“Mozi è come Leonardo da Vinci”. Il Nobel per la letteratura scopre quanto è bella la Cina (ma la Cina è una invenzione di Marco Polo, di Coleridge, di Pound…)

Posted on Maggio 15, 2019, 6:51 am
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Come sempre, Witold Gombrowicz faceva la serpe e la colomba assieme. Di quel giovane scrittore scrisse che “è una persona fortemente contrastata: da una parte la bellezza, la salute, la fama, le fotografie, Nizza, le rose e l’auto sportiva; dall’altra le tenebre, la notte, il vuoto, la solitudine, l’assurdo e la morte. Ma la sua principale difficoltà sta nel fatto che tra le sue mani il dramma diventa qualcosa di bello e seducente… L’unica cosa che potrebbe salvarlo è il riso”. Ma la bellezza non è per forza un difetto – e neanche l’assenza di riso. Era il 1967, comunque. Jean-Marie Gustave Le Clézio, bello come un attore – all’incirca all’incrocio tra Alain Delon e Robert Redford – esordì con spavalda precocità, nel 1963, con Il verbale. Aveva 23 anni, vinse il prestigioso ‘Renaudot’ (andato, tra gli altri, a Céline, Aragon, Georges Perec, Annie Ernaux, Irène Némirovskij), fu installato, un po’ a rotta di collo, tra gli alfieri del noveau roman. In realtà, il bello di Le Clézio, il bellone, è l’ondivaga inappetenza alle didascalie, un certo nomadismo letterario. Ragioni ‘genetiche’, per così dire – gli avi, bretoni, durante la Rivoluzione francese scapparono alle Mauritius – e biografiche – il padre era chirurgo presso l’esercito inglese in Africa, nella Seconda guerra, e lì si installa Le Clézio, bimbo, passando poi una vita di studi in UK e di viaggi tra Thailandia, Messico, Marocco, Stati Uniti, Corea – e dunque letterarie – studia la cultura maya, ma poi lo sciamanesimo estremo orientale – lo portano a libri che sono una avanscoperta nell’ignoto, un travaglio negli enigmi di popoli arcani, lontani. Scrittore schivo, alieno alle mode, Le Clézio è eletto già nei Novanta tra i massimi scrittori viventi in lingua francese, eppure quando ottiene, nel 2008, il Nobel per la letteratura, in Italia restiamo tutti un po’ intontiti. La sua opera – esemplificata in un libro affascinante come Deserto, stampa Rizzoli – non è ‘di cassetta’, ed è forse troppo raffinata – fatta salva la biografia Diego e Frida sull’amore tra Rivera e la Kahlo – per un pubblico italiota. La Nave di Teseo, in ogni caso, ha pubblicato da poco il suo ultimo romanzo, Bitna, sotto il cielo di Seul. Ultimissimo, però, è il ciclo di letture e conferenze tenute in Cina, ora raccolte e pubblicate da Gallimard come Quinze causeries en Chine. Aventure poétique et échanges littéraires. Il libro è affascinante per due ragioni. Intanto, al posto del borbottio politico cioè economico – come ci confrontiamo con la Cina?, che rapporti economici trattenere con gli ‘invasori’, non certo teneri in tema di ‘diritti umani’ di base? – c’è lo sguardo di uno scrittore, attrezzato al viaggiare. Secondo Le Clézio la Cina è un paese da studiare, da capire, da amare. La seconda nota è questa. La Cina, in effetti, è una invenzione letteraria dell’Occidente. Lo dice anche Le Clézio, ammettendo che il fascino verso Oriente lo ha subito leggendo Marco Polo. Il Milione a me sembra una pietra miliare della narrativa occidentale: viaggi, speculi, immagini, racconti con razionalità grammaticale (commerciale, perfino) e istinto visionario (cioè, la sublime arte del raccontare frottole). Insomma, Polo sta un passo prima di Cervantes, è il maestro zen di Chisciotte. Poi, ci sono altri esempi – il palazzo estatico ed esotico di Samuel Taylor Coleridge, per dire, che fa di Kubla Khan il covo del romanticismo english. Ne accenno a due, contrapposti per intenti. Da una parte c’è Bertolt Brecht, che nei tardi anni Trenta scrive, imitando i detti confuciani del tempo che fu, il Me-ti. Libro delle svolte (Einaudi, per mano di Cesare Cases, lo ha tradotto nel 1970): il dettato di schietta moralità (tipo: “Me-ti diceva: Solo quando è creata l’eguaglianza delle condizioni si può parlare di ineguaglianza. Solo se tutti hanno i piedi alla stessa altezza si può decidere chi emerga al di sopra degli altri”) è temperato dal gioco (i personaggi usati da Brecht sono maschere: Ka-meh è Marx; Hi-jeh è Hitler; Mi-en-leh è Lenin). Diverso l’uso che Ezra Pound, invece, fa di Confucio l’asse dei Cantos, uno dei suoi fondamenti. Oltre a leggerlo, Pound traduce Confucio, ritenendo che “lo studio della filosofia confuciana giova maggiormente di quella greca in quanto non si spreca tempo in vane disquisizioni sull’errore”. Gli Analecta di Confucio – pubblicati da Scheiwiller nel 1995 – vengono letti, elaborati, tradotti nel periodo più atroce: “la stesura dei Canti Pisani procedeva di pari passo con lo studio e la traduzione degli Analecta”, ricorda la figlia Mary. In gabbia, a Washington, Confucio fu una delle ombre che conversavano con il poeta (la traduzione degli Analecta ha per data il 1951). Per dire che un tempo era l’Occidente a dire la Cina, ora, semplicemente, abbiamo venduto il brand – Occidente – ai cinesi. Leggiamoci, intanto, l’intervista di Le Clézio. (d.b.)

