L’Alfabeto degli scrittori dimenticati (prima parte: da Arfelli a Montherlant)

Posted on maggio 12, 2018, 6:10 am
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Sia chiaro, di Alfabeti simili ne potrei produrre altri dieci, cento, mille. Questo è un Alfabeto esemplare, è la prima puntata del Chi l’ha visto? dell’editoria italica. Per lo più è un monito. E un sasso in faccia. Un monito ai lettori. Cari miei, vigilate sul genio, accanitevi a cercare libri dimenticati, leggete il meglio – che, di solito, va scavato e scovato tra le catacombe. Il sasso in faccia è rivolto all’editoria italica. Perché avete dimenticato questi giganti? Perché vi ostinate a premiare le cretinate? Se gli scrittori di oggi sono incapaci, tirate fuori quelli di ieri. Così, per il benessere estetico del mio Paese, io che penso che i veri capolavori letterari sono quelli di domani, mi sono obbligato a fare il tombarolo, ho disserrato i sepolcri. Scoprendo ciò che sapevo: dalle tombe di ieri erutta profumo, dalle librerie di oggi la puzza di merda.

Avvertenza: l’Alfabeto non è alfabetico. L’ordine, cioè, non è da A a Z, lordura enciclopedica. L’ordine è di grandezze. Secondo. L’Alfabeto è parte di un saggio, che s’intitola I libri fanno schifo, che probabilmente non vedrà mai luce. Mi fa schifo.

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Arfelli Dante. Con I superflui (1949) Dante Arfelli, che all’epoca aveva 28 anni, veniva dalla provincia (Cesenatico) e aveva imparato a leggere da Marino Moretti, scrive il Gioventù bruciata all’italiana, un fenomenale, radicale romanzo ‘beat’. Il libro, tra l’altro, non è affare per bibliomani: fu un successo. Pazzesco. Tradotto negli Stati Uniti, pubblicato dall’editore di Ernest Hemingway, vende quasi un milione di copie. In Italia lo pubblica Rizzoli prima, Vallecchi e Marsilio poi. Ora è pressoché scomparso. Colpa del suo autore. Troppo austero e troppo poco gigione. Nel 1951 bissa il successo con La quinta generazione (1951). Poi si ritira da tutto e da tutti, corroso dalla nevrosi. Nel 1975 torna al mondo letterario con una raccolta di racconti, Quando c’era la pineta, pubblicata da un piccolo, storico editore di Ravenna, il Girasole. Segue un altro stop. Fino al 1993, quando Arfelli esce con il suo diario della malattia, Ahimè, povero me, per Marsilio. Scrittore intransigente, degli ultimi e della fragilità, è ornato della Legge Bacchelli nel 1992. Troppo tardi. Morirà tre anni dopo.

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Chlebnikov Velemir; Chodasevic Vladislav. Di quella schiera di poeti russi sgorgati intorno alla Rivoluzione, indimenticabili, Chlebnikov fu il più selvaggio e il più innovativo. Soltanto da uno come lui, il poeta “dalla vita povera e inquieta” che “a quel che si dice, portava una pesante pelliccia da contadino sul corpo nudo”, “sempre con la tasca vuota, sempre smanioso di progettare mirabolanti utopie” (Ripellino), potremmo ascoltare versi come questi: “In questo giorno di orsi azzurri,/ balenati lungo le placide ciglia,/ io intravedo oltre l’acqua turchina/ nella coppa degli occhi l’ordine di svegliarmi”. Di contro, la raffinata compostezza di Chodasevic affascinò Vladimir Nabokov, che fu suo allievo, e che lo riteneva il massimo poeta russo del secolo. Chodasevic, emigrato a Parigi dopo la Rivoluzione, fu, tra l’altro, il cantore, con l’impressionante Necropoli, degli artisti russi sterminati dal regime sovietico. Entrambi questi eccentrici titani della poesia occidentale sono pubblicati a casaccio, chi li conosce? Chiaro, dirà il cinico, la poesia non vende. Certo, ma vendeva assai la Poesia russa del Novecento, straordinario repertorio poetico allestito da Angelo Maria Ripellino, altrettanto straordinario studioso e poeta. Pubblicata prima da Guanda, nel 1954, poi riedita parecchie volte da Feltrinelli, oggi è scomparsa. Per alimentare la nostra ignoranza.

