“Mi pare che sia particolarmente degna del nostro amore”. Tommaso Landolfi studioso di Anna Achmatova

Posted on Ottobre 14, 2020, 5:15 am
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Tommaso Landolfi si laurea a Firenze, nel 1932, con una tesi su Anna Achmatova. In Italia, è quello il primo studio organico – di cui lui esalta, va da sé, “il carattere di inorganicità” – sulla poesia di AA, tanto che sarà pubblicato, ridotto, in tre puntate, tra il 1934 e il 1935, su “L’Europa Orientale”, Rivista storica e politica diretta da Amedeo Giannini e Ettore Lo Gatto come Contributi ad uno studio della poesia di Anna Ahmatova (sic). Nonostante la tesi non sia priva di esercizi di traduzioni a cura dell’autore, Landolfi, grande traduttore dal russo, non si occuperà mai più delle poesie della Achmatova. Iniziato alla letteratura – nel 1937 stampa Dialogo dei massimi sistemi; due anni dopo Vallecchi edita La pietra lunare –, fa scelte a lui più congeniali, per così dire: traduce i Racconti di Pietroburgo di Gogol’, i Ricordi del sottosuolo di Dostoevskij, Ivan Bunin, Cechov, Nikolaj Leskov. Eppure, si getta in autori – Aleksandr Puškin, soprattutto, ma anche Tolstoj e Fëdor Tjutčev – che hanno avuto qualche affinità nella crescita lirica della Achmatova. No, Landolfi serra il suo interesse per la Achmatova in quel lavoro primitivo, originario, riuscito: “nel 1964, quando Achmatova viene in Italia a ritirare il premio Etna-Taormina, nel generale clima di speranza suscitato dal disgelo e quando in patria pur fra i mille sospetti è ormai trattata come una gloria nazionale, può destare sorpresa che Landolfi non abbia la minima reazione. Non ne scrive sul «Corriere della Sera» a cui collaborava e neppure sul diario che teneva in quel periodo con cadenza quasi quotidiana. Sembra quasi che non lo sappia, anche se è difficile crederlo seriamente” (così Giovanni Maccari).

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Nel 1932 Anna Achmatova era poetessa al passato e al passivo, che qualcuno avrebbe voluto cacciare via, deformata, a calci sul viso, dalle ragioni della Storia. Era stata, effettivamente, con Sera (1912), e poi, per fragore, con Rosario (1914), Stormo bianco (1917) e Piantaggine (1921), la superstar della lirica russa, “Si recitavano i suoi versi alle serate provinciali. I pittori facevano il suo ritratto, e ognuno conosceva il suo viso, i suoi occhi, la sua frangetta, il suo scialle che Blok e Mandel’stam avevano cantato. Si amava come lei, si sentiva come lei. Se in un boudoir c’era un solo libro posato sulla tavola centrale, si poteva essere sicuri che era il Rosario” (così Vladimir Pozner citato da Landolfi). “È il poeta di tutti i sottintesi, di tutti i sottili rapporti – sottili ed elementari nello stesso tempo – di tutti gli avvicinamenti e le risonanze interiori, e di tutte le cose note universalmente”, scrive Landolfi, “in una atmosfera di sommissione e di irrimediabilità che li scolora… e li allontana”. Secondo Angelo Maria Ripellino, “L’Achmatova scriveva brevi poesie di tre o quattro quartine, raramente di cinque: poesie d’amore concepite come rapidi abbozzi di novelle, come miniature psicologiche… Tramate di contrasti e di paradossi, le liriche si susseguono come il trepido diario di un’anima capricciosa e appassionata che esprime con coraggio insolito le proprie emozioni”. La Achmatova trovò attenzione in Italia ma non lettori particolarmente attenti, almeno al principio: nel 1951 Edizioni Fussi/Sansoni stampa una raccolta di Poesie a cura di Dan Danino di Sarra, cui seguiranno quella per Guanda (1962) a cura di Bruno Carnevali e per Einaudi a cura di Carlo Riccio (1966). Quando se ne occupa Landolfi, la Achmatova aveva subito la fucilazione del primo marito, Nikolaj Gumilëv, nel 1921; nel 1938 avrebbero arrestato il figlio Lev. Negli anni Trenta, semplicemente, le fu impedito pubblicare. “L’Achmatova conobbe dunque la popolarità e fu ampiamente discussa e studiata. Ma, ignoro per quali precise ragioni (probabilmente politiche), dopo l’avvento del regime bolscevico, come la Poetessa tace da lungo tempo, salvo rare eccezioni, anche la critica militante sul suo conto”, scrive Landolfi, con sinistra ironia.

