Posted on ottobre 09, 2017, 1:41 pm
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I gonzi si fecero due risate. Anno di grazia 2008. L’Accademia svedese divulga il più atteso dei comunicati stampa. Il Nobel per la letteratura scocca il nome di Jean-Marie Gustave Le Clézio, “autore di nuovi percorsi, di avventure poetiche ed esotismi sensuali, esploratore di una umanità nascosta, oltre la civiltà regnante”. Didascalia piuttosto vaga, tale da far sussurrare al giornalista italico, mediamente incolto, e lui chi è? Quando, un paio di mesi dopo, come è prassi, il vincitore del Nobel fece il viaggio in Scandinavia, scandendo il discorso di accettazione (che leggete qui), tutti capirono di essere di fronte a un bel tipo – Le Clézio ha la patente bellezza di un attore – e a un grande scrittore. Il discorso di accettazione del Nobel, intitolato Nella foresta dei paradossi, parte subito dalla domanda determinante: “Perché scriviamo? Credo che ognuno abbia la propria risposta per questa semplice domanda. Ci sono le predisposizioni personali, l’ambiente, le circostanze. C’è una mancanza. Se scriviamo, non stiamo agendo. Ciò significa che abbiamo una qualche difficoltà di fronte al mondo, che reagiamo in un certo modo, ponendo una distanza, un tempo per pensare”. Conciso, essenziale, poetico. In Francia, in realtà, Le Clézio era una leggenda da tempo. Esordio fulminante, a 23 anni, nel 1963, con Il verbale, redatto sotto l’ala del Nouveau Roman e subito acclamato come un specie di reincarnazione – differita, enigmatica – di Camus, Le Clézio, adorato da Michel Foucault e da Gilles Deleuze, sceglie di complicarsi la vita. Discepolo della tradizione ‘lisergica’ della letteratura francese – ha studiato a lungo Lautréamont, Antonin Artaud, Henri Michaux – esplora paesi al di là del noto, di cui difende l’identità contro il culturame imperante. Perciò: viaggia in Thailandia, vive tra etnie minoritarie nello Yucatan, traduce i miti dei Maya, studia lo sciamanesimo coreano, s’immerge nei deserti. Scrittore lirico e complesso, atipico, che non cede nulla all’‘intrattenimento’, Le Clézio è un guru nel suo paese ma è editorialmente trattato come un autore di terzo piano in Italia, dove funziona Stella errante soltanto perché dettaglia – così la nota informativa italiana – “cosa significhi essere ebrei in tempo di guerra” – e la biografia di Diego Rivera e Frida Khalo (entrambi i libri sono editi da il Saggiatore). Neppure il Nobel è riuscito a far ‘passare’ Le Clézio da noi, oggetto d’attenzione, almeno, di piccoli, tenaci editori: il suo libro più bello, comunque, è Deserto, in catalogo Rizzoli. La bella notizia, per i lettori buoni&giusti, è che Gallimard ha appena pubblicato l’ultimo libro di Le Clézio, nove anni dopo l’ultimo. Il romanzo ha un titolo ‘parlante’: Alma (pp.352, euro 21,00) è il nome di un antico possedimento della famiglia di Jérémie Felsen, alle Mauritius; ma è anche, ovviamente, l’‘anima’. Il viaggio di Felsen nei recessi delle origini, alla ricerca del ‘dodo’, il Raphus cucullatus, estinto dopo la distruzione, da parte dei coloni d’Occidente, del suo habitat, è, in realtà, il viaggio a ritroso di Le Clézio, che è nato a Nizza nel 1940, ma vanta antenati delle Mauritius. Il tema sotterraneo del romanzo, è proprio l’estinzione. L’estinzione delle proprie origini, l’estinzione della memoria, delle parole. AlmaIl libro si apre con una domanda, a far fiorire l’enigma – “Che cos’è una famiglia, una stirpe? Sono cose reali? Sono in me dall’infanzia, questi volti, fluttuano come falene che appaiono per poi svanire, nomi gettati lì in una conversazione casuale…” – procede sfogliando un archivio, da dove sgorgano – con pagine che ricordano William Faulkner – con sgomento, legioni di nomi. “I nomi sorgono, muoiono, formano una volta sonora sopra di me, alcune sillabe strappate dalle pagine di un catalogo, altre dalle lastre di un cimitero”. “La scomparsa degli archivi è un dramma per le vecchie isole ‘dello zucchero’. Questa estinzione dei documenti è stato un gesto consapevole? Difficile dirlo; è certo, però, che i regimi che si sono succeduti sull’isola hanno avuto tra i loro scopi quello di squalificare e disintegrare la memoria, perché la Storia mette in difficoltà”, ha detto Le Clézio. “La colonia ha sradicato sistematicamente la memoria della schiavitù, ad esempio, cancellando i nomi e le origini dei popoli trapiantati a forza… ha creato identità fittizie e appartenenze di seconda classe”. Storia di esasperazione e di gioia, di estinzione e di rinascita. Sotto l’ala del dodo. “Il mito dei creoli indolenti, sensuali, viene venduta da decenni ai turisti, compresi i turisti sessuali, i turisti pedofili. In realtà, l’altro lato dell’isola è fatto di sopraffazioni e di violenze, temprate da secoli di ingiustizia, dove la rovina di alcuni coincideva con il guadagno di altri. In questo tempo, votato al profitto, il denaro ha squassato l’isola, lacerando la sua identità, i miti, i valori morali. Il dodo, a lungo il monarca assoluto alle Mauritius, è il simbolo di questo cambiamento: sembra uno scherzo della natura, lo hanno condannato a scomparire”. Lirismo e indignazione sono il carisma di Le Clézio, anche in questa catabasi nella propria anima. Speriamo che il libro trovi presto un editore in Italia.

 

Giovanni Zimisce