L’Alfabeto degli scrittori dimenticati (parte seconda: da Emanuelli a Tate)

Posted on Maggio 20, 2018, 8:03 am
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Parte seconda. Con preludio. Sono incostante, volatile, volatilizzato. In libreria, faccio come l’ape, volo da un libro all’altro. Capace di amori assoluti – e di tradimenti altrettanto assolati. Voglio dire. Sugli scrittori – e i poeti – sbattuti in oblio dall’oscenità editoriale si potrebbero scrivere enciclopedie. Io comincio da uno sghembo abbecedario (completate voi le lettere balbettose). Esempio a caso. Una amica mi regala La rivolta nel deserto di T. E. Lawrence. Che è poi l’estratto, in aspirina, del magniloquente romanzo-reportage-confessione-fake I sette pilastri della saggezza. Stampa Mondadori. Nella nobile “Collana di epistolari, memorie, biografie e curiosità” ‘Le Scie’. E mi chiedo. Che fine hanno fatto i quattro tomi delle memorie di Bernhard von Bülow e le Grandezze e miserie di una vittoria di Clemenceau e la Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino di Prezzolini e il Dux della Sarfatti e il Diario intimo di Lev Tolstoj e il Fouché di Stefan Zweig? Ogni tanto, come un cartografo del tempo perduto, sfoglio il Catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore (fatelo anche voi, è un tour bibliografico con Lsd): mi pare di fare l’Indiana Jones dei tesori laccati dalla dimenticanza. Penso alla formidabile collana ‘Il ponte’, per dire, dalle radiose illustrazioni: che fine ha fatto La casa del santo sangue di Marino Moretti e Il diavolo di Alfred Neumann e Ida di Gertrude Stein e L’incubo di James Branch Cabell e Numero uno di John Dos Passos e Ragazzo di Sycamore di Erskine Caldwell e La ragnatela e la roccia di Thomas Wolfe e Uragano di George R. Stewart? Gioco bellissimo, recuperare perle dalla palude degli spettri. Divento vecchio e ripeto sempre le stesse cose: i cataloghi delle case editrici sono come gli Uffizi, vanno tutelati, altrimenti il tempo sputtana scelte, fiuto, fatica, lavoro. Il gioco, ad ogni modo, è infinito. Fate il vostro. Ricordiamo ai transatlantici editoriali il glorioso passato – dando un calcio alle palle dell’oggi. Meglio leggere i grandi di ieri, se ora siamo allucinati dai pessimi. Non c’è tempo da perdere – il blabla non ci seppellirà.

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Emanuelli Enrico. Giornalista inquieto e di pregio – cominciò, neppure ventenne, con Mario Soldati, fu inviato speciale per La Stampa e per il Corriere della Sera – Emanuelli scrisse una manciata di ‘diari di viaggio’ che oggi i massimi esperti del genere si sognano (Il pianeta Russia, Giornale Indiano, La Cina è vicina). Il genio narrativo, precocissimo – Memolo è del 1928, l’esordio di un diciannovenne – è testimoniato dal Carosello di Narratori Italiani edito da Aldo Martello – sia detto urlando: una iniziativa editoriale magistrale, che sarebbe da riproporre – dove Emanuelli è antologizzato insieme a Dino Buzzati, Alberto Moravia, Marino Moretti e Indro Montanelli. E giganteggia. Emanuelli c’interessa, però, perché ha scritto uno dei romanzi più belli e inquieti del secondo Novecento, Curriculum mortis, appena postumo e del tutto dimenticato. Pubblicato da Feltrinelli, è una specie di poema in prosa per un quarto, e un commento al poema, commosso, impietoso, per gli altri tre quarti. Trattasi del delirio orfico di un vagabondo che nello stesso valzer di pagine passa dal gelido tour in Finlandia alla puntata a Benares, dal tu-per-tu col dittatore sudamericano all’abisso in una New York livida di vitalità. “Quell’ottimo scrittore che è sempre stato Emanuelli si è trasferito interamente in una dimensione poetica e, alla vigilia della morte, è andato oltre se stesso”. Questo è Guido Piovene, in una ‘quarta’ vertiginosa. Un romanzo di culto, ignorato dai cultori dell’ovvio.

