Lawrence d’Arabia & Ulisse. La più avventurosa traduzione dell’Odissea

Posted on Ottobre 17, 2020, 6:15 am
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Secondo la leggenda, Alessandro Magno, nei suoi viaggi, aveva il rotolo dell’Iliade in un forziere d’oro, trainato da cavalli finemente bardati. Ogni notte, si faceva leggere brani dal poema di Omero: si riteneva l’incarnazione di Achille, la lettura confortava la sua impresa. Penetrando l’Oriente, arrivò in Punjab: una moneta commemorativa, battuta a Babilonia, ferma Alessandro che cavalca Bucefalo, impennato, mentre disarciona, dal suo elefante da guerra, il re indiano Poro, alleato di Dario III. Diversi secoli dopo, a Miranashah, nei recessi pachistani, tra colli crudi e noia, cruenta, un uomo non diverso da Alessandro per indole, devoto alla ribellione, ai gesti che destano ammirazione e polvere, comincia a tradurre l’Odissea

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A differenza di Alessandro Magno, però, Thomas Edward Lawrence, che nel 1918 diventò – per un gioco di miraggi ed esotico hollywoodiano – ‘Lawrence d’Arabia’, voleva dissipare la grandezza che si era conquistato. Scartavetrò il suo nome – i suoi nomi: amava la gioielleria degli pseudonimi, T.E. – si affiliò prima alla Royal Tank Corps, poi rientrò nella RAF. Viveva da anonimo, preferì essere spedito nell’anonimato d’Oriente. L’uomo che aveva fatto la Storia, la rifiutava, ne abitava le propaggini oscure, convinto, forse, che il tempo è una iena, la volontà il respiro obliquo di un lebbroso. Amava l’etimo del corpo, Lawrence, il brigantaggio delle identità: per lui, la letteratura non era che rimestare le sabbie, dare adito a un suono, abito a una malinconia d’argento.

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Aveva diversi ammiratori, Lawrence. Uno di questi, Bruce Rogers, mitico tipografo americano, riuscì a stanarlo. L’abboccamento accadde tramite una amicizia comune, Ralph Heyward Isham, affascinante avventuriera in biblioteche dimenticate e cercatrice di manoscritti dispersi. “Caro amico, Bruce Rogers è stato incaricato da una società di editori di allestire una nuova traduzione dell’Odissea di Omero. Ne abbiamo parlato a cena, qualche giorno fa, e abbiamo pensato che nessun altro potrebbe essere adatto all’impresa quanto te… L’idea è produrre una nuova interpretazione dell’Odissea più che una nuova traduzione…”. È il 6 dicembre del 1927. Lawrence stava elaborando una versione ridotta dei Sette Pilastri della Saggezza, “Revolt in the Desert”; aveva appuntato la prima versione di The Mint, edito postumo, che racconta con lucidità d’acciaio la sua esperienza nella Royal Air Force; leggeva l’Anabasi di Senofonte, “È un libro vivo, affascinante, pretenziosamente semplice – mi fa compagnia: poi passerò a Erodoto e a Omero. La letteratura greca è così prossima a noi che pare una seconda pelle”. Sembra un uomo espulso dal proprio tempo, Lawrence, in effetti, idolo omerico, figura evocata da un racconto notturno, da un groviglio d’ombre: la guerra, in lui, è atto d’amore, l’intelligenza una variante della scaltrezza, il deserto lo spazio feroce dove combattere se stessi, darsi al pasto di Dio.

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La risposta di Lawrence arriva quasi un mese dopo, il 2 gennaio del 1928. Il condottiero si scherma: “Quando è arrivata la tua lettera, ho preso l’Odissea dallo scaffale – mi accompagna sempre, in ogni mio spostamento, la adoro – e ho cercato di immaginarmi mentre la traduco, in inglese. Ho il ritmo del greco tanto conficcato nella mia mente che non riuscirei a tradurre in un inglese informale, diretto, prosastico. Non sono neanche uno studioso: leggo per diletto, con un dizionario a portata di mano. Ho pensato, poi, alle traduzioni che possediamo. Non ce n’è una di prim’ordine. Butcher & Lang, troppo antica… Samuel Butler, poco degna, ma migliore… William Morris, troppo letteraria. Come potrebbe il mio lavoro essere migliore di quello di questi uomini, più grandi di me? La costruzione del libro da parte di Bruce Rogers lo renderà glorioso, così che anche una traduzione modesta passerà in cavalleria. Per anni l’ho ammirato e ho potuto perfino comprare alcuni suoi lavori: non l’ho mai incontrato, ma come sai è l’ideale per chiunque faccia dei libri”. Poi stila un codice, necessario per portare a termine il lavoro. “Permettimi di essere duro, nella speranza che questo onore troppo grande mi sia negato. Non posso rifiutare l’offerta senza porre dei termini. Questi. 1. Ho bisogno di due anni per completare la traduzione, da quando sceglierò di iniziarla; 2. Non sono in grado di tradurre come gradirebbe Omero; sarà infelice se fallisco; 3. Non posso firmare la traduzione con uno dei nomi usati finora. Il libro sarà pubblicato senza il nome del traduttore, o con uno pseudonimo usato per l’occasione; 4. Proporrò il primo libro entro sei mesi da quando ho firmato il contratto con gli editori; se non fossero soddisfatti, dopo questa preliminare lettura, acconsentirò a lasciare perdere”. Chiusura: “Il mio consiglio è che troviate un altro traduttore, migliore di me: non sono abbastanza bravo per un’opera d’arte tanto grande come l’Odissea, né per un editore come Rogers”.

