“Manifesto per la liberazione dell’uomo”: Laura De Luca prende posizione in difesa del maschio, contro gli estremismi del nuovo femminismo. “Perché dovrebbe inibirci la meraviglia?”

Posted on Dicembre 09, 2019, 9:30 am
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Non tutte le donne vengono per nuocere. Quelle che non sono femministe di sicuro ci fanno solo del bene e ci aiutano a riconciliarci con un mondo che sembra nutrire sempre più astio nei confronti dell’uomo, per il mero fatto che esiste e risulta essere portatore sano di pene. Ogni giorno è uno stillicidio e un diluvio delirante di accuse infondate in cui i maschi vengono sovente equiparati a patriarchi dalle mafiose tendenze, desiderosi unicamente di sottomettere, malmenare e uccidere femmine, quasi che il nuovo sport nazionale fosse il femminicidio in luogo del calcio.

Per fortuna, alcune donne si sottraggono di loro spontanea volontà a questo gioco al massacro, in cui ogni scusa è buona per darci addosso. Prevalentemente, inutile sottolinearlo, appartengono a un’area politica becera, secondo i canoni del pensiero unico, o scrivono sui giornali sbagliati – non certo su quelli che campano demonizzando l’uomo. Qui su Pangea abbiamo già avuto l’occasione di intervistare Laura Tecce, uscita per la collana Fuori dal Coro di “Il Giornale” con Femministe 2.0. Questa volta abbiamo invece voluto sentire Laura De Luca che, sempre per lo stesso quotidiano, pubblica Manifesto per la liberazione dell’uomo (Scritto da una donna), un testo coraggioso, in cui la giornalista in questione aspira niente meno che a salvarci dalla stupidità di un certo femminismo attuale, svelandone l’idiozia sottesa alla sua visione dell’uomo e della donna. Che dire? Grazie infinite Laura.

Laura, perché hai sentito la necessità di scrivere un manifesto per la liberazione dell’uomo e, soprattutto, da che cosa vorresti aiutarlo a liberarsi?

Perché sento da decenni una propaganda demagogica che esaspera temi come la violenza contro le donne o le discriminazioni di genere, inducendo la gente a non pensare più, a non porsi più domande, ad adagiarsi su luoghi comuni e a vedere il mondo diviso tra buoni e cattivi, a incoronare alcuni (alcune) sempre e comunque come vittime, bollando altri come persecutori a prescindere. Io, invece, sospetto di malafede tanti maestri di pensiero che si fanno paladini e garanti di diritti, guardandosi bene dal richiamare ai doveri. Per questo vorrei aiutare l’uomo – ma anche la donna – a liberarsi da queste pastoie conformistiche che hanno tutta l’aria di strumentalizzazioni politiche. E poi non ne posso più di queste opinioniste imbufalite nostalgiche di rivendicazioni femministe fuori tempo massimo: come donna me ne vergogno, ci fanno apparire tutte stupide, ottuse, manovrabili, soldatini di una dittatura mascherata da democrazia. Non si ottiene rispetto in forza delle leggi, è una questione di civiltà, di educazione, di rispetto dei ruoli, anche se questo è un discorso molto impopolare. Ma essere liberi non significa poter agire arbitrariamente senza pensare alle conseguenze, a ciò che un esercizio indiscriminato e assoluto delle nostre esigenze individuali può provocare sul resto della collettività. Va detto anche questo, che essere donne non può comportare una libertà assoluta in forza del sesso o come dovuto risarcimento di soprusi passati.

Tu giustamente sottolinei come non vi sia alcun tipo di ideologia alla base di certe violenze. Insomma, un femminicida non ha nessun fondamento teorico che ne giustifichi i gesti. Eppure, le femministe parlano di una cultura patriarcale. Francamente non ho mai capito a quale antropologia facciano riferimento, né ho mai sentito qualcuno giustificare la violenza o anche solo la sottomissione femminile. A cosa si riferiscono secondo te, a qualcosa di realmente esistente o a un fantasma persecutorio che esiste solo nella loro mente?