Hilton James. Quando la fantasia sovrasta la realtà. A James Hilton dobbiamo l’invenzione, ispirata sfogliando i reperti di viaggio dei gesuiti, del mitico regno di Shangri-la, Eden incassato tra gli abissi dell’Himalaya dove gli uomini, devoti al Cristianesimo nestoriano, vivono felici, praticando l’assenza da odio, invidia, avidità. Dal romanzo – Orizzonte perduto – al film di successo – realizzato da Frank Capra nel 1937, con due Oscar nello zaino – il passo fu brevissimo. A sua insaputa, Hilton fu il primo promotore della ‘fuga in Oriente’: partirono in massa a cercare, tra il gelo e i monti, la mitica, fittizia Shangri-la. Hilton, scrittore inglese nato nel 1900, fu romanziere robusto, di successo, assai tradotto in Italia – ricordiamo, almeno, Addio Mr. Chips, Giro chiuso, Cavalcata di ricordi, Fiamma d’argento. Quanto a lui, ora editorialmente un desaparecidos, fece vasta fortuna a Hollywood: diversi film furono tratti dai suoi libri – ad esempio, La storia del dottor Wassel, con Gary Cooper – e già che c’era mise mano a un romanzo di Jan Struther, La signora Miniver, elaborando la sceneggiatura per l’omonimo film di William Wyler. Il film fu un successo, giungendo a 12 nomination agli Oscar. Al nostro andò l’Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale.

Kern Alfred. Nella fotografia, lui è in basso a sinistra. Si morde le labbra, ha lo sguardo perplesso. Intimorito, forse. Forse è all’aperto, di notte. La fotografia è quasi interamente nera, le luci, dilatate e rare, sembrano grugniti digitali. Alfred Kern è in doppiopetto, ha il papillon un po’ sgualcito e sembra sapere che la fama è una puttana. Amico di tutti, di Ionesco, di Samuel Beckett, di Jean-Paul Sartre, questo tedesco cresciuto culturalmente in Francia esordì nel 1950 con Le Jardin perdu. Fu un successo e Kern divenne uno scrittore alla moda. Ottenne pressoché tutti i premi letterari augurabili, in Italia sbarcò con Amore profano, nel 1960, ma soprattutto con Fragile felicità, nel 1962, “una tumultuosa recherche dentro i meandri di quell’universo sconosciuto che è la mente di un pittore moderno”, così gorgheggiava la ‘quarta’, inneggiando alla “nuova avventura che uno dei più vivi (e più solitari) scrittori francesi contemporanei propone ora al suo lettore”. Il libro, in effetti, ambientato tra le “rive del Baltico e le allucinanti ‘discese infernali’ del sottosuolo umano di Parigi”, modellato sulla biografia di Camille Claus (1920-2005), “uno dei maggiori artisti alsaziani del XX secolo”, è di rustica bellezza. Kern fu installato nella collana de ‘I Narratori’ Feltrinelli, tra Isaak Babel’, Yukio Mishima, Henry Miller e Boris Pasternak. Di lui si sono perse totalmente le tracce. Gallimard, invece, che è – vedi sopra – il massimo editore di Francia, continua con felicità a ristamparlo.

O’Neill Eugene. Tra i massimi autori di teatro del secolo scorso, O’Neill è il più grande drammaturgo americano di sempre, vale, su tutti, Il lutto si addice ad Elettra. Il lutto, piuttosto, si addice al lettore italiano di libri buoni: di O’Neill, pare incredibile, non c’è nulla di disponibile in libreria o quasi, eppure era pubblicato – come buon senso comanda – da tutti, da Einaudi – soprattutto – a Utet, Frassinelli, Mondadori. Autore dalla vita spericolata, figlio di artisti, cacciato dalle scuole si fortificò in nave, vagando tra Sudafrica e Sudamerica – esperienza capitalizzata nei ‘drammi marini’. Travolto dall’alcol, scoprì in sanatorio Strindberg e Dostoevskij, che mescolò ai tragici greci e all’egida di Freud. Ne scaturì uno scrittore onnipossente, che per primo s’impossessò, con Oltre l’orizzonte (1920), con cui vinse il Pulitzer, di una drammaturgia autenticamente made in Usa. Nel 1936 O’Neill, misantropo e intrattabile – morì in una stanza d’albergo, marmorizzato nella solitudine – ottenne il Premio Nobel per la letteratura. Come minimo, merita una scintillante edizione dell’opera tutta.

