L’Alfabeto degli scrittori dimenticati (ultima parte). Ovvero: perché i grandi editori si affannano a pubblicare cretinate?

Posted on Maggio 26, 2018, 6:51 am
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La fama è un pulviscolo che allenta di poco i cingoli dell’oblio. In realtà, i grandi scrittori non muoiono mai: restano sotto la superficie del lago, come draghi con la schiena irta di monete d’oro. A me piace ripescarli. Il fatto che siano dimenticati – dimentichi del regno di questo mondo – li rende più intimi, come cristalli dissepolti, e quei libri sembrano svelare il loro segreto soltanto a noi. Ad ogni modo, continuiamo il nostro gioco affettivo e provocatorio. Affettivo perché noi non ci scordiamo di chi amiamo. Provocatorio perché questo abbecedario è una granata di pomodori in faccia i grandi editori che hanno sputtanato i propri cataloghi editoriali. Sul punto, condivido una riflessione solitaria fatta un anno fa. “Perché oggi si pubblicano solo stronzate? Sono convinto, come Leopardi, che anche oggi sia possibile uno scrittore come Omero, un nuovo Virgilio, un redivivo Joyce. Il compito degli editori, oggi, è proprio quello: scoprire e pubblicare il nuovo Omero, il nuovo Joyce, il nuovo che sia meglio del vecchio, possibilmente. Invece, gli editori-transatlantico – cioè, quelli che vediamo in libreria – pubblicano solo stronzate. Non ci credete? Credetemi, infedeli. Se non mi credete, leggete. Pigliamo Mondadori, se non altro perché è l’editore più importante del Paese. Penetro, oggi, 7 aprile 2017 – ma se lo fate oggi pure voi cambia quasi nulla – nel sito Internet dell’editore più importante del Paese. Trovo: *un libro di cucina (Fatto in casa da Benedetta, da una, Benedetta, benedetta lei, “nata e cresciuta in campagna, e ci vivo ancora”, e chissenefrega); *un libro che racconta la vicenda giudiziaria di Mario Rossetti, direttore finanziario finito in carcere ingiustamente; *un libro in cui John Peter Sloan ci insegna la lingua inglese; *un libro di Raffaele Cantone che s’intitola La corruzione spuzza e parla di corruzione; un romanzo fantasy; un saggio storico su Mussolini; un libro da cui è tratta la fiction I fantasmi di Portopalo; un romanzo – finalmente – di Teresa Ciabatti, autrice portata in palmo di mano da Mondadori al Premio Strega, stregati dalla cecità estetica, una vera ciofeca, anzi, un carciofo, un romanzo inesistente, inutile. Questo è quanto di meglio offre il catalogo Mondadori, oggi, mentre scrivo. Ogni tanto, tra un libro di cucina, un saggio polemico e politico, un manuale, capita un romanzo. Brutto. Oggi, appunto, si pubblicano solo stronzate. Perché?”. Per farci crescere felici&cretini. Ora. Per evitare, come lettori, di morire sepolti sotto tonnellate di m***a, disseppelliamo i grandi di ieri.

Quiller-Couch Arthur. Genialoide prof all’Università di Cambridge, Quiller-Couch nella sua vita pubblica, al sole della civiltà inglese, era un sagace critico della letteratura. Commentò le opere di Coleridge e di Shelley, di Tennyson e di William Hazlitt, di Byron e di Dickens. Quando arrivò a quelle di Robert Louis Stevenson si fece prendere la mano: non pago di chiosare L’isola del tesoro ci mise del suo e terminò St. Ives, il romanzo incompiuto di Stevenson. A Quiller-Couch, per altro, i sudditi di Sua Maestà devono l’Oxford Book of English Verse, il massimo repertorio lirico d’Albione. Nella vita nascosta, Quiller-Couch si firmava “Q” e scriveva romanzi ‘di genere’, di successo. Un successo che arrivò perfino da noi, in Italia: La roccia del destino fu pubblicato da Mondadori, Lo scoglio del morto da Treves, La rosa e l’ancora da Rizzoli. Da solo, Quiller-Couch vale un collettivo di scrittori sotto pseudonimo, ma non ditelo ai Wu Ming, che non per caso hanno fatto successo con un romanzo che s’intitola Q.

