“Le librerie con gli scaffali di poesia sono andate a puttane. E gli autori andrebbero bastonati”. Alessandro Canzian su editoria, impresa e pregiudizi vecchi trent’anni

Posted on Gen 10, 2018, 7:42 pm
11 mins

Lui è Alessandro Canzian, il fondatore della Samuele Editore, una casa editrice specializzata in poesia. Preso dall’impeto, ma con la consueta lucidità che lo caratterizza, ha deciso di scrivere una lettera aperta a lettori e autori (che potete leggere qui) per mettere bene in chiaro alcuni aspetti e difficoltà quotidiane nella vita di chi come lui vive e mangia grazie alla poesia. L’ideale per togliersi dalla testa certe ingenuità e capire che, per fare letteratura, non basta il romanticismo del cuore.

Tu dici giustamente di non voler essere uno “stampatore deresponsabilizzato”.

“Quello che ho scritto è vero adesso come al principio. Come editore nasco guardando a quello che gli altri non facevano. Si potrebbe quindi dire che non ho mai voluto essere deresponsabilizzato. È mia convinzione che un editore, oggi, debba essere protagonista responsabile di un dialogo culturale da costruire e portare avanti”.

Nella tua lettera parli di una serie di iniziative che hai messo in atto e che sono state soggette a forti critiche. Vorrei chiederti quali siano e a quali tipi di riserve siano andate incontro? E, soprattutto, come ti difendi dalle accuse?

“Partiamo da questo. Quando ci sono delle critiche è meglio non rispondere e andare avanti. È con il proprio lavoro e i risultati conseguiti che si dimostra quanto fossero giuste certe scelte fatte e su cui, in dieci anni di attività, ho investito tanto. Personalmente, ho cercato di innovare e tenere vivo l’ambito editoriale. Quando cominciai, l’editoria era alla frutta. Mi riferisco al passaggio dalla stampa offset a quella digitale. Davvero, in giro, si trovavano quasi solo stampatori e appena qualche editore realmente meritevole. Non come oggi, invece, che gli editori bravi sono tanti. logo-samuele-editore-1Tra le critiche che ho ricevuto, c’è stata quella di organizzare eventi che vedevano a fine serata il momento dell’Open Mic. Si trattava fondamentalmente di dare possibilità, per ogni persona convenuta che lo desiderasse, di leggere di fronte al pubblico. Quando cominciammo a farlo, tre anni fa, a momenti sembrava volessero gambizzarci per questo. L’impressione era che una simile opportunità abbassasse a un livello intollerabile la qualità degli eventi. Ciò è in parte vero. Sentivamo leggere dei componimenti veramente brutti. Alla fine, però, questo ci ha aiutati a ottenere ciò in cui speravamo: quelli che venivano a leggere si ripresentavano e, di evento in evento, imparavano anche qualcosa. Una serata letteraria, per come la vivo io e per come la vediamo all’interno della Samuele Editore, non è semplicemente una proposizione dell’autore di turno. È anche un dialogo formativo con il pubblico e per il pubblico. Adesso abbiamo fatto evolvere l’idea iniziale: una settimana prima dell’evento, io do al gruppo degli estratti dal libro che verrà presentato e, sulla base di quei testi, chiedo loro di scrivere due poesie che verranno poi lette durante l’Open Mic finale. In questo modo, ogni due settimane circa, si forma un vero e proprio laboratorio di scrittura”.

Cosa hai da rimproverare agli autori e ai lettori, come imprenditore della letteratura?