Credo la seconda, perché è più comodo sentirsi vittime e molto vantaggioso fare in modo che altri si sentano tali, per avviare campagne e battaglie in loro difesa e farsene appunto paladini titolati a basso costo, in nome di ovvietà. ‘Femminicidio’ è un’invenzione mediatica per meglio strutturare una battaglia in molti casi pretestuosa. Il genocidio degli ebrei era sorretto dal nazismo. Quello degli armeni trovava giustificazione nella politica dell’impero ottomano. Quale ideologia sarebbe sottesa al femminicidio? Chi potrebbe sostenere che si vogliano sistematicamente sterminare tutte le donne? Piuttosto: accanto a uomini che uccidono o sfregiano o violentano donne, non esistono forse donne che uccidono, sfregiano, torturano e violentano i loro compagni e perfino i loro figli? Parliamo semmai di casi isolati sempre meno isolati e chiediamoci i motivi di questa escalation generalizzata. Io non nego affatto che vi sia stata per secoli una cultura patriarcale, ma anche in questo caso nessun sociologo o nessuno storico se ne è mai chiesto il perché: la maggioranza continua a vedervi solo il gusto sadico del maschio di schiacciare la femmina, e dunque lo spunto per pretendere un riscatto planetario e capovolgere i ruoli, rivendicando con violenza ciò che non sarebbe rivendicabile neppure con educazione, cioè la parità. Ma la parità assoluta non esiste, non può esistere. Chi si riempie la bocca con certi discorsi lo sa bene, diversamente non avrebbe più nulla per cui combattere.

Ci sono molte affermazioni nel tuo testo che sono veri e propri azzardi – insomma, se certe frasi le avesse messe su carta un uomo, avrebbe rischiato il linciaggio mediatico e forse anche fisico. Penso per esempio a “L’uomo ha diritto di sapere che una donna ha sempre propositi seduttivi, in un modo o nell’altro. Ciò non dipende dalla malizia, ma dalla biologia e da automatici e istintivi scopi riproduttivi. Spesso avviene inconsapevolmente, tranne che per alcune donne particolarmente avvertite che sanno perfettamente di voler essere attraenti anche quando pubblicamente lo negano o quando pensano sinceramente di non pensarci affatto mentre parlano di politica o di astrofisica”. Laura, perché non siamo più liberi di dire quello che pensiamo e ancora di più se quello che pensiamo potrebbe urtare una certa sensibilità femminile-femminista?

Le mie affermazioni sono volutamente provocatorie, vedi sopra. Non siamo più liberi di dire quello che pensiamo perché a volte non siamo più liberi neppure di pensare, di distinguere un pensiero da un condizionamento, perché siamo vittime del pensiero unico espressione di una democrazia contraffatta. Per la stessa ragione per cui se dai del maleducato a un nero maleducato vieni bollato come razzista. Vuol dire che il razzismo è dentro chi si scandalizza, vuol dire che il maschilismo è dentro chi si picca di voler difendere le donne, che il maschilismo è dentro le donne stesse! Se fossimo tutti davvero consapevoli delle differenze e non ne avessimo paura, se fossimo capaci di accettarle serenamente per ciò che sono, non avremmo bisogno di leggi per ricordarci che le differenze non devono esistere, quando è la natura stessa a mettercele continuamente sotto il naso. Non sono sempre gli stessi maestri di pensiero che si eccitano di fronte alla tutela delle biodiversità? E perché non dovrebbero esistere biodiversità umane, di genere? Il tabù della differenza, l’orrore per la differenza è un indizio molto sospetto. Io non mi sento offesa se un uomo mi guarda ‘apprezzando’ la mia differenza da lui. È da quando siamo bambini che guardiamo con ‘avidità’ tutto ciò che non ci assomiglia. Perché dovrebbe inibirci la meraviglia? La meraviglia nasce da ciò che è diverso. Perché allora dobbiamo pretendere che sia uguale, che tutto sia trattato, guardato, vissuto allo stesso modo? Il pensiero unico cerca di convincerci che anche il mondo è unico, ovvero uniforme… Per favore, non diventiamo ottusi garantisti di una impossibile identità. Restiamo diversi, ma diversi davvero.

Tu scrivi che l’ignoranza per cui alcuni uomini uccidono, causano danno, o comunque discriminano le donne non può essere combattuta a suon di leggi. Similmente ritengo che non bastino cortei o manifestazioni – anzi, direi che sono proprio ridicoli. Un assassino non muta di sicuro il suo proposito in ragione del fatto che un certo numero di persone sia sceso in strada. Perché allora tutto questo fermento legislativo e tutte queste passeggiate antiviolenza?

Per mettersi in pace la coscienza? Per mimare una battaglia politica e ottenere voti? Per passare il tempo? Per darsi un tono? Per sfruttare la frustrazione di certe poverette poco avvertite? Per lasciare tante di loro nell’incoscienza piuttosto che educarle a educare i loro compagni? Per non voler affrontare il problema da un punto di vista ben più impegnativo e difficile, ovvero quello dell’educazione al rispetto dell’altro e al riconoscimento delle differenze, fin dalla scuola elementare?