Saint-John Perse. Premio Nobel per la letteratura nel 1960, Saint-John Perse – nome d’arte di Alexis Saint-Léger Léger – è tra i massimi poeti di ogni epoca, di certo “il più grande poeta del nostro secolo” (così Cesare Cavalleri su Avvenire, nel 1975, onorandone la morte). Già segretario generale del Ministero degli esteri francese, nel 1938 partecipò alla disastrosa Conferenza di Monaco: “mentre tutti gli astanti restavano succubi di fronte ai voleri del nazismo, solo Alexis Leger si levò in difesa del bene e della dignità dell’Europa. Hitler era infuriato di fronte alla imperturbabile ragione del cartesiano francese. Si temé che venissero alle mani” (Romeo Lucchese). In contatto con Paul Claudel e André Gide, pubblica nel 1911 il primo testo di pregio, Eloges, ma è nel 1924 che, con Anabase, scritto “in un tempio taoista, a un giorno di cavallo da Pechino”, durante la carriera come ambasciatore, che pubblica uno dei poemi vertiginosi e immortali del Novecento, insieme alla Terra desolata di Thomas S. Eliot e alle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke. Il testo sconvolge il panorama – nervoso di nevrosi e di novità – letterario europeo: viene tradotto da Giuseppe Ungaretti (“è uno dei rari esempi recenti di poesia epica”), dallo stesso Eliot (che ne parla come di un poeta che “non si inscrive in alcuna categoria, non ha in letteratura né legami né antenati”), da Walter Benjamin con la benedizione di Hugo von Hofmannsthal. Emigrato negli Stati Uniti durante l’occupazione nazista della Francia, il poeta scrive uno dei poemi più dolenti, Esilio. Cui seguirà una sequenza impressionate di opere imparagonabili, abissali, come Venti, Cronaca, Uccelli, Segnali di mare. In Italia si deve il suo approdo grazie alla dedizione di Romeo Lucchese, che negli anni Sessanta cura per Lerici le Opere poetiche di Saint-John Perse. Seguono iniziative troppo sporadiche per Se, Crocetti, Raffaelli. Pare assurdo ma in Italia è pressoché impossibile leggere il poeta che ha cantato “questa casa di vetro nelle sabbie”, “l’estate di gesso”, il “luogo fragrante e nullo come l’ossario delle stagioni”, il più vasto poeta dei secoli venuti e a venire.

Vailland Roger. Una delle esperienze più prepotenti e liberatorie dell’avanguardismo del primo Novecento fu la rivista Le Grand Jeu, che durò il getto di quattro numeri leggendari, dal 1928 al 1932, dove lo spirito surrealista si fondeva a quello mistico, la Bhagavad Gita si intingeva nell’assenzio del nonsense. A guidare quel gruppo di “angeli ingangati” – René Daumal e Roger Gilbert-Lecomte – c’era lui, Roger Vailland, eccentrico eroe delle lettere francesi. Resistente durante la Seconda guerra, militante comunista prima e poi sprezzante teorico del libertinismo, Vailland – catalogato da Gallimard tra i ‘classici’ di Francia – ha scritto romanzi sempre inclassificabili. Dal più noto, La legge (1957), storia perversa ambientata in Puglia, pubblicato in Italia da Feltrinelli, Jules Dassin ha tratto un film con Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni e Yves Montand, sceneggiato da Diego Fabbri. Di Vailland sono da menzionare, almeno, il libro d’esordio, che rivive con allucinata possanza gli anni della resistenza, Uno strano gioco, e poi Colpi pericolosi e 325.000 franchi, stampati da Einaudi e da Mondadori. Tutti libri desertificata dall’attuale attitudine alla modestia.

Warren Robert Penn. L’idiozia editoriale recente ha relegato Robert Penn Warren nel recinto di un libro, Tutti gli uomini del re, il cui successo è stato triplicato dalla pellicola di Robert Rossen del 1949, che ottenne l’Oscar come ‘miglior film’ (e che fu replicato nel 2006, in un remake stanco e nostalgico con Sean Penn, Jude Law, Anthony Hopkins e Kate Winslet). In assoluto, Robert Penn Warren è stato uno degli intellettuali più autorevoli degli Stati Uniti – insieme a John Crowe Ransom e a William Empson è il Lancillotto del ‘New Criticism’, nato in opposizione alla critica letteraria di scettro marxista – e un romanziere assai prolifico. Quando l’editoria italiana faceva il suo bel mestiere, di Warren si leggeva Alle porte del cielo (Baldini e Castoldi), e poi, per Bompiani, La banda degli angeli, La caverna, Chi parla per i negri?, Adam o della guerra civile, Il circo in soffitta, Nel vortice del tempo (per Mondadori). Più che altro, però, Warren è stato un poeta eccellente – lo diceva anche lui: “ho fatto un voto, quando viene la poesia tralascio ogni altra cosa…” – ornato da due Premi Pulitzer. Riguardo alla poetica di Warren – connessa al ‘modernismo’ di Ezra Pound e di Thomas S. Eliot – Sergio Perosa ha censito “l’ossessione per il Tempo e la Storia, l’Essere e il Divenire”, che lo colloca “sulla scia dei grandi scrittori filosofico-esistenziali della tradizione americana” (nella magistrale raccolta Racconto del tempo, edita da Einaudi nel 1971, ora introvabile). I versi di Warren sono un fiume vertiginoso, pieno di abbagli (“Di che parleremmo? I morti,/ Sanno tutto, oppure nulle, e/ Se non sanno nulla,/ Sopravvive la curiosità al lungo disfacimento?”), fanno slalom tra Tiberio a Capri (incipit micidiale: “Tutto è nulla, il nulla tutto:/ Così allo stanco Tiberio cantava molle il mare”), una poesia ipotizzata nel 1885, un’altra nel 1956, “fra il vizio e la vacuità della Storia”, l’altra ancora scritta “nella turpitudine del Tempo” e una dedicata a Jakob Böhme, il mistico tedesco del Seicento, con frasi di febbrile bellezza (“Ma se ora la Bestia venisse ritirata, la vita si ridurrebbe ancora/ All’ennui, al piacere, e al sudore di notte, conosciuti prima/ Che la necessità del vero avesse oppresso di dolore la terra e i nostri cuori,/ Lasciando nel buio, come un traccia, il terribile barlume della gioia”). Non leggere Robert Penn Warren è un suicidio intellettuale.