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Nel lavoro critico, Landolfi cita “le traduzioni poetiche in italiano di Renato Poggioli”, pubblicate nel 1929 sulla “Rivista di letterature slave”. Spesso, però, è Landolfi a tradurre la Achmatova. Ne viene fuori, così, spigolando dal testo, una specie di silloge di AA secondo il gergo del giovane Landolfi.

Tu non mi sei stato promesso né dalla vita né da Dio

E neppure dal mio segreto presentimento

Perché di notte davanti alla oscura soglia

Indugi come tormentato dalla felicità?

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Tu sei ancora con me, insonnia!

Il tuo immobile viso riconosco.

Che, bellezza, che, fuori-legge,

Forse io canto male per te?

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E non è simile ad un volo

Questa lenta passeggiata

Come se sotto i piedi avessi una zattera

E non i quadratini del parchè

E la pallida bocca è leggermente schiusa

È diseguale la difficile respirazione

E sul mio petto tremano

I fiori del convegno che non ha avuto luogo.

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Landolfi si trova meglio quando AA agisce “con una immagine violentissima e potentissima, e con un ritmo maestoso e vasto, cosmico e indiscutibile”; in questo caso, ad esempio: “L’autunno che-ha-gli-occhi-rossi-per-lungo-piangere come una vedova/ in nere vesti tutti i cuori annebbia… ma non la smetterà di singhiozzare”. Qui l’audacia della Achmatova – forgiare parole nuove per un sentimento inaudito – è gemella alla ricerca verbale di Landolfi che fu, tra l’altro, poeta remoto, antimoderno, aristocratico al secolo (le raccolte, tarde, Viola di morte, 1972, e Il tradimento, 1977).

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In due momenti Landolfi, col passo da narratore, ‘ferma’ la Achmatova. “Così la Achmatova ci appare sempre quale la si vede nel disegno di Annenkov – con quella piega amara del volto e quelle sopracciglia rigettate un po’ indietro come nell’imminenza di una pena: colla irrimediabile mancanza di qualche cosa. Una fragile donna nelle cui mani ‘tremano i fiori del convegno che non ha avuto luogo’”. E poi qui, a conclusione del lavoro: “Questa piccola donna grondante di umanità – non regina e neppure monaca – questa piccola peccatrice che non andrà in paradiso, questo poeta che non sbeffeggia mai e mai si permette la più piccola ironia, il cantore del frustino e dei guanti dimenticati, la donna che si tormenta perché ‘c’è nella vicinanza degli uomini una linea segreta che non si può oltrepassare’, questa danzatrice di corda che porta ‘gli stracci dell’orfanezza come ornamenti sponsali’ – Anna Ahmatova infine, mi pare che sia particolarmente degna del nostro rispetto e del nostro amore”. È particolare che il nostro scrittore più notturno, sonnambulo alle mode, inattaccabile dal canone, rapace carnivoro, abbia cominciato studiando l’opera della poetessa che dell’amore ha detto l’ombra, della Storia il plenilunio, del dolore il cuore, un’etica intrisa di rovi, di occhi. (d.b.)

*In copertina: Anna Achmatova secondo Kuzma Petrov-Vodkin, 1922