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Forester Cecil Scott. Si era forgiato un cognome altisonante. E già che c’era, s’invento una gloriosa quanto fittizia genealogia. Per finire, si sposò in segreto. Cecil Louis Troughton Smith, purosangue inglese, nacque al Cairo nel 1899 e fu l’autore de La Regina d’Africa (1935), romanzo d’avventura di pregio, da cui John Huston, nel 1951, trasse il film supercelebre con Humphrey Bogart (che per l’interpretazione prese l’Oscar) e Katharine Hepburn. A mettere mano alla sceneggiatura fu James Agee, straordinario scrittore statunitense; mentre il dietro le quinte del film fu raccontato da Clint Eastwood nel corrusco Cacciatore bianco, cuore nero (1990). Il romanzo, va da sé, è fuori catalogo, nonostante i libri di Forester – citiamo almeno Il generale, Il cielo e la foresta e Nelson – abbiano fatto la fortuna del catalogo storico di Mondadori. Forester, che diluì gli esotismi esistenziali di Joseph Conrad in una forma più ‘pop’, da narrativa in technicolor, è l’autore del ciclo di romanzi dedicati a Horatio Hornblower, ufficiale britannico ai tempi di Napoleone. Il ciclo funzionò così bene che Hollywood lo tradusse in pellicola, Le avventure del capitano Hornblower, il temerario (1951), con il volto carismatico di Gregory Peck.

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Jouhandeau Marcel. Che la bravura di Jouhandeau sia fragorosamente ‘diabolica’ fu chiaro perfino all’Osservatore romano, che nel 1953 osservò: “egli sa dare come pochi le polveri più aride e secche della perversità; sa distillare gli umori più dissolventi e brucianti del vizio… egli è l’alchimista del demoniaco”. Jouhandeau, scrittore sublime e moralista con i rasoi conficcati tra i denti, ha scritto il più bel romanzo sulla vita matrimoniale, una specie di diario del martirio, Cronache maritali, che per fortuna – pur con fatica – rintracciate ancora nel sottobosco delle bancarelle librarie. Il problema di Jouhandeau, tra i cinque o sei scrittori francesi del Novecento degni di essere studiati, è che “restò un isolato”, “si tenne estraneo ai movimenti letterari”, fu “propenso ad atteggiamenti nazionalistici, infine all’autoritarismo, al punto di compromettersi in senso antisemita e di rischiare un’inchiesta per collaborazionismo” (così Guido Neri, suo eccellente traduttore). Ma questi sono i pettegolezzi di una vita fa (Jouhandeau, nato nel 1888, dura quasi un secolo, morendo nel 1979). Ora resta l’opera, di marmorea bellezza, mossa da sgargianti inquietudini. E qui viene il fatto. I libri di Jouhandeau sono pubblicati – vivaddio – da Adelphi e da qualche piccolo editore. Ma sono briciole, frattaglie al cospetto di un’opera dilagante, che conta una cinquantina di romanzi e un diario oceanico (Journaliers), in 28 tomi. Oltre a un auspicio a pubblicare più – e meglio – Jouhandeau, questo è un appello affinché l’editoria italiana si doti di una autorevole collana di opere complete, sulla scia della ‘Pléiade’ Gallimard. L’analogo italiano dovrebbero essere ‘I Meridiani’ Mondadori, che al confronto sono ridicoli. In quasi tutti i tomi manca una curatela adeguata, al di là dell’egocentrica introduzione; spesso e volentieri non si è in grado di produrre l’opera omnia di un autore e si cade in paradossi disastrosi: nei ‘Meridiani’ sono inscatolate le Storie di Montalbano di Camilleri e gli Scritti di Eugenio Scalfari, ma manca – tra le tante mancanze – l’opera completa di Giovanni Pascoli o l’opera poetica di Boris Pasternak, hanno aureolato di alloro Tutte le opere di Tiziano Terzani – manco fosse Flaubert – e manca l’opera, davvero necessaria, di Anna Achmatova o di Saint-John Perse, condannandoci così a un chiassoso provincialismo.

