Come prima cosa, bisogna evitare di sentire i discorsi per il defunto quando il corpo è ancora caldo. Fioccano i ritratti di le Carré, “il giallista” secondo alcuni, “lo 007 della scrittura” a detta di altri. A sentire il giudizio di una spia che mi voleva bene, le Carré era il classico inglese uscito dalle scuole privilegiate con una percentuale di “tara” ereditaria – il padre era un commerciante d’armi tra centro America ed Europa nel secondo dopoguerra, e il figliolo all’epoca non poteva intendere né volere. Aggiungeva del veleno, quella spia, dicendo che le Carré andava bene fin quando non faceva il vegetariano di sinistra.

Invece qui sta il bello: arrivati a un certo punto, quando cadono i muri a Berlino, il mercato impazzisce perché finalmente è libero, si arriva al bel mondo ipocrita che abbiamo sotto gli occhi. E i romanzi di le Carré negli ultimi venti-trent’anni, per tenersi larghi, non ti mostravano più un taglio netto tra bene e male, giusto e sbagliato e tutta quella vecchia storia che ci raccontava la maestra d’asilo.

Il mondo è crudele, e va bene. Invecchiando si diventa cinici, anche questo lo accettiamo di buon grado. Ma cosa ha spinto le Carré sulla strada della contestazione globale, cosa l’ha trasformato in un perenne critico delle multinazionali? Il mondo così come l’abbiamo sotto gli occhi.

Perciò, evitando di leggere tutti i commentari, i profili, le rievocazioni aneddotiche e i bla-bla fatti col senno di poi, ho preso in mano una pubblicazione per uso esterno della CIA, diciamo una roba da circolo ufficiali. La leggete qui.

Interessante la nota finale: “Oggi 84enne, il nostro ammette di aver messo sul tavolo il suo ultimo romanzo – si dice che sia basato su un racconto breve di Conrad, uno dei suoi scrittori preferiti”. Il fascicolo era del marzo 2017 e il romanzo, Agente sul campo, è uscito puntuale poco più di un anno fa. Il raccontino di Conrad che sta come sottinteso è, ritengo, L’informatore. Proprio come Conrad a fine Ottocento fiutava il marcio alla base della società vittoriana, le Carrè nella seconda fase della sua carriera sentiva puzza di bruciato ogni volta che sentiva parlare di Inc. & corporations. Il paragone regge, l’unica differenza è che Conrad non fu benedetto dal successo commerciale come invece le Carré: dopo i racconti esotici, si diede alla critica dell’esistente, che a quanto pare è lo sport della vecchiaia cinica. Fu così che scrisse L’informatore, L’agente segreto, La freccia d’oro e simili.

Le Carré allo stesso modo dopo le escursioni esotiche nella Germania tagliata in due dalla Guerra Fredda cominciò a puntare il mirino sulle multinazionali del pharma e sulle onlus o come altrimenti si chiamano. I romanzi furono così i vari Single & Single, Il giardiniere tenace, Una verità delicata.

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Ora, a freddo, ripenso a le Carré. A quel vento gelido che percorre la schiena di tutti i suoi personaggi. Non ce n’è mai uno amabile o del tutto gradevole. Alla fine creava delle figure magari simpatiche come i protagonisti giovani di Agente sul campo (ricalcato su Leggat ne L’informatore di Conrad). Ma si trattava sempre di sciagurati idealisti, fidanzati con dottorande in legge e alla fine la coppia si trovava nel cul de sac dei terroristi che arrivavano a prenderli con le sirene spiegate di qualche organizzazione pro-bono che chiaramente era una loro partnership.

Insomma, il mondo di le Carrè era inquieto, un frutto amaro in questi nostri tempi dove invece si tende a dire bene di tutto. E le Carré riusciva a sputacchiare tutto il male possibile che covava perché si era confinato fuori dal salottino letterario vivendo con garbo discreto la sua vita privata: qualche matrimonio accumulato e una nidiata di 14 nipotini. Un uomo complesso.

Il mondo sta cambiando e lo spionaggio romanzato da Greene si inserisce fino a un certo punto in queste dinamiche. Le storie di le Carrè al contrario stanno resistendo meglio agli urti della Cina, di Facebook e Google. Il nostro mondo attraversa una notte di cui non si scorge ancora l’alba, soltanto illuminata da qualche fuoco fatuo.

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Per concludere, una parola sul predecessore più diretto di le Carré che non era precisamente Joseph Conrad ma Graham Greene. Nel 1956 era uscito per sempre dall’Inghilterra “la talpa”, Kim Philby. Il romanzo che fece esplodere le Carré uscì del 1963.

Nel 1968 Philby riuscì a far pubblicare nel Regno Unito le sue memorie di spione comunista col titolo My silent war, puntualmente recensite da Greene: “Una spia a cui sia permesso di continuare il suo lavoro senza interferenza è di gran lunga meno pericolosa di una spia che viene catturata. A volte mi piace immaginare cosa sarebbe successo se Kim Philby fosse diventato, come era in fatis, il nuovo C, Chief del Secret Service. Il genere di informazione che avrebbe avuto a disposizione difficilmente avrebbe acquisito più importanza ad occhi sovietici, anzi ne avrebbe persa: non più dettagli di brogliacci, solo appunti di vacue conferenze di alto livello. E sarebbe arrivato il momento in cui il KGB avrebbe mandato un uccellino a MI5, seguito dalla fuga di C e dalla risata del mondo intero. Quindi, siccome lo spionaggio ha preso le pieghe della guerra psicologica, è arrivato fin dentro alla letteratura”.

Siamo sulla soglia della letteratura che conta: ma lo stile è ormai cambiato. Le figure eleganti di Greene stanno per cedere il passo e dopo lo strascico dei suoi divertissement, dei suoi romanzi brevi tra anni Settanta e Ottanta, deve togliersi la corona. Ormai imperversano le bestie sornione uscite dalla penna di le Carré.

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Ripesco un messaggio che pare scritto da Greene invece era del vecchio amico Giaconi: “Quando anni fa fui ospite d’onore a una tavolata del Tiro a Segno a Roma, era tutta una compagnia di ‘colleghi’ e Maurizio Serra, io sono stato per anni professore all’Istituto Diplomatico quando lui era direttore, mi disse, leggermente meravigliato Allora anche tu sei di quelli lì… sì certo, caro Maurizio. Sapesse quanti pregano invano per avere un contrattino da poche lire, da noi! Niente. Non serve. Però abbiamo molte vie esterne, ma non si immaginerebbe mai quali…”. Fuochi d’artificio a comando. Lo stile di le Carré era sobrio da far paura, al confronto.

Avrebbe descritto più o meno così uno dei meeting tra un venticinquenne disorientato e un bolso spione in cappotto, sotto i portici di Borgo Stretto a Pisa…

Arrivò quasi puntuale per l’aperol spritz delle undici. Aveva gli occhi cerchiati e indossava uno dei suoi cappotti pesanti.

– Mi perdoni ma sono dovuto rimanere alzato sino alle quattro e mezza. Foto satellitari di basi nel sud della Cina di cui non sapevamo niente…

Ma qui si va oltre.

Andrea Bianchi