Posted on Ottobre 26, 2017, 4:02 pm
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Talmente ‘oltre’ da precipitare. Questo è il destino dei profeti, dei precursori. Essere dileggiati dai propri tempi. E, dissepolti decenni dopo, risultare più vivi dei morti viventi che ci circondano. Una torcia piantata in mezzo al torace. Edgar Allan Poe è stato il precursore per antonomasia. Poe precursore del romanzo ‘giallo’ – il suo Auguste Dupin, genio della deduzione, è il prototipo di Sherlock Holmes – Poe precursore dell’horror – fino a Stephen King, è tutta carne del suo corpo letterario dissezionato – Poe precursore del ‘grottesco’ – da Mark Twain in poi – Poe precursore della ‘tecnica’ lirica – formidabile in Eureka: “La più parte degli autori si mette a scrivere senza un disegno prefissato, fidandosi dell’ispirazione momentanea; non c’è perciò da meravigliarsi che la più parte dei libri sia di nessun valore” – Poe precursore dei ‘maudit’ – trovò in Charles Baudelaire il più celebre confratello d’oltreoceano – Poe precursore dei paradossi di Franz Kafka, Poe precursore dei racconti di Jorge Luis Borges – che lo adorava come un feticcio magico: l’anno scorso la University of Georgia Press ha pubblicato uno studio specifico su Borges’s Poe. The Influence and Reinvention of Edgar Allan Poe in Spanish America. A forza di pre-correre i tempi, Poe fu malmenato dai propri tempi, trattato alla stregua di uno strafottente ubriaco, dalla penna facile. Poe, autore di testi memorabili, che vagano come fantasmi nella nostra infanzia – Lo scarabeo d’oro, I delitti della Rue Morgue, Berenice, La rovina della casa degli Usher – ha influenzato l’immaginario cinematografico – i film direttamente ispirati sono decine, tra quelli diagonalmente ispirati citiamo Toby Dammit di Federico Fellini e Il corvo con Brando Lee – è diventato buona parte dei nostri incubi. Soprattutto, i suoi racconti vanno studiati come l’abbecedario dell’ottimo scrittore. Non c’è racconto – o quasi – che non contenga una invenzione, che non sia esemplare. Esempi sparsi. “Discendo da una stirpe famosa per vigore di fantasia e per la veemenza delle passioni. Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza”. Questo è l’attacco di Eleonora, che specula su un tema ricchissimo di conseguenze (pensiamo a Gogol’, Dostoevskij, Stevenson, Pirandello…). “Non ho molto da dire del mio paese e della mia famiglia. I cattivi trattamenti, e il passar degli anni, mi hanno cacciato da quello e reso estraneo all’altra”, è l’incipit, epigrafico, assoluto, di Manoscritto trovato in una bottiglia. “L’orrore e la fatalità regnarono in tutti i tempi” è la frase secca che apre Metzengerstein. Poe è una fucina di idee e di invenzioni – presente Philip K. Dick? Ecco, è un suo ennesimo figlioccio – spesso l’idea, prepotente, pressante, cannibalizza il bello stile. Per questo, per tanto tempo, gli americani trattarono Poe come un rebus. Senza capire perché un fuori di testa del genere trovasse sì tanti lettori in Europa. Ha ragione Sergio Perosa. “Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Alla Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria”.

Poe Buried Alive

Denis O’Hare come Edgar Allan Poe: somiglianza incredibile

Era il 1985. Vero. In parte. Da una parte, Edgarpò continua a sedurre noi pii europei in cerca di claustrofobie (vedi il bel sito creato nel nostro Paese, qui). Dall’altra parte, però, negli Usa, nonostante le riserve dei critici canonizzanti – Harold Bloom su tutti – Poe è tornato in auge. Esempio. Il 30 ottobre la PBS manderà in onda un docufilm estremamente raffinato sullo scrittore precursore. Si chiama Edgar Allan Poe. Buried Alive. Il trailer (che vedete a partire da qui) è fascinoso. Colpisce, più che altro, l’intensità attoriale di Denis O’Hare – visto, tra l’altro, in Changeling di Clint Eastwood e in Milk di Gus Van Sant. Un’articolessa di Mark Athitakis su Humanities (dal titolo Edgar Allan Poe’s Hatchet Jobs), poi, piglia spunto dal documentario per ribadire che “la reputazione di Poe come grande scrittore americano è inattaccabile”. Perché tanto schifiltosi verso Poe gli yankee? Semplice. Lui, pur povero in canna, li ha massacrati tutti con recensioni che paiono bombe al napalm. Esempi. Le poesie di William W. Lord: “l’unica cosa straordinaria di tali composizioni è l’impudenza, la stupidità, la cretinaggine”. Susan Rigby Morgan è “degna di essere letta solo se non avete nulla di meglio da fare”. La prosa di Theodore S. Fay è “roba indigesta anche per uno scolaretto”. Peccato che Fay fosse un pezzo grosso del giornalismo dell’epoca, il direttore del New York Mirror, a cui Poe, per altro, implorò lavoro. “Il candore di Poe non ha certo favorito la sua carriera”, conclude il giornalista. Già. Poe era irritante, irrimediabile, irriguardoso, affratellato solo alla sua arte, in barba agli umani. Non gliela perdonarono. Ma lui, Poe, esiste ancora, resiste. Gli altri sono zombie, note a margine di una vita geniale, esistono perché Poe gli ha corrosi con una pernacchia.

Federico Scardanelli