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Lewis Wyndham. A dire di Ezra Pound, un cane da tartufo quanto a capolavori, bastavano soltanto due romanzi per capire il Novecento, il secolo delle avanguardie. Uno è l’Ulisse di James Joyce, e questo lo conoscono tutti. Il secondo è Le scimmie di Dio di Wyndham Lewis, una specie di magistrale sfottò alla civiltà occidentale – immaginate Jonathan Swift che si riempie lo stomaco di CocaCola e prende a ruttare a ruota libera nell’aula d’attesa del Louvre, giusto per farvi una idea. Pubblicato nel 1930, da noi c’è voluto un piccolo editore di Faenza, Mobydick, nel 1998, a tradurlo per gli italiani beoti. L’editore, per inciso, non stampa più, e nessuno in Italia conosce ancora Wyndham Lewis, passato nelle nostre librerie, molti anni fa, con un classico assoluto del ‘modernismo’, Tarr (stampava Feltrinelli) e con il virulento Anarchia del sesso (per Jandi Sapi). Il problema, probabilmente, è squisitamente ideologico: Lewis, infatti, romanziere rivoluzionario e artista di pregevole ferocia, creatore di riviste e di moti anarco-artistici (nel 1914, insieme a Pound, crea Blast, fanzine decisiva dell’avanguardia britannica, incubatrice di genio), era, come lo definì W. H. Auden, il “solitario vecchio vulcano della Destra”. Negli anni Trenta si complicò la fedina estetica pubblicando un saggio su Hitler, dichiarandolo “un vero democratico e moralista”; qualche anno prima aveva fondato l’ennesima rivista, The Enemy, con il sadico desiderio di far levitare la già lauta schiera di nemici. Scrisse che Joyce era “un testone vuoto”, che Thomas S. Eliot scriveva poemi che avevano una “atmosfera da pompe funebri”. Eppure, Eliot lo giudicava “la più affascinante personalità del nostro tempo” e Pound lo mette al fianco di Picasso tra le “fiamme enormi” dell’arte del futuro. Lewis era un artista pericoloso – a dire di Hemingway aveva “lo sguardo di uno stupratore incapace” – per tutta la vita cercò di distruggere tutto e tutti, se stesso e i suoi amici, in un desiderio cannibale di successo e di estinzione. Riuscì nel suo intento.

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Montherlant Henry de. Scrittore tra i sommi di Francia, capace di unire le vertigini di Pascal alle ossessioni del Marchese de Sade, Montherlant ha indagato Il caos e la notte, come s’intitola uno dei suoi romanzi maggiori – ovviamente irreperibile in Italia. “C’era il caos, che era la vita, e la notte, che era ciò che c’è prima della vita e dopo la vita”, fa dire Montherlant, accademico di Francia ostile all’accademismo, a uno di suoi tanti controeroi. Alfiere delle battaglie perse – le uniche degne di essere percorse – mattatore di tori per sport – da uno fu pure incornato – esteta, cinico individualista – “tutto l’essere umano è un ostacolo per chi tende a Dio”, scrive in Il maestro di Santiago, magniloquente opera teatrale – con la tetralogia “Les jeunes filles” (1936-1939) ha scritto – Proust permettendo – il più feroce romanzo sull’amore, centrato su quel sagace e perverso seduttore che è Pierre Costals. Dell’opera, necessaria, non ci resta che contemplare l’assenza: qualche tomo, ormai introvabile, edito da Mondadori, uno squarcio – Le ragazze da marito – edito da Adelphi troppi anni fa. Incallito apolide e perpetuo apocrifo alla sua epoca – “io vivo nella solitudine perché mi sono conquistato e pagato il diritto di viverci”, fa dire al suo alter ego Costa – Montherlant, che disprezzava Céline – censiva i suoi romanzi come “letteratura artificiale e ormai obsoleta” – stava sulle palle a tutti, ai nazisti di Vichy come ai ‘resistenti’. Apparteneva soltanto al suo mondo, fatto di ninfe, di efebi concupiti per le vie violente di Parigi, di libri abissali. Si uccise il giorno dell’equinozio di autunno del 1972, a 76 anni. “Se cercassi Dio, troverei me”, scrisse all’amico François Mauriac.