Ryokan, il grande folle, il grande idiota. Il vecchio nome viene scrostato insieme alla vecchia vita. Ryokan è un monaco che si impegna nella pratica, che non ha paura di svolgere le mansioni più umilianti. Soprattutto sotto la guida del maestro Kokusen Dainin (1723-1791) Ryokan cresce nella comprensione del buddismo Zen. Studia con applicazione lo Shoboghenzo di Dogen (1200-1253), un genio del pensiero buddista; si esercita copiando le poesie del Man-yoshu, la più antica e autorevole raccolta di poesie classiche del Giappone. In breve, diventa un maestro nell’arte della calligrafia, un grande poeta, un maestro spirituale. Quando Kokusen gli chiede di diventare la guida dei suoi monaci, l’atto preliminare per essere il capo di un monastero e assurgere alle alte cariche ecclesiastiche, Ryokan, docile e fermo, che ha accusato di malcostume in testi di rara ferocia parti dell’ecclesia buddista, rifiuta. Comincia qui la leggenda di Ryokan, il grande eremita, il poeta solitario, l’idiota.

Ryokan rompe con tutte le consuetudini, rompe lo schema delle attese e delle aspettative. Sconfigge la rabbia con la compassione; alla dimora certa preferisce il vagabondaggio e l’incertezza; alla sicurezza preferisce il rischio; antepone la povertà al lusso, la preghiera alla gloria, l’insussistenza alla fama. Ryokan ama la compagnia dei bambini ed è celebre l’icona del monaco che gioca con i piccoli a palla, alla periferia delle città. Rifiutando le passioni del mondo, Ryokan vive in sintonia con la natura: le sue poesie celebrano il cambiamento delle stagioni, sono piene di fogli, di fiori, di squilli di uccelli. Ryokan è l’equivalente di un San Francesco giapponese, un uomo che predilige la povertà, che ha mendicato il cibo in cambio di preghiere e che ha reputato l’attività poetica essenziale per la vita spirituale.

Non indugiare mai negli estremismi. Questa è l’opinione di Ryokan. Pur abitando in un eremo quasi inaccessibile, il monaco non rifiuta la compagnia e il calore dell’amicizia. Solo, è consapevole che ogni legame è effimero, che si deve vivere in profondità l’istante, senza progettare il domani, che ora, al momento, non esiste, è un labirinto di paradossi. Pur dimorando nella povertà, il monaco non impone la sua scelta di vita – durissima – agli altri. Quando scrive poesie, poi, Ryokan non si ritiene un artista: le regala a chiunque. Ed è premuroso, soprattutto, con chi lo tratta male.

Il rapporto tra educazione spirituale e attività poetica spesso è tutt’uno nel mondo orientale. I grandi maestri spirituali spesso sono grandi poeti. Questo perché la poesia è un periscopio che sfonda gli abissi dell’anima. Ryokan è l’emblema del poeta eremita, del monaco vagabondo, che non ha alcun possesso se non i versi, fugaci come farfalle. I precedenti, notissimi, sono quelli di Saigyo (1118-1190), il monaco che ha lasciato tutto per seguire, con il pennello, l’odore dei fiori di ciliegio, e di Matsuo Basho (1644-1694), il poeta che ha perfezionato l’haiku, quel bagliore di sillabe capace di declinare un destino. Ryokan, che morirà il 6 gennaio del 1831, dopo diverse sofferenze fisiche, in meditazione, al tramonto, aveva come modello e prototipo il monaco eremita cinese HanShan, vissuto nel secolo VIII. Concentrato assiduamente nell’estinzione del sé (“nessuno sa che tipo d’uomo sia: ci sono vecchi che lo conobbero e dicono che fosse povero, un pazzo”, dicevano di lui), HanShan scriveva i suoi versi sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, sul vento. Le poesie, in effetti, sono come la vita: appena affermi una cosa, afferrandola, essa scompare, si sbriciola, già non è. La poesia è la rincorsa a quella parola, esatta, che dica la vita, la morte.

Nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura, nel 1968, Yasunari Kawabata, il massimo scrittore giapponese del Novecento, cita Ryokan come un simbolo. “Ryokan si isolò dalla volgarità contemporanea e si immerse nell’eleganza raffinata dell’epoca classica, avendo come soli compagni poesia e scrittura […] visse in sintonia con lo spirito delle sue poesie, trovando rifugio in capanne di frasche, indossando vesti dimesse, vagabondo per le campagne, giocando con i bambini e parlando con i contadini, senza ricercare in astrusi discorsi l’essenza della letteratura o della religione, professando una semplice fede nel principio ‘volto sereno e parole gentili’”. La fuga mundi, forse, è una disciplina estetica necessaria.

La vita di Ryokan, pur perfettamente orientale, ha analogie non solo con San Francesco, ma anche con i ‘monaci folli’ che costellano i romanzi russi dell’Ottocento. Ryokan è proprio come l’idiota eternato da Fëdor Dostoevskij, orientato al bello e al buono, per questo deriso dal mondo. D’altronde, “quanto nel mondo è stolto Dio ha scelto per confondere i sapienti, quanto nel mondo è debole Dio ha scelto per confondere i forti, quanto nel mondo è ignobile e disprezzato Dio ha scelto e ciò che è nulla, per annientare le cose che sono, affinché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio”, scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (1, 27-29). Chi è idiota agli occhi dell’uomo di mondo, in realtà, è colui che vive in pace con Dio. I ‘folli di Cristo’, che nella Chiesa ortodossa si chiamano jurodivyj, rifiutano il mondo accucciandosi totalmente in Dio, “insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; fino al presente siamo divenuti come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti!” (1 Cor 4, 12-13). La vita dello jurodivyj è speculare a quella di Ryokan. In una delle pagine più intense de I demoni, il romanzo di Dostoevskij, Stavrogin, che raffigura il male nei suoi aspetti più volgari e perversi, va a confessarsi dal monaco Tichon. In realtà, attende una punizione degna della sua grandezza, della sua infinita malvagità. Il monaco, tuttavia, lo sorprende. “Peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. Non esiste un peccato individuale. Io sono grande peccatore, forse più di voi”. Il ‘folle di Dio’ si fa carico dei peccati commessi dall’umanità, risolvendoli, espiandoli per tutti. Aderire alla povertà e alla poesia – che è la più povera tra le arti, la minima – è la sola ricchezza.

Federico Scardanelli

***

Le mie poesie non sono poesie

Il primo giorno d’estate
tiro pigramente le vesti
nelle fauci dell’acqua

di verde intenso i salici
hanno colorato la riva
e fiori di pesco si disperdono
nel vento mattutino

cammino toccando l’erba
simile a coltelli e casualmente apro
il cancello – le farfalle assediano
il giardino a sud e i fiori di rapa
s’irradiano dal recinto a est

qui – in un’atmosfera perfetta
l’estate ha giorni infiniti
in questo luogo remoto per natura
mi muovo verso la bellezza

maneggio poche parole
ed esse diventano poesia
chi lo sa se le mie poesie sono poesie?

le mie poesie non sono poesie
quando capisci che
le mie poesie non sono poesie
allora potremo parlare di poesia insieme

*

Ciotola vuota

Le oche selvatiche formano un anello nel cielo
per i campi deserti le foglie vorticano al vento
crepuscolo come fumo sulla strada per il villaggio
trascino la ciotola vuota e cammino verso casa da solo.

Avrà mai fine la mia ostinata stupidità?
povero e solo – questa è la mia vita
crepuscolo si aggira sulle vie di una città in disastro
ancora torno a casa con la ciotola vuota.

*Il testo e le poesie si pubblicano per gentile concessione dell’editore Theoria, che ha appena stampato le “Storie e parabole zen” di Ryokan