“L’uomo ha diritto di continuare a sbirciare gambe, sederi, tette. Di provarci in ascensore o al lavoro, magari sbagliando nell’interpretare un’occhiata di assenso o di intesa, senza per questo dover finire processato per atti di violenza. Per difendersi in molti casi basta alle donne un rifiuto fermo. Ve ne sono infiniti a disposizione delle prede non consenzienti, fino al liberatorio vaffanculo. Da questo gioco delle parti serenamente accettato per quello che è e non presentato ogni volta come una barbara manifestazione di oppressione universale del forte sul debole deriva l’equilibrio e anche la salute mentale di una società. Come è possibile che nessuno lo capisca?”: già, bella domanda! Solo una donna può chiarircelo. Perché non lo capiscono? Non sarà che ad alcune conviene far finta di non comprendere?

Credo proprio di sì. Il vittimismo frutta sempre. Tanto più se sei vittima a causa del tuo fascino, dell’attrattiva che eserciti su un altro fino a scatenare i suoi più bassi istinti. Far finta di non capire, scandalizzarsi, è un modo astuto, forse inconscio, di continuare a esibire questo fascino ma in modo più aderente ai mutati costumi. Un tempo le donne erano più schiette nel desiderare e provocare attenzioni maschili, semplicemente sentendosi attraenti. Oggi il percorso è di necessità più contorto. Cozzano tra di loro l’emancipazione e la biologia. Dopo il decennio delle assatanate (“l’utero è mio e lo gestisco io”), oggi sedurre un uomo potrebbe apparire contraddittorio, a parte il fatto che è diventata un’impresa, perché molti uomini si sono impauriti, e non è un luogo comune (“Davvero io se fossi un uomo avrei paura delle donne, e ci sono alcuni che non entrano nemmeno più in un ascensore se c’è una donna sola, per timore di essere accusati di violenza”). E allora molte di loro sbandierano un’aggressione anche semplicemente galante gloriandosene come di una ferita di guerra. Non potendo più gongolare di un semplice e genuino complimento, finiscono per farne un atto persecutorio, un atto di lesa maestà femminile. Ho il sospetto che sia solo un altro modo di reclamare attenzione da parte maschile e da parte femminile.

Eppure tu dici che una forma di discriminazione nei confronti della donna esiste ancora e arriva proprio dalla parte più progressista. Consiste nel ritenere, grazie alle varie fecondazioni possibili e agli uteri in affitto, la presenza della donna, il fare coppia, come secondario. Ci potresti spiegare meglio questo concetto?

Tutti, uomini e donne, hanno gridato allo scandalo della donna oggetto, del corpo femminile mercificato sulle strade, sui giornali o nei film porno etc. Nessuno, particolarmente fra i maestri di pensiero più progressisti e ‘bacchettoni’ in tal senso, si scandalizza delle fattrici che danno i loro uteri in affitto o delle donatrici di ovuli. In questo caso non c’è mercimonio? Solo perché queste signore non sono vistosamente esposte in cartelloni pubblicitari o su schermi cinematografici, ma al contrario agiscono nell’anonimato, non sarebbero altrettanto mercificate? O dovremmo piuttosto pensare che in questo caso la compravendita del corpo femminile sia tacitamente accettata perché sostiene discutibili progetti di sostituirsi a Dio (o alla Natura) nella fabbricazione di figli a nostro piacimento? Perché ci aiuta nell’esercizio indiscriminato dei nostri diritti (o meglio delle nostre pretese) in barba al corrispondente rispetto di altrettanti doveri? Dobbiamo meditare: su questa pantomima fra i generi, si gioca una partita delicatissima, quella fra pubblico e privato, erodendo sempre più il secondo a vantaggio del primo. E non so se sia un bene.

Matteo Fais

* LAURA DE LUCA, giornalista professionista, autrice radiofonica, conduttrice, produttrice, regista, è caporedattrice alla Radio Vaticana per il settore cultura. Ha curato antologie di testi radiofonici, raccolte poetiche, realizzato spettacoli teatrali, pubblicato diversi saggi. Fra questi ultimi, “La radio disegnata – Ipotesi per una filosofia dell’ascolto” (Mimesis, 2017), “Domande impossibili. Una al giorno per cristiani pensanti” (Libreria Editrice Vaticana, 2018) e “Piedi. Pensieri per un feticista” (Fefè, 2018).

**In copertina: John Singer Sargent, “Repose”, 1911