La vita omerica di Bruno Giordano, il calciatore che voleva diventare Cruijff e vinse lo scudetto con Maradona

Posted on Luglio 13, 2018, 10:26 am
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Calcio, vita di quartiere, delinquenza, morte, poesia. A Trastevere la strada insegnava a comportarsi: era l’università a cielo aperto tra Campo de’ Fiori e i monumenti, nel rione, a Gioacchino Belli e Trilussa, i poeti sardonici della capitale. Giordano Bruno, bruciato vivo per eresia dall’Inquisizione, rinacque nell’agosto del 1956 nel nome di Bruno Giordano, figlio di un tappezziere un po’ burbero che abitava proprio dalle parti della statua in bronzo del monaco e filosofo. Giocava a pallone tra le stradine tortuose con i sampietrini sconnessi e le facciate arancio dei muri sui vicoli, al Gianicolo, davanti al sacrario dei garibaldini o a piazza Santa Maria. Finì all’oratorio Don Orione, dove don Pizzi, il prete dalla tonaca lunga, si occupava degli adolescenti per evitare che finissero nel giro della droga e della malavita in espansione. Era questa la Roma dai contorni medievali degli anni Sessanta e Settanta, delle bancarelle, dei fruttivendoli, di chi vendeva le bombole e le sigarette di contrabbando, dei ristoratori come lo zio del calciatore che cucinava le fettuccine e con cui il ragazzino mangiava la pizza e beveva la coca cola dopo le partitelle con gli amici. Gli altri preferivano il vino di Frascati, la “fojetta” o il “quartino” estratto dalla botticella con la leva orizzontale. Oggi Trastevere è abitata per lo più da forestieri: i giapponesi e i romeni hanno sostituito i romani. Allora si distingueva un ragazzo volitivo, un po’ sfrontato, dalla schiena dritta, i capelli neri a caschetto come quelli del suo idolo, l’olandese volante Johan Cruijff, visto in fotografia e ai mondiali del 1974. Giordano fu scoperto da Flaco (il minuto) Flamini, ex centrocampista argentino della Lazio naturalizzato italiano, e valorizzato dal mister Paolo Carosi, il “barone” che gli dava i “pizzoni” se non rigava dritto. Lo ritrovò in serie A nel 1984, durante l’estemporanea presidenza targata Chinaglia. La storia di Bruno Giordano, la sua meticolosa biografia, l’ha scritta un giornalista acuto, un autore televisivo per i programmi delle reti Rai. Uno che sa raccontare, un laziale di vecchio corso: il volto televisivo Giancarlo Governi. Bruno Giordano. Una vita sulle montagne russe (Fazi 2017) contiene la prefazione di Edoardo Albinati, altro laziale doc, lo scrittore che esalta l’essenzialità del campione erede di Long John: Giorgio Chinaglia, il centravanti per eccellenza della sponda aquilotta del Tevere. Amico per la pelle del pariolino Lionello Manfredonia (che nel 1989 rischiò di morire in campo per un improvviso infarto), Giordano ha giocato con il pibe de oro Diego Armando Maradona, colui che l’ha voluto di persona al Napoli per vincere, finalmente, il campionato. Alti e bassi come calciatore e come uomo: l’esordio bruciante con un goal all’ultimo minuto nel 1975, la morte dell’allenatore buono Maestrelli, del compagno di squadra più saggio, Re Cecconi, al quale spararono dentro una gioielleria, il carcere a Regina Coeli e la squalifica per il calcio scommesse, il grave infortunio ad un gamba, la serie B, l’apoteosi con i partenopei, una madre morta mentre lo andava a trovare, una sorella drogata, la ex moglie finita nella rete di Renatino De Pedis, il boss della Banda della Magliana colpito a freddo in via del Pellegrino, appena uscito da un negozio. Ma anche una seconda moglie, Susanna, i figli, una femmina avuta con la prima donna e due maschi ormai grandi (Rocco gioca a calcio come trequartista). Vicolo del Cinque numero 22 a Trastevere rimane la sua casa, quella con il portone in legno, come il suo tempo fermo lì, mentre la madre lo chiamava dalla finestra e gli prometteva la “cucchiarella”, il mestolo o il battipanni in