La versione di Maf, il cane di Marilyn Monroe. “Sono letterato, trotskista, proustiano il giusto; ho visto Frank Sinatra imbizzarrito e Kennedy all’apice del potere. La mia padrona era dolce, disponibile, impasticcata…”

Posted on Gennaio 29, 2019, 10:03 am
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«Ciao a tutti, mi chiamo Mafia Honey, per gli amici Maf, e sono un barboncino di indiscutibile pedigree. Sono nato in Scozia e ci tengo, e per diventare la delizia che sono ho abitato per due anni a Brentwood, Los Angeles, al 12305, 5th Helena Drive. Indirizzo famoso, eh? Sì, stavo proprio con lei, Marilyn Monroe, la diva, la signora dalle sciccose e maleodoranti décolleté Ferragamo, con strass e senza. Vi dico subito che io non sono un cane qualsiasi, sono un cane letterato, trotskista, e proustiano il giusto. Alla faccia di Cartesio, convinto che gli animali fossero privi di ragione, io sono un cane pensante e impregnato di opinioni, ma che Cartesio avesse torto lo diceva già Montaigne, e Plutarco, e pure quel simpaticone di Pitagora. Per Thomas Mann era strano che un cane osservasse ogni cosa senza dire niente, infatti noi parliamo e capiamo tutto e in tutte le lingue, senza bisogno di interpreti. Il guaio è che ascoltiamo senza essere mai ascoltati.

Non so che rapporto avesse Mann con Bauschan, il suo pointer tedesco, il mio con Marilyn era ottimo, seppur tribolato: sono arrivato nella sua vita in pieno terzo divorzio, quello da Arthur Miller. Tutti i libri che Marilyn aveva in casa erano un regalo di Arthur, non che lei li abbia mai letti, in due anni l’ho vista con solo I fratelli Karamazov in mano, e ne leggeva poche righe, poi lo chiudeva, e per un mese lo ha lasciato per Le lettere di Freud. Il cane di Freud si chiamava Jo-Fi, era una deliziosa chow-chow parigina che aveva il merito di mettere a suo agio i pazienti col suo padrone, e quest’ultimo con se stesso. Sartre scrisse una sceneggiatura su Freud per un film di John Houston, insistendo affinché il ruolo di Anna, la figlia di Freud, andasse a Marilyn. Non se ne fece nulla, ed era uno dei rimpianti della mia padrona stesa sul lettino dei suoi analisti freudiani campioni del senso di colpa, e nel vedere nella figura del padre, in ogni sua mancanza, la chiave dell’infelicità. La Marilyn che ho conosciuto io era una ragazza dolce e disponibile, ma che beveva e prendeva pasticche. Un tipo spiritoso e artistico fino al midollo. Credetemi, ci sono attori che fuori dalla scena non sono nessuno, non esistono. Prendete Laurence Olivier: che come persona, lui non esistesse, lo diceva persino sua moglie, Vivien Leigh! Marilyn invece non recitava, lei ‘era’. L’ho vista io, sui set, a scuola da quel vanitoso di Strasberg e di quel grosso pipistrello a rovescio di sua moglie Paula: guardavo Marilyn, una persona che cercava altre persone da diventare.

La celebrità di Marilyn dava le vertigini alla gente: mi portava a spasso nascosto sotto il suo cappotto, e nelle nostre trasferte newyorchesi andavamo alla Castelli Gallery, il cui pavimento era fatto di mattonelle bianche e nere, e il signor Leo, che stranezza, camminava solo su quelle bianche. Castelli parlava a Marilyn della transitorietà della bellezza, e di quanto i dipinti della sua galleria non significassero nulla: “Roy e gli altri ragazzi non credono alla morte, o non la capiscono. Non sono come Picasso, o come Goya, che di morte trasudavano, esalavano morte…”!

