“La consapevolezza che tutti siamo destinati all’ombra”. Ora vi spiego perché “La città dei vivi” è un romanzo magnetico (e merita lo Strega)

Posted on Gennaio 03, 2021, 9:55 am
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Niente sa andare fuori tempo come il tempo, così come niente riesce a mentire quanto il successo. Le due cose si intersecano quando provo a spiegare perché La città dei vivi meriti lo Strega molto più di quanto lo meritassero il romanzo di Nicola Lagioia che l’ha vinto (La ferocia, 2015) e quello di Sandro Veronesi che ne ha definitivamente brevettato il bis (Il colibrì, 2020). Per cui quando succederà – perché succederà – che qualcuno candiderà La città dei vivi allo Strega 2021, l’eccezione «ma l’ha già vinto, non possiamo celebrare un altro bis» conterrà una discreta sbavatura temporale e insieme un’altra importante occasione persa (per il premio, s’intende). Perché La città dei vivi è un libro vero, un libro incredibilmente vivo nonostante si occupi quasi unicamente di morti.

La scelta

La città dei vivi non è un romanzo, perlomeno non ne ricalca la sua classica struttura. Rifugge dalla consolazione adatta al pubblico dei best seller, cambia registro e soggetto ogni tre pagine, si inerpica lungo i sentieri che appartengono ai reporter, ai cronisti, ai producer di scuola americana. Questa connotazione genetica, questa specie di “difetto cromosomico”, consentono al libro di Lagioia di rappresentare un’autentica, insperata variazione sul tema rispetto ai libri così tristemente uguali tra loro a cui – soprattutto Einaudi e Mondadori – stavano abituando i propri lettori. Questa “deformazione” invece sposta l’analisi su un altro tavolo, quello dell’abilità narrativa. Se vogliamo dirla tutta, quello del talento. E qui ci sentiamo di anticipare quello che – soprattutto ai più attenti – non sarà sfuggito. Cioè che Nicola Lagioia può essere considerato uno scrittore in crescendo, il cui consolidamento stilistico lascia supporre che i suoi romanzi migliori arriveranno tra due o addirittura tre titoli: rispetto a La ferocia, lo scatto di consapevolezza almeno a noi è apparso evidente, così palese da far apparire inutile ogni paragone, qualsiasi puntualizzazione.

La storia

La storia è passata su tutti i giornali e le televisioni con la disattenzione e la sciatteria che solo giornali e televisioni riescono a esprimere anche quando non vorrebbero. Cioè che il romanzo contiene la cronaca del delitto Luca Varani, avvenuto la notte tra 4 e 5 marzo 2016 a Roma. E che quindi in quelle pagine ci fossero la dinamica, il vissuto degli assassini (Manuel Foffo e Marco Prato, quest’ultimo suicidatosi in carcere), le conseguenze nelle famiglie coinvolte, il carico di depravazione e il marcio della natura umana, tutto visibile attraverso la nostra lente della morbosità. Quello che invece non è stato detto e che rappresenta l’aspetto più importante del lavoro di Lagioia, è la ricostruzione antropologia, culturale, esperienziale e orografica del terreno in cui sedimenta, fermenta e poi fiorisce quello che è stato riconosciuto come il più efferato delitto avvenuto nella Capitale negli ultimi vent’anni. E a nostro avviso proprio questo approccio distingue il lavoro di Lagioia da quello di chiunque l’abbia preceduto. Lagioia abbandona i panni dello scrittore, quello che ad esempio non fa Scurati per “riportare in vita” Mussolini, per indossare quelli del reporter, del cronista, del producer all’americana (che poi vuol dire bere un caffè al bar in cui potrebbe succedere qualcosa, appostarsi sotto un portone perché è da lì che prima o poi transiterà un pezzo di verità, pedinare un signor nessuno perché tanti anonimati fanno un grande sospetto). Lagioia si sporca le mani aspettando testimoni sotto gli edifici mentre piove, diventando detective del dubbio mentre tutti intorno ringhiano «a morte, a morte», si immerge nel magma ineruttato fatto di gay che non sanno d’esserlo, di “marchettari occasionali” (come lo stesso Varani, questo dirà l’inchiesta) che si vendono per necessità, di “porci con le ali” molto distanti dalla dignità umana e letteraria di un secolo che stava cambiando (quello raccontato da Lidia Ravera e Giovanni Lombardo Radice). Ha scelto di mimetizzarsi nella melma Lagioia, e da lì ha scritto un romanzo d’indagine sociale da cui è difficile staccarsi, perché non chiede pietà, non lesina miseria, non elargisce etica o peggio ancora consigli, non fa sconti a nessuno. Solo così, accettando quel corpo a corpo con la morale nascosta nella città ormai disfatta che è diventata la Capitale, emerge il vero protagonista del romanzo. Che non è Luca Varani, la cui doppia vita valga da specchio a chiunque è tentato di bollare giudizi morali. Che non sono Foffo e Prato, interpreti di una decadenza che va oltre la resa collettiva a cui assistiamo. E nemmeno le persone che senza saperlo hanno danzato coi lupi, hanno acceso i fuochi insieme ai mostri senza sospettare a quali pericoli sono stati esposti (su tutti l’ex pugile Alex Quaranta). La vera protagonista del romanzo è Roma. Non quella di Suburra o Dogman, né quella della bibbia mediatica della città di mezzo e di sotto. Ma una Roma marcia già dalle migliori intenzioni. Una città totalmente compromessa, così venduta ai demoni (nel romanzo è presente anche questo aspetto) da non poter essere in alcun modo esorcizzata. Le scene, le dinamiche, le modalità, la frequenza e il fiume di denaro che si leggono per una sola di queste vicende – appunto l’escalation che porta all’assassinio Varani – fa immaginare cosa sia, cosa possa essere, il traffico catacombale di cocaina, prostituzione, marchette, degrado, depravazione, subordinazione e sottomissione che ogni giorno circola per le strade di Roma. «La straordinarietà di Roma non stava nel richiamo della trascendenza, che solo gli idioti potevano sentire, ma nell’onnipresente consapevolezza che tutto è umano e tutto si corrompe».