Rossi Vittorio Giovanni; Rosso Renzo. Incorporiamo due scrittori diversi, ma dal cognome analogo, perché raccontano la stessa storia di incuria editoriale. Vittorio G. Rossi è stato il Joseph Conrad nostrano: nato a Santa Margherita Ligure, capitano di lungo corso, ha scritto libri pieni di vento, di sale e di sole, dai titoli seducenti, Oceano, Sabbia, Cobra (editi da Bompiani). Fu un poligrafo, salutare tessitore di avventure: per Mondadori pubblicò una dozzina di libri, tra cui Teschio e tibie, Il silenzio di Cassiopea, L’orso sogna le pere. Visse a lungo (dal 1898 al 1978), fece un viaggio in Russia che passò alla storia della letteratura (testimoniato dal libro Soviet: fu il primo giornalista italiano non comunista a varcare la terra di Stalin) e firmò, nel 1925, il Manifesto degli intellettuali fascisti, insieme a tanti altri (tra cui, Ungaretti, Pirandello, Marinetti, D’Annunzio, Malaparte). Meno ardita la vicenda di Renzo Rosso, “uno tra i più notevoli scrittori italiani del mezzo secolo che ci siamo lasciati alle spalle”, secondo Claudio Magris. Dirigente Rai per una vita – quella che gli garbava di meno – fu scrittore di rara raffinatezza, che piaceva a molti guru della letteratura nostra. L’esordio, con la raccolta di racconti L’adescamento, per Feltrinelli, ottenne l’apprezzamento di Carlo Emilio Gadda (ne scrisse come di “racconti di qualità drammatica che meritano un punteggio di 90/100”). Il suo libro più noto – iper elogiato da Attilio Bertolucci – è La dura spina (1963), ma il più bello è la manciata di racconti Gli uomini chiari (Einaudi, 1974), dove Italo Calvino si sbilancia, “Renzo Rosso si classifica come uno scrittore che non somiglia a nessuno”. Verità talmente vera che oggi di lui non si ricorda più nessuno.

Tate Allen. Anno di grazia 1964. Con il titolo I nostri padri l’editore Feltrinelli pubblica The Fathers, il romanzo più celebre e celebrato di Allen Tate. L’edizione è sontuosa. Bandella ornamentale, che urla al “classico della letteratura americana”, saggio introduttivo di Frank Kermode, tra i grandi critici del secolo scorso (che parla di “dignità e vigore di questo libro”, di “integrità d’intelletto e d’inventiva”) e perfino un segnalibro che esulta a “uno dei massimi esponenti delle lettere contemporanee” e ricalca il giudizio di Janet Adam-Smith sul romanzo, “bisogna riconoscervi una delle opere di maggior rilievo del nostro tempo”. Tutto vero. Fin dall’incipit, tonante (“Oggi soltanto mentre andavo al fiume lungo Fayette Street mi è giunto un odore di pesce secco su una folata di vento, e ho ricordato il giorno in cui stavo sotto il grande corniolo a Colle Ameno. Nella fine d’aprile i suoi fiori si lanciavano all’aria come spuma. Era morta mia madre”), si rivela la purezza tormentata del Grande Romanzo Americano. Eppure, Allen Tate, è l’esempio di come l’editoria italiana abbia segnato le sorti della cultura di un Paese, decidendo cosa sia meglio leggere e cosa no. Non si spiega altrimenti se non con artate manovelle politiche – in senso squisitamente gramsciano – la ragione per cui di Jack Kerouac o di Allen Ginsberg, dei ‘Beat’ come dei narratori del Nord – chessò, Don DeLillo, Philip Roth – son gonfi gli scaffali delle librerie mentre al nome Allen Tate vi risponde l’eco, il vuoto. Paladino della letteratura del Sud degli Stati Uniti – che vuol dire: conservatorismo e ristoro delle tradizioni – riassunta in William Faulkner (ma ci sono pure Thomas Wolfe, Flannery O’Connor, Carson McCullers, Cormac McCarthy e Robert Penn Warren, leggi dopo), Allen Tate ha scritto tantissimo con il piglio dell’intellettuale – i suoi Reactionary Essays sono necessari – e del poeta. La selezione italica è stata devastante: su una dozzina di raccolte di versi ne è capitata una, quasi per caso, per Mondadori, nel 1970, un millennio fa (Ode ai caduti confederati e altre poesie, sia lode ad Alfredo Rizzardi), dei suoi testi esegetici è giunta una raccolta molto parziale di Saggi per le Edizioni di Storia e Letteratura nel 1957 (un’era geologica fa), del romanzo non v’è più traccia. Uno scandalo. A cui rimediare seduta stante per non restare ciò che siamo, il terzo mondo della cultura d’Occidente.