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Al di là delle volute retoriche, Lawrence comincia a tradurre Omero circondato dal paesaggio pachistano. Luce famelica, bestie rade, colli calvi, nudi, come ossa di titani. “Abito in un cubo bianco di 15 piedi quadrati, con pavimento in cemento. Contro la parente, il mio tavolo coperto da tovaglia americana bianca, la macchina da scrivere, le pagine di Omero, a cui lavoro tutti i giorni”. La traduzione è un esercizio militare, qualcosa che ha a che fare con una regola.

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Il tipografo e il condottiero si conobbero a Londra, nel 1929, in estate. Lawrence continuò a tradurre in nave, sul “Rajaputana”, mentre viaggia da Bombay all’Inghilterra. “La seconda classe è comoda. Ho una cabina tutta per me, la nave è quasi vuota, passo l’intera giornata a tradurre”. È inviato alla stazione della RAF Flying Boat a Plymouth. “Lawrence è venuto a trovarmi… non è affatto una delusione, tutt’altro. È piccolo, silenzioso, quieto, estremamente modesto. Le sue lettere sono tanto interessanti che mi rammarico, ora che è tornato in Inghilterra, di non riceverne più”, scrive Rogers a un suo collaboratore.

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L’Odissea secondo T.E. Lawrence è pubblica nel 1932, sotto il progetto editoriale di Rogers. In Inghilterra il libro è stampato da Sir Emery Walker, senza il nome del traduttore, come desiderato da T.E., in un’edizione limitata di 530 copie. A New York il libro è pubblico per la Oxford University Press, in questo caso con il nome del traduttore. In America l’Odissea secondo Lawrence è un successo: “Non avremmo potuto sapere se sarebbe stato o meno un flop. Ebbene, la prima tiratura, in 3.500 copie, è esaurita dopo i primi quattro giorni, stiamo stampando la seconda, in 2.700 esemplari…”, scrive Rogers a Lawrence. Il primo anno, l’edizione americana vende 12mila copie. “Finalmente, un uomo che può far rivivere Omero, un uomo d’azione e uno studioso, che scrive in un inglese schietto, rapido, nobile”, scrive Rogers. L’edizione è un capolavoro dell’editoria inglese. Mentre Ulisse, reduce da guerre e viaggi, torna a Itaca, T.E. Lawrence tentò di dimenticare le proprie case e i propri successi, morì nel 1935, in seguito a un incidente in motocicletta. Adorava vagare nell’oceano della propria inquietudine, come l’Odisseo di Dante. L’Odissea fu la sua ultima impresa. L’anno in cui Lawrence morì, il libro stabilì un record di vendite. In Ulisse, i lettori vedevano Lawrence, volevano mangiare il suo cuore, insondabile; tra deserto e mare, in effetti, la differenza sfuma in morgane azzurre. (d.b.) 

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Diamo esempio di traduzione di alcuni brandelli dell’Odissea secondo T.E. Lawrence.

Invocazione

Divina Poesia

Dea Figlia di Zeus

Sostieni me e il canto

Dell’uomo dalla mente molteplice

Che ha predato

La città sacra di Troia

E vagò randagio

Per le coste degli uomini

Valutando il bene e il male

Mentre il suo cuore

Chiglia lungo il mare

Scosso dall’agonia di chi cerca redenzione

Conduce l’impresa alla salvezza

Vana speranza

Salvare i compagni – naufraghi

Nella follia

Ammazzarono per fame

Le bestie sacre al Sole

E fu obliato il giorno del ritorno

Rendi viva questa storia

In ogni suo meandro

O Musa

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Libro I

Tutti gli altri guerrieri, scampati dalla rovina per mare o dalla battaglia, erano a casa, salvi. Soltanto Odisseo era ancora lì, rinchiuso, nelle labirintiche caverne di Calipso, ninfa e autentica dea. Lei lo desiderava come compagno del proprio talamo; lui desiderava la casa, la moglie. In verità, il rollio delle stagioni aveva finalmente partorito l’anno che gli dèi avevano stabilito per il suo ritorno a Itaca; ma nemmeno tra le cose amate sarebbe sfuggito da altre lotte, quell’uomo. Eppure, con il passare del tempo, gli dèi avevano imparato ad avere pietà di Odisseo – tutti, tranne Poseidone, la cui inimicizia era fissa, fitta, sempre, fino a quando non fosse approdato a casa. Poseidone, tuttavia, per il momento, era lontano, tra gli Etiopi, l’ultima razza umana, dispersa ai confini del mondo: alcuni di loro possono vedere il Dio Sole che sorge, altri che fugge, calando. Poseidone era là: sperava in fausti olocausti di tori e arieti, a centinaia; festeggiava mentre gli dèi si erano riuniti in Olimpo nelle sale di Zeus. A loro il padre degli dèi e degli uomini prese a parlare, il suo petto brulicava di pensieri intorno al grande Egisto, che il famoso Oreste, figlio di Agamennone, aveva ucciso. “Mi irrita vedere quanto sono vili queste creature di un giorno che ci accusano dei mali di cui è colpevole soltanto il loro eccesso, la loro sfrenatezza. Egisto sapeva di andare incontro alla rovina unendosi alla legittima sposa dell’Atride, scegliendo di ammazzarlo. Non lo abbiamo forse avvertito per bocca di Hermes di non uccidere Agamennone, di non ardere dal desiderio di quella donna? La morte del padre sarà sanata dal figlio, Oreste, quando sarà cresciuto e sognerà del suo paese natale. Così disse Hermes, ma nemmeno queste parole amichevoli sono riuscite a trattenere Egisto, che ora ha pagato la sua pena”.  

*In copertina: John William Waterhouse, “Ulisse e le Sirene”, 1891