La credibilità

Se si eccettuano alcune incertezze iniziali, soprattutto legate alla distinzione dei tempi narrativi e a un insistente ricorso all’imperfetto (un tempo troppo abusato dagli scrittori italiani, quasi un rifugio in un porto sicuro che in un libro così coraggioso sembra un “compromesso pubblicistico”), La città dei vivi riesce nel fenomeno rarissimo di non far staccare più il lettore, nonostante – e questo aumenta i meriti dell’autore – sappia già come andrà a finire. Lagioia è credibile perché a un certo punto, per convincere il lettore di quanto sia labile il confine tra presunta normalità e abusata deformità, confessa di essere stato a un passo dal baratro. Anzi, di esserci finito dentro. Ai tempi in cui, ancora molto giovane e con la città adottiva Bari tutta per sé, avrebbe potuto incarnare uno dei destini di Prato o Foffo. Pasolini diceva spesso una cosa che serviva a lui, in modo particolare, per difendersi dal suo più grande paradosso: «Per la rabbia che provo, per l’indignazione che sento verso questo Paese e verso questo Stato così iniquo e corrotto, un giorno potrei imbracciare un mitra e sparare a chiunque capiti a tiro. Cosa me lo impedisce? I libri che ho letto. Così sono soltanto un omosessuale, o è questo che vi spaventa di più?». In fondo Luca Varani faceva quello che faceva Giuseppe Pelosi, l’assassino – il solo emerso dalla verità processuale, sebbene tutti sappiano che le cose andarono diversamente quell’1 novembre 1975 – di Pier Paolo Pasolini. Anche Varani si prostituiva come Pelosi, anche lui raccattava i mozziconi della vita fumando quelli ancora accessi, camminando sul filo a venti metri da terra e senza rete di protezione. Può succedere che cadi, e che lo schianto non ti permetta di rialzarti.

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La metafora

Il libro di Nicola Lagioia alterna passaggi poetici molto intensi («Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie pezzi unici e perfetti (…)») a ricostruzioni molto scrupolose, di una cronaca che nessun giornalista ormai può più permettersi. Perché non ne avrebbe tempo, e anche se lo avesse perché non avrebbe più senso. A meno che di mezzo ci sia un romanzo, la ricostruzione di un delitto raccapricciante che equivale alla ricostruzione di una città ormai perduta («E così, nel freddo della città semideserta, Manuel Foffo aveva accompagnato Marco Prato a battere»). Perché La città dei vivi appartiene a tutti? È di tutti? Racconta di tutti? Perché in ognuno di noi, in ciascun italiano apparentemente distante dallo schifo in cui è maturato l’assassinio Varani, c’è un po’ di quella Roma. C’è un po’ di quel Paese marcio fin dentro le tubazioni, perforato nelle viscere, scavato e corrotto dentro le budella. («Chi ha bisogno di illusioni, eviti le lunghe soste in città. A Roma i potenti si guardano allo specchio e vedono un teschio, la consapevolezza che tutti siamo destinati all’ombra»). Così la squallida storia del delitto Varani diventa pretesto per raccontare del delitto della nostra decenza. Nicola Lagioia ha scritto un romanzo vero perché non era afflitto dalla necessità di farlo, godeva della libertà – creativa, mentale, spazio-temporale e quindi economica – necessaria per staccarsi dalla terra. Che poi è l’unico modo per riuscire a raccontarla. E ci è riuscito scrivendo un libro che non parla né di gay né di morti né di sopravvissuti, ma della merda in cui inciampiamo ogni giorno. Pulendo le scarpe nell’aiuola sotto casa, lasciando le orme fuori dalla porta.

Davide Grittani

*In copertina: Enrique Simonet, L’autopsia, 1890

*Davide Grittani (Foggia, 1970) è giornalista e scrittore. Ha pubblicato la raccolta di reportage C’era un Paese che invidiavano tutti (Transeuropa 2011, prefazione Ettore Mo e testimonianza Dacia Maraini) e i romanzi Rondò (Transeuropa 1998, postfazione Giampaolo Rugarli); E invece io (Biblioteca del Vascello 2016, presentato al premio Strega 2017); La rampicante (LiberAria 2018, presentato al premio Strega 2019, vincitore Cattolica 2019, Zingarelli 2019, Nabokov 2019, Giovane Holden 2019 e finalista Grottammare 2019, EtnaBook 2019 e Litorale 2020, inserito tra i migliori libri 2018 dall’inserto “la Lettura” del “Corriere della sera”). Editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”, cura la collana di reportage narrativi Dispacci italiani (Viaggi d’amore in un Paese di pazzi) per Les Flaneurs Edizioni. Collabora a L’Intellettuale Dissidente e Pangea.