C’era una volta… un Nobel per la letteratura in Cina.

La mia avventura in Cina comincia molto tempo fa, sotto il cielo giallo di Nizza, quando cercavo di imparare una manciata di ideogrammi per il mio futuro viaggio – una avventura che è anche l’amicizia con Xu Jun, che mi aperto orizzonti illimitati. Non pretendo di poter conoscere la Cina – ci vorrebbero troppe vite – ma quel poco che ho capito, grazie ai libri, la vita, gli incontri, lo devo a Xu Jun.

Al di là della sua personale fascinazione per la Cina, pensa sia necessario stabilire un ponte culturale tra le due estremità dell’Eurasia?

Sono cresciuto, fin da piccolo, leggendo il racconto di Marco Polo, fertilizzando così la curiosità verso quello che chiamiamo ‘Oriente’, una curiosità che da esotica si è fatta intellettuale, leggendo i testi importanti della Cina, del Giappone, dell’India. Questi testi mi hanno dato la certezza che le società europee (ciò che chiamiamo ‘Occidente’) siano incomplete se non accettano le proposte che vengono dall’Asia, che abbiano denigrato queste proposte, come se fossero un rischio. Anche oggi, vince il pregiudizio su tutto ciò che viene dalla Cina, più che ai tempi di Marco Polo o di Alexandra David-Neel, che fu la prima a pubblicare i pensieri del filosofo Mozi, un genio paragonabile a Leonardo da Vinci, ancora praticamente sconosciuto in Europa.

Lei fa l’elogio del libro di carta. Come immagina il rapporto tra libro di carta e supporto digitale?

Non c’è contraddizione. Leggere su uno schermo è uno dei modi per accedere al libro. Io appartengo alla generazione che leggeva in biblioteca e preferisco quel mezzo, la carta – proprio come preferisco scrivere a mano, con penna e foglio.

Sembra opporsi alla globalizzazione…

Non credo che la globalizzazione sia una piaga, a meno si risolva in un dominio di una lingua o di una cultura. Sono un militante dell’intercultura, un ideale molto lontano dall’essere raggiunto, oggi. Se misuriamo gli stati (come fa Amartya Sen) in base alla loro interculturalità, paesi come Bolivia ed Ecuador sono in testa, mentre Francia e Stati Uniti temo che siano nelle regioni più basse della classifica…

Lei affronta la questione del rapporto tra arte e scienza. Questi due concetti, a volte divergenti, pensa che possano camminare insieme?

Proprio questo è uno dei punti di svolta della nuova Cina, che incoraggia gli studenti di scienze a interessarsi di discipline letterarie, a fare cultura. Mi attendo molto da questa riforma, che giunge da una cultura storicamente plurale, dove l’equilibrio è la nozione fondamentale.

Ritiene l’arte indispensabile all’equilibrio psicologico dell’uomo. Pensa che il mondo sia minacciato da un eccesso di razionalismo?

Non penso che il problema sia la razionalità – dopo tutto, prendendo esempio dall’Oriente (non mi piace questo concetto, lo uso per semplificare), vediamo che le scienze (astrofisica, geologia, scienza pura) permettono di sviluppare un altro tipo di razionalità, che non escludono l’istinto né l’invenzione poetica. Il pericolo, piuttosto, è nell’eccesso di specializzazione. L’arte, di per sé, è un esercizio complesso, in cui reale e immaginario si completano a vicenda. Nel III secolo, nel suo L’arte della scrittura, il poeta Lu Ji ha scritto:

L’utilità della letteratura è grande
In lei sono raccolti principi molteplici
Va a diecimila leghe senza ostacolo
È il guado attraverso milioni di anni.