Xun Lu. Vociferano i cannibali. Il Diario di un pazzo (1918), violento capolavoro della letteratura cinese moderna, ovviamente assente nel nostro Belpaese dei beoti – lo mandò in libreria il micro, miracoloso editore Via del Vento – si chiude con un inclassificabile colpo di ironia cinica. “Non riesco a pensarci. Per tutti quegli anni ero vissuto in un luogo dove da quattromila anni si mangiava carne umana. Mio fratello aveva appena assunto la responsabilità della nostra casa quando era morta nostra sorella, e lui può averla usata per preparare il nostro cibo, facendocela mangiare a nostra insaputa. Potrebbe essere che, senza saperlo, io abbia mangiato alcuni pezzi della carne di mia sorella… Forse ci sono ancora dei bambini che non hanno mangiato uomini? Salvate i bambini…”. Lu Xun, studioso di letteratura occidentale, trita nello scannatoio del genio la politica e la società cinese, in cui uomo mangia uomo. Ci siamo presi una libertà semantica necessaria: in cinese ‘Lu’ è il cognome di Lu Xun – che è lo pseudonimo di Zhou Shuren. Tuttavia, Lu Xun è il simbolo evidente della vigliacca svogliatezza dell’editoria italiana attuale. Autore dall’opera decisiva – Erbe selvatiche, La vera storia di Ah Q, Errare incerto sono dei classici cinesi – sparpagliata lungo la faglia di piccoli, volenterosi editori, Lu Xun ci fa sognare una editoria avventurosa, capace di andare oltre i soliti nomi, i soliti noti. Vampirizzata dalla letteratura americana, inglese, francese, tedesca, l’editoria nostra non vola al di là della cortina d’Occidente. Vorremmo sapere chi sono i più grandi narratori vietnamiti di oggi, che romanzi si scrivono in Birmania e in Indonesia, quali poeti pubblicano in Congo, in Mali, in Kuwait. Le case editrici dovrebbero essere guidate da un Lord Jim o da un Corto Maltese, mica da astuti burocrati che non hanno mai letto un libro ma conoscono a menadito i bilanci – disastrosi, per altro.

Zeromski Stefan. Uno dei romanzi storici più possenti del Novecento s’intitola Ceneri. In molti lo avvicinano a Guerra e pace, più per ragioni cronologiche – si racconta, dal 1795 al 1812, la storia della Polonia sotto la razzia napoleonica – che estetiche. Probabilmente, per il lirismo, denso, e per il profilo estroso e astrale dei protagonisti, il romanzo si affianca a Migrazioni di Milos Crnjanski – che però è stato scritto dopo. Con le sue 730 pagine Ceneri dava lustro alla strepitosa collana dei ‘Narratori stranieri tradotti’ Einaudi. Nella fotografia d’ingresso, l’autore, Stefan Zeromski, è ritratto mentre si tortura i baffi, ha lo sguardo ombroso, inquieto, poco rassicurante. Nato nel 1864, dopo alterne vicende esistenziali – sperimentò una cupa povertà, fa un passaggio in prigione come affiliato a una organizzazione politica segreta, campa male come precettore finché gli amici non gli trovano un posto in biblioteca – Zeromski “grande nei suoi pregi e nei suoi difetti, ha lasciato su ogni creazione l’impronta del genio” fino “a diventare la guida spirituale della Polonia” (Giovanni Maver). Ceneri, su cui aleggiano immagini di muscolare bellezza, che assurgono a dignità di simbolo – gli abeti hanno “lividi tronchi che biancheggiavano nell’oscurità”, la foresta “con le sue misteriose braccia” è “genitrice, anima degli avi, sorella, amante”, il gelo si salda in “steli irrigidite, simili ad armi lavorate nel cristallo” – è un romanzo vertiginoso e nichilista, “vi ricorre come un lugubre tema dominatore della vasta sinfonia la biblica affermazione della vanità di ogni umana cosa, pulvis cinis et nihil, tutto è cenere” (Cristina Agosti Garosci), d’altronde, “la realtà si scioglie come un blocco di ghiaccio”. Il romanzo, necessario e perfino leggibile – non è il polpettone neosperimentalista scritto da un romanziere aureolato di gloria fasulla – giace nel cimitero sempre più vasto dei capolavori dimenticati. Insieme agli altri libri di Zeromski, un assoluto classico della letteratura polacca, i racconti Ci divorano i corvi e le cornacchie, i romanzi Storia di un peccato, La lotta contro Satana, Preannuncio di primavera.