testa se non fosse rientrato per il pranzo e la cena. “La mia strada non aveva neppure l’onore di chiamarsi via, in realtà il vicolo stava a significare una strada stretta circondata da palazzi all’interno di un tessuto urbano medievale”. La via era dedicata alla nobile famiglia Del Cinque, proprietaria dello stabile patrizio situato all’inizio della strada, dove si trova un’edicola con un’immagine sacra che i residenti chiamavano la “madonella”. GIORDANONel libro di Governi c’è l’aneddoto del provino con i biancoazzurri, dove Bruno Giordano andò con gli scarpini rotti prestatigli dal prete. Aveva il tiro potente, il dribbling secco: lo presero. Dagli Allievi arrivò alla Primavera e alla prima squadra in un batter baleno, come Manfredonia, Stefano di Chiara e Andrea Agostinelli, quando il calcio, la domenica, si ascoltava ancora alla radio e le azioni, i goal, si immaginavano prima di vederli registrati a “Novantesimo minuto”. Lui andava agli allenamenti con l’autobus, il tram, la vespa. Il trasteverino sfondò e a 23 anni vinse la classifica dei cannonieri. Era l’idolo della curva della Lazio, della squadra del sor Umberto Lenzini, il presidente che gli regalò un appartamento dopo il primo contratto da professionista. Bruno Giordano non beveva e non fumava (a differenza di quanto dicessero), sapeva fare le finte, trattare sapientemente il pallone, tirare in porta. Beffò perfino Dino Zoff e la grande Juventus con un pallonetto e una doppietta in un memorabile incontro nel novembre del 1977 reso epico dal poeta Valentino Zeichen, il neo marziale (lo disse Alberto Moravia) per cui Giordano era il gladiatore al quale “avevano recapitato l’incoronazione dei titoli di Augusto”. Rimane un monumento del bel calcio e non della storia comune, dell’elasticità, dell’improvvisazione, della velocità con il passo elegante. Capace di giocate sopraffine e di segnature difficili che sapevano fare in pochi (la palla battuta seccamente dal limite dell’area o liftata). Nel 1979 avvenne anche il primo delitto allo stadio: Bruno Giordano, presente, rimase sconcertato. Prima di un derby all’Olimpico un razzo partì dalla curva sud e finì nell’occhio di un tifoso della nord, Vincenzo Paparelli, che morì prima di arrivare in ospedale. La gente protestava con veemenza, ma la partita si giocò lo stesso in un clima surreale. Giordano era un calciatore con uno stile singolare in un’epoca ancora di gioco all’italiana, poco prima dell’avvento dello stratega Arrigo Sacchi che rivoluzionò metodi e schemi nel paese del paron Nereo Rocco, dove era più importante non prenderle che darle. Il trasteverino, che ha chiuso la carriera nell’Ascoli dopo aver indossato la casacca del Bologna, adesso è un allenatore e un direttore sportivo che ama tornare nei luoghi che hanno dato i natali anche ad Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, quelli della povertà tramutata in fantasia istrionica, dei palloni di plastica che non dovevano bucarsi perché non ce n’erano altri a disposizione. Ha dichiarato Maradona: “Bruno Giordano è stato l’italiano più forte con cui abbia mai giocato, il più sudamericano tra quelli che sono nati nel vostro meraviglioso paese”. I due continuano a sentirsi al telefono da vent’anni. Per Crujiff è stato “il prototipo dell’attaccante moderno”. Se ne rese conto quando l’attaccante, appena diciannovenne, lo incontrò in un Barcellona-Lazio del 1975 per i sedicesimi di finale della Coppa Uefa. Crujiff lo omaggiò regalandogli la sua maglia, la famosa numero 14. Il ragazzo viveva ancora in vicolo del Cinque, al 22, e la mamma che sfaccendava in casa era la sua tifosa più benevola. Durante la settimana aspettava i biglietti per la curva nord dell’Olimpico. Bruno, il suo Bruno, era ormai una promessa mantenuta del football e le amiche della signora volevano vederlo allo stadio sfidare Riva, Mazzola, Rivera, Capello, Facchetti…

Alessandro Moscè