Le mani sono fatte per essere bucate. Il centro del cristianesimo sono le stimmate, quei fori fosforescenti dove muoiono gli antichi dèi

Posted on aprile 16, 2018, 9:39 am
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La domenica parlano – con ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Il centro dell’esperienza cristiana sono le stimmate, quel buco nero nella carne. “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!” (Lc 24, 39). Il passaporto del Risorto sono le stimmate e in quel covo di spietata pietà s’annienta la fiumana degli dèi antichi, originari, che svaniscono come l’acqua nello scarico del rubinetto. La Croce non è un marchingegno di tortura come la ghigliottina o la sedia elettrica: è la serratura per assopire il cuore di Dio – ogni dio è violento, vendicativo, carnivoro. Ilasmos: questa è la parola dolce, usata come primizia nella Prima lettera di Giovanni, in cui dobbiamo intingere le labbra. Ilasmos significa ‘propiziazione’, “egli è la propiziazione per i nostri peccati; non solo per i nostri, ma anche per il mondo intero” (1 Gv 2, 2). La ‘propiziazione’ è l’“atto religioso con cui si cerca di calmare l’ira e di conciliare il favore della divinità” (Treccani). Gesù è il sacrificio che placa Dio: il Figlio muore per far scoprire una pietà più profonda al Padre. I peccati, da allora, sono estinti, per l’uomo e per il mondo. La norma del mondo, infatti, è che il male è normale. “Avete rinnegato il santo e giusto, avete chiesto la grazia per l’assassino, avete ucciso l’autore della vita” (At 3, 14-15). Gli uomini preferiscono l’assassino al giusto: perché? Perché l’innocenza è innaturale, è impossibile; perché l’innocente ti scruta con occhi simili alla stimmate. Per questo, in una specie di tour nell’infamia, è sempre il giusto a morire. Il giusto attrae enigmaticamente l’assassinio, implora che entriamo nell’abisso, impone l’illimite. L’uomo – potente come un dio – sa annientare la vita.

Il cristianesimo è definito nella carne, nella carnalità. Il Risorto mostra l’evidente verità del corpo, quei fori fosforescenti, e parla attraverso il pane (“l’avevano riconosciuto nella spezzare il pane”, Lc 24, 35) e il pesce (“Gli offrirono una porzione di pesce arrostito. Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”, Lc 24, 42-43). Gesù, in vita, offriva pani e pesci agli affamati: ora è il Risorto, affamato di uomini, a essere nutrito dai suoi. Che nutrimento diamo ai morti? Con quali parole li costringiamo a una resa d’amore?

Il Risorto appare sempre con la parola che sconcerta e dilania, Irene, pace (“Pace a voi!”), perché l’uomo è magnetizzato dal dolore, sente la vita patendo, anela al soffrire. Di fronte al Risorto i suoi sono “atterriti”, “spaventati”, “turbati”, “meravigliati”. Il turbamento dei discepoli ricordo un altro, più remoto turbamento (“Ella allora fu turbata”, Lc 1, 29), quello di Maria, la madre bambina, di fronte all’angelo che annuncia la nascita di Gesù. Così, la prima nascita (Gesù) e la seconda nascita (il Risorto) sono legate dal nodo del turbamento. Non c’è altro modo di avvicinarsi al dio: terrore, spavento, turbamento, meraviglia. Il resto è la patetica epica dei bravi cristi: a noi è chiesto inchiodarci negli altri mondi. Davvero c’importa la vita eterna? Che cos’è, davvero, la resurrezione? La mano è fatta per essere bucata. (d.b.)