“L’autunnarsi delle parole di troppo”: discorso intorno all’arte del frammento, un millimetro sottratto al buio

Posted on Marzo 07, 2019, 2:00 pm
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“Il pensiero spezzato, frammentario, ha tutta l’incongruenza della vita, mentre l’altro, quello coerente, non acconsentirebbe mai a riflettere la vita, e ancor meno a scendere a patti con lei”. Cioran

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Il frammento è l’autunnarsi delle parole di troppo, dell’inflazione verbale. È il porsi al di là di ogni eloquenza, una compatta solitudine, e un’offerta al vento. È il nulla del mondo intagliato dalle macchie di china, un millimetro sottratto al buio, manciate di ossigeno puro per voltare le spalle alla confortante dimora delle parole. È rompere con la tirannia del discorso, con la vanità della scrittura, per dare l’ultima parola all’enigma del silenzio, a una stretta sovrana.

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Eppure, avere il culto del frammento significa già esserne esclusi, per ciò che più conta. Sedotti, non vi appartiene, non lo respirate. Lo praticate soltanto. È già cosa del: “massima potenza nel minimo volume”, un abuso di consapevolezza letteraria, un genere erudito, una tradizione dotta o una sterile miniatura di universi che rubano alla terra il suo essere terra, e il cuore che sprofonda nella Mente. È ludismo che dissacra e scippa profondità, il frutto compiaciuto di un flâneur intellettuale che fa l’effetto di uno specialista di enigmistica o un cabalista; che nel fare della bile uno stile, ricorre all’aforisma, alla sentenza, alla massima, alla riflessione o all’epigramma per giudicare gli altri e il mondo attraverso lo sfoggio di eleganza; con uno sforzo eccessivo, ricercato e voluto, di sottigliezza… equazione pletorica, esercizio di chiasmi, dominio dell’idealmente convenuto.

Dove regna il lavoro moderno, un frammento manovale, manca un reale rivelato!

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Si narra che l’aforisma sia il “fossile di una lacrima”; ma se le schegge di un pensiero diventano un fossile solo quando ormai sono letteratura priva di qualsiasi estensione extra letteraria, inutile evocare la geologia quando questa non vi ha più posto; sarebbe come confondere l’astrologia con l’astronomia, o l’eco della physis racchiusa in un cristallo con i giardini di Le Nôtre, più figli della geometria che della terra. E là dove troviamo la riflessione sul chiasmo, si annida l’apoteosi dell’innaturalezza!

Negare alla santa concisione lo statuto di evento, il prestigio dell’intuizione rispetto alla logica, il rango assoluto di una disposizione innata che non ‘gioca’ alla brevità ma esprime un’intima necessità, quasi il flusso rappreso di una turba organica o il paradosso verbale della fisiologia, è vile. La parola viva evoca sempre l’asemantico e il preverbale, un non luogo che uno scrittore, un innamorato delle parole, non coglie mai fino in fondo, confinato com’è in una dimensione dove i veleni immediati mutano in “valore di scambio intellettuale, vaneggiamento cosmogonico del vocabolario”.

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Immaginate un frammento capace di dire ciò che si ha da dire fino a vedere le prime crepe nelle parole, nell’esercizio di stile, per far balenare un minimo di equivoco e di debolezza profondi: “Quel che uno è comincia a rivelarsi quando il suo talento scema – quando egli cessa di mostrare ciò che può. Il talento è anche un ornamento; un ornamento è anche un mezzo per nascondersi”. Nietzsche

Luca Orlandini