Stare con la donna più desiderata del pianeta, agli inizi degli anni ’60, aveva i suoi vantaggi: le personalità più influenti del tempo mi sono rotolate incontro sul pavimento, come monetine luccicanti. Era l’epoca della sicurezza, del vigore intellettuale dei nuovi letterati ebreo-americani, generati da Bellow e dal primo libro di Philip Roth. Uomini giovani, con la Storia alle spalle e l’uccello vispo nei pantaloni. Una volta a un party, a casa di Alfred Kazin, ad altezza moquette ho sentito Dwight McDonald parlare a Frank O’Hara della sua testimonianza al processo su Lady Chatterley; c’era Allen Ginsberg che beveva vino da una caraffa e offriva baci in bocca, e strane rivelazioni su un suo Urlo; c’era Irwing Howe, e Edmund Wilson così ubriaco da non reggersi in piedi; gironzolavo per le stanze scansando scarpe di lusso e orribili pianelle come quelle di Lillian Hellman: con quelle sue calze bucate, riusciva a dire qualcosa di spregevole su tutti, tranne il suo amato Stalin. Sputacchiando tabacco e vodka, dava della volgare a Marilyn, del finito a Mailer, e io non ci vidi più e la morsi quando disse che Trotsky era un traditore, “e sono felice di essermi opposta alla sua richiesta d’asilo negli Stati Uniti”. Signori, Lillian Hellman: l’unica stalinista della storia mondiale in pelliccia di visone. Quella sera Marilyn era andata dai Kazin con me e con Carson McCullers, invidiosa marcia di Truman Capote, argomento principe delle sbronze che le due si prendevano insieme: “Tutto quello che ha scritto lo ha rubato a me, e a Faulkner”, si lagnava McCullers, “Capote non è altro che una checca di paese affascinata dalla bella gente!”.

“Cognato di ’sto c**zo!”: l’ho sentito con le mie orecchie, ha detto proprio così, quel prepotente di Frank Sinatra, quel giorno che io e Marilyn eravamo a casa sua. Quando Sinatra ce l’aveva con qualcuno, infieriva senza risparmiarsi, e quella volta ce l’aveva con Peter Lawford “quel maledetto finocchio da due soldi, ma lo sapevi che sua madre l’ha vestito da femmina per i primi 10 anni della sua vita?!?”. Che io sappia, Peter Lawford non era affatto finocchio ed era il vero cognato del presidente Kennedy, nonché attore e sodale di Sinatra. Era successo che il presidente era in visita ufficiale a Palm Springs, Sinatra lo voleva ospitare a casa sua, a far bordello, per questo si era fatto costruire un’apposita piattaforma per elicotteri in giardino, “e lui invece che fa? Se ne va da Bing Crosby! Che si fot*ano!!!”. Quando Sinatra scaraventò il carrello dei liquori carico di bicchieri fuori dalla veranda, mi presi un tale spavento che depositai una bella pozza di pipì su un pregiato tappeto arancione. Tutta casa Sinatra era arancione, era convinto che fosse il colore più felice, ma l’uso isterico che ne faceva lasciava chiaramente intendere che viveva perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Volete sapere di John Kennedy? Scarpe Oxford, lucidissime. Io l’ho incontrato una volta sola, alla casa al mare dei Lawford: seduto in veranda, beveva whisky e soda, e rispondeva alle domande che gli ospiti si erano studiate di fargli. Davanti a lui, tutti avevano gli occhi più sbarrati e più scuri del solito, inebriati della stretta vicinanza al potere. Marilyn e Kennedy si incontrarono poche volte, con suo fratello Bobby ancora meno, sono state entrambe due passioni, due colpi di testa che la Storia ha elevato a rango di leggenda. È vero, l’ultima volta si sono visti al Madison Square Garden, cerimonia che io ho seguito in tv. Kafka diceva che tutto il sapere – ogni domanda, ogni risposta – è contenuta nel cane. Io so com’è morta Marilyn, ero lì, ho annusato la verità, non ho nessun problema a dirla, peccato che né poliziotti né inquirenti mi abbiano prestato la dovuta attenzione».

Mafia Honey, detto ‘Maf’

(ovvero: Barbara Costa)