“Con certi colleghi, ci si sta ponendo la domanda se si possa ancora dirsi imprenditori in questo ambito. Un editore, però, in ultimo, è anche questo, un imprenditore, ed è soggetto alle regole dell’imprenditoria. Per intenderci, io devo pagare le tasse, l’Inps. Quando vado a ‘fare il prodotto’, per utilizzare una terminologia aziendale, so che si può incorrere nel rischio di fare un qualcosa che nessuno vorrà. Si provi a pensare a quando un’azienda fa le lavatrici. Fa quelle che sa di vendere. Insomma, dà alle persone quello che vogliono. Io, invece, come editore di poesia, non posso dare alle persone quello che vogliono: innanzitutto, i lettori non sanno cosa vogliono in poesia; e, poi, il prodotto di maggiore qualità, in questo settore, è spesso quello meno recepito. Al contempo, è un mio dovere, etico e professionale, proporlo. Per la grande editoria è diverso, loro fanno semplicemente impresa. Propongono quello che può vendere. Però, poi, tra i lettori sono molti a lamentarsi che vengano proposti sempre i soliti quattro noti, oppure robaccia commercialmente fruibile. Un piccolo editore, soprattutto in poesia, è un imprenditore e allo stesso tempo non lo è. Ma partiamo dal lettore che, in realtà, è l’aspetto più importante. Io, come editore, lavoro per l’autore, per cercare di proporlo, ma anche per il lettore, per dargli qualche cosa. Il lettore di oggi, purtroppo, è un lettore che non vuole comprare. Vuole tutto gratis. Qualcuno diceva che se è gratis non vale. Cioè è vero e non è vero, al contempo, ma è certo che io non posso continuare a fare eventi per vendere pochi testi. Ho assistito a presentazioni dove, anche con un centinaio di partecipanti, si sono vendute appena nove copie. Al contrario, negli Stati Uniti o in Francia, tanto per fare degli esempi, è buona educazione e senso del dovere da parte di chi partecipa, se ha gradito, di comprare il libro, per dimostrarlo. Questo è, peraltro, l’unico strumento perché simili eventi possano ripetersi. Ecco la critica che muovo al lettore italiano, che si ostina a non comprare. Circa gli autori, ti direi che l’autore tipo italiano andrebbe bastonato. Ama fare grandi battaglie contro l’editoria a pagamento e su questo è facile concordare. Ben venga il bravo editore che non ti fa pagare, ma non basta. Bisognerebbe anche chiedersi cosa faccia questo per te. In Italia, ci sono tanti editori che ti dicono o ti fanno credere di non farti pagare, però poi sono inerti. Alcune volte, addirittura, ti stampano appena quelle cinquanta copie. E sai dove stanno l’imbroglio e il loro guadagno, alla fine? Sulle copie che l’autore si compra per le presentazioni. Questa non è editoria, ma una presa in giro. Agli autori direi di guardare quali sono gli editori che veramente si impegnano. Tutto ciò per rispondere alle critiche che ci sono state mosse per la nostra scelta relativa al crowdfunding. Anche per questa, in principio, c’è stata grande avversione. Il crowdfunding, in realtà, non ha niente di male. Semplicemente, cerchiamo di vendere un po’ di libri, prima della stampa, così da fare cassa. Sarà brutto a dirsi, ma bisogna considerare anche simili cose, quando si è sottoposti alle regole del mercato. Non ci si può esporre a un rischio di sicura perdita e questo è spesso un pericolo concreto. Molti lo percepiscono come un chiedere l’elemosina, ma si tratta solo di domandare ai lettori di farsi responsabili, attraverso l’acquisto preventivo, della pubblicazione di un determinato libro. Bisogna comprendere che, come editore, posso fare di tutto per un testo, pubblicizzarlo, organizzare le presentazioni, ma in ultimo lo devo vendere. Tra gli autori molti devono ancora capire come l’editoria funzioni realmente”.

Chiudo ricollegandomi a quanto successo all’E/O Edizioni nel rapporto con Amazon. In questa lettera, tu contesti un’idea classica di distribuzione. Perché?

“Sempre rimanendo nell’ambito della poesia e della piccola editoria (perché in quello della narrativa i numeri cambiano), vorrei invitare a fare i conti con certe cifre. Un distributore si prende il 60% sul prezzo di copertina. Se dovessi vendere solo attraverso il distributore, con un numero di tiratura che, per quel che concerne la poesia, oscilla fra le 400 e le 500 copie, io ci perderei. E tanto basti dal punto di vista dell’imprenditore. Per quel che concerne il punto di vista dell’autore, partiamo da un dato: le librerie con gli scaffali di poesia sono tutte andate a puttane. Vorrei quindi capire cosa importi a un poeta di sapere di essere sugli scaffali. Per me quello è un libro buttato via. Oggi, con un telefonino, la gente può trovarti facilmente, può andare a vedere la tua pagina Facebook. Noi, poi, inviamo anche la pubblicità attraverso pagine sponsorizzate e quant’altro. Oggi, non solo l’editore è facilmente rintracciabile, ma è lui che materialmente entra nel tuo telefonino. Ti segnala la pubblicazione, ti mostra le foto delle presentazioni, le recensioni che sono uscite sui suoi titoli. Puntare sempre e solo su una distribuzione classica, oggigiorno, sarebbe veramente miope. Il mondo è cambiato. L’idea di certi autori, invece, è ferma a più di trent’anni fa